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Ginnastica precaria

 

E' uno dei settori più selvaggi e con il maggior sfruttamento: basti pensare che neanche il 10% degli addetti è inquadrato con il contratto nazionale, e il resto naviga nel mare magnum della precarietà e del lavoro nero. Sono gli operatori dello sport, gli istruttori delle palestre, delle piscine e dei sempre più numerosi centri di fitness/wellness che fioriscono nella penisola. Si calcola che sono circa 600 mila gli addetti in Italia, ma il contratto nazionale ne copre a stento 50 mila. La Cgil - in particolare il Nidil - ha diffuso oltre 500 questionari tra gli operatori, a partire dalla fiera del Wellness di Rimini, dello scorso maggio, e poi cercando contatti nei centri sportivi: ma già far emergere le storie sommerse è complicato, e la consapevolezza dei propri diritti tra questi «nuovi operai» è minima. Fa impressione che ben il 62% degli intervistati ha dichiarato di non sapere che il sindacato può lavorare per la loro tutela.
Non solo le retribuzioni risultano basse, ma per un combinato di varie leggi, i tanti precari dello sport spesso non sono coperti neppure sul fronte dei contributi, all'Inps e all'Inail, e dunque non si stanno formando una pensione né si tutelano contro gli infortuni (a parte quei pochi che stipulano un'assicurazione privata).
Quanto ai contratti, solo il 16% degli intervistati ha un tempo indeterminato, il 47% è precario (a termine, in collaborazione, in partita Iva, in apprendistato), e addirittura il 37% non ha contratto, dunque è in nero. Sette precari su 10 dichiarano di non aver scelto la propria condizione, e ben il 75% è precario o in nero addirittura da dieci anni. Grave il dato sugli over 40: ben il 64% è ancora precario. E dire che hanno un'alta professionalità: l'84% ha una qualifica riconosciuta, dalla laurea Isef ai titoli Coni.
Il lavoro nello sport non è un «lavoretto» o un hobby: sette operatori su dieci (67%) lo svolgono per trarne la prima fonte di reddito, e solo per il 24% è un'attività secondaria (appena l'8% lo fa per passione e non per lavoro). Il 73% lavora con lo stesso committente da più di un anno. Per la maggior parte dei casi (oltre l'80%) il reddito è inferiore ai 15 mila euro annui: in particolare, oltre il 30%b percepisce meno di 5 mila euro annui, e un buon 20% si trova tra 5 mila e 7500. Vuol dire insomma che un «salario» mensile, almeno quello dichiarato, va dai 400 ai 600 euro.
Il lavoro nero è incentivato dalle stesse leggi (la 342/2000 e la 289/2002, che allarga il principio ai cococò addetti a compiti amministrativo-gestionali). Queste norme assimilano i compensi degli addetti dello sport ai «redditi diversi da quelli da lavoro dipendente», agevolando fiscalmente chi sta sotto i 7500 euro annui: il lavoratore non paga l'Irpef, e i datori di lavoro sono esentati dal pagamento di contributi a Inpse e Inail. Si invogliano dunque le imprese a non contrattualizzare gli addetti come dipendenti, facendo figurare che stanno sotto i 7500 euro (non a caso il 55% dichiara redditi inferiori) e pagando eventuali altre ore in nero. Ma il risultato è che il lavoratore non si iscrive mai a Inps e Inail.
E non è che gli infortuni siano bassi: un lavoratore su tre (31%) si è infortunato sul lavoro, e oltre la metà (il 54%) ha dovuto recarsi al lavoro nonostante una malattia o infortunio. Ben il 29% non ha neanche un'assicurazione privata.
Ultima a intervenire è stata la legge 30 (276/2003), che, come per i giornalisti, ha confermato l'uso dei cococò nel settore, ed escluso i contratti a progetto. Dunque non c'è neanche il pensiero di giustificare un progetto. «Al legislatore - spiega Roberto D'Andrea, segretario nazionale Nidil Cgil - chiediamo di eliminare il regime di favore sotto i 7500 euro, in modo da indirizzare i lavoratori verso il contratto». Quanto alle controparti, la Slc Cgil ha chiesto a Confcommercio un tavolo per il rinnovo già a dicembre, ma non ha mai ricevuto risposte.

(Antonio Sciotto)

Pubblicato il 23/2/2008 alle 15.34 nella rubrica Politica.

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