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Gli Usa sostenuti dalla Bce

 

Non credo che la Bce agisca per miopia o ispirata da teorie economiche «sbagliate» (le stesse della Fed, peraltro). L'obiettivo fondamentale della Bce - il patto tra le diverse componenti del capitale monopolistico alla base dei criteri di stabilità firmati a Dublino nel 1996 - è la deflazione salariale. Da Jacques Delors in poi la costruzione europea è stata dettata dalle priorità fissate dall'European Business Roundtable e la deflazione salariale è emersa come politica unificante (si veda l'ottimo volume di Guglielmo Carchedi For another Europe: a class analysis of European economic integration, London: Verso, 2001) Questa permette di creare un terreno comune senza barriere legali trasferendo l'orientamento neomercantilista dei principali paesi europei (Germania, Italia, Francia) dai tassi di cambio alla deflazione salariale.
Ma con la crisi americana delle dotcom del 2000 e la conseguente politica della Fed (tassi di interesse al minimo, sistema finanziario mondiale inondato di dollari, specie dopo l'11 settembre), la Bce si è trovata a fare dell'euro la moneta cardine del sistema capitalistico globale. Il dollaro può ancora essere la moneta mondiale perchè, malgrado l'incertezza riguardo il suo valore, ottiene l'appoggio della Bce. Gli Usa possono essere flessibili perchè la Bce li sostiene impedendo una rovinosa caduta del dollaro. La Bce è stata molto più rapida della Fed nell'iniettare liquidità in quanto, da tempo e con ragione, i suoi vertici, non credevano nella sostenibilità della «bolla» Usa. Tuttavia se la Bce si mettesse a rincorrere la Fed riducendo i tassi di interesse, inizierebbe una guerra economica (da svalutazione competitiva) tra le due maggiori aeree capitalistiche del mondo. In tal modo salterebbe anche il fragile rapporto interno all'eurozona fondato sulla relazione tra neomercantilismi e deflazione salariale.
Fumagalli sostiene che i «fondi sovrani» sancirebbero l'abbandono di qualsiasi interesse nazionale, perché «operano con la stessa logica di quelli privati, incrementando in modo perverso il processo di finanziarizzazione e la sua instabilità» Può essere anche vero, però dipende dalle circostanze. La ricchezza di tali fondi proviene da attività reali e non finanziarie. Per la Norvegia, l'Arabia Saudita ed i paesi del Golfo persico, i soldi scaturiscono dalle esportazioni petrolifere e - nel caso norvegese - dall'alto gettito fiscale da esse indotto. Per i paesi asiatici, Cina in primo luogo, la forza dei fondi si basa sui flussi generati dalle esportazioni nette di merci. Quindi, almeno per ora, la ricchezza dei fondi sovrani non è virtuale. Sono gli impieghi di questi soldi che possono finire in cartacce, come è successo con la Bank of China. Sono le dotazioni reali dei fondi, appoggiati dai rispettivi stati, che permette a questi di prestare soldi veri da posizioni di forza alle società trafficanti in cartacce. Mi sembra che, sebbene i fondi sovrani debbano operare dal lato degli impieghi costruendosi dei portafogli finanziari, essi siano molto concentrati su attività reali che rispecchiano gli obiettivi di sviluppo dei rispettivi governi/stati. Tralasciamo il fondo norvegese, che si occupa delle pensioni dei dipendenti pubblici ed è altamente regolamentato. I fondi del Dubai sono pienamente coinvolti nell'attività di costruzione e sviluppo non solo di quel «paese», ma anche nell'estensione di tale attività al Corno d'Africa, con l'ampliamento del porto di Gibuti e la progettazione di un megaponte che colleghi l'Africa orientale alla penisola Arabica. Lo stesso dicasi per la città-stato di Singapore. E' noto che i dirigenti del Pap, che da sempre controlla le leve del potere, considerano l'industria - e non la finanziarizzazione - come garanzia per mantenere il livello ipersviluppato di Singapore al cospetto della crescita cinese. Per ciò che riguarda la Cina, i fondi sono uno strumento essenziale per generare prestiti commerciali e attività nei confronti di paesi terzi prevalentemente produttori di materie prime. Ma questo significa che le attività dei fondi cinesi aiutino le esportazioni di Pechino verso i paesi in via di sviluppo, come sta in effetti avvenendo in Africa e in America Latina.
Dal 1945 l'Arabia Saudita è legata agli Usa da intese ferree, molte delle quali non appaiano nemmeno su documenti scritti. Dal 1974 però questo feudalissimo stato è formalmente impegnato a riciclare i suoi surplus petrolifero-finanziari nel sistema statunitense. Questi rapporti si applicano a fortiori agli altri sceiccati del Golfo. In tale contesto i fondi sovrani arabi devono quindi garantire il riciclaggio dei dollari e minimizzare il più possibile le perdite derivanti dal loro possesso. Le due esigenze possono comportare degli scontri con gli Usa. Il riciclaggio può prendere la forma di acquisti indesiderati, come successe nel caso di alcuni porti americani; mentre la riduzione delle perdite derivanti da un dollaro in calo, può comportare una diversificazione che suscita le ire di Washington. I fondi asiatici, i cinesi in particolare, accanto alle loro esigenze finanziarie e di portafoglio hanno anche la funzione di sostenere al massimo il ruolo degli Usa quale economia di importazione globale. Essi si assumono direttamente un ruolo macroeconomico dato che se gli Usa cessassero di fungere da catalizzatore delle esportazioni nette cinesi, verrebbe meno la chiusura del circuito che permette l'accumulazione in Asia. E su questo punto i fondi sovrani seguiranno le politiche dello stato cinese senza un minimo sgarro.

(Joseph Halevi)

Pubblicato il 23/2/2008 alle 11.49 nella rubrica Comunismo.

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