Blog: http://pensatoio.ilcannocchiale.it

Capitalismo senza faccia

 

Dagli anni Ottanta si è assistito ad un'estensione della nozione di mercato finanziario, con l'accresciuto ruolo di vari soggetti a partire dalle banche, che in molti ordinamenti hanno ottenuto la prerogativa di creare prodotti finanziari, di acquisire partecipazioni rilevanti in imprese e di produrre in proprio gli strumenti per sostenere tali imprese, spesso attingendo a piene mani alle innovazioni dell'ingegneria finanziaria. Simili processi non solo hanno modificato la nozione stessa di rischio per milioni di utenti bancari, inseriti senza troppa consapevolezza nel mercato finanziario, ma hanno anche alterato la catena di controllo delle società, amplificando a dismisura i conflitti di interesse tipici delle «banche miste».
La stessa ingegneria finanziaria ha poi permesso alle banche proprietarie di distribuire i pericoli delle operazioni aperte creando appositi strumenti-veicolo che determinano l'invisibilità delle esposizioni e delle filiere di controllo.
Accanto al nuovo ruolo delle banche, esiste il peso crescente dei fondi, hedge e private, che comprano con un forte effetto leva, destinato a costringerli a rispondere in termini brevissimi ai loro sottoscrittori, con la conseguenza della «trimestralizzazione» degli andamenti perseguiti. In questo senso, la distinzione tra fondi «attivisti», che intendono cioè partecipare alla gestione delle imprese finanziate, e fondi neutrali pare abbastanza debole visto che entrambe le tipologie devono rispondere ai loro sottoscrittori sulla base delle ricordate scadenze molto ravvicinate, estranee ad una nozione duratura di «proprietà».
Soprattutto i fondi hedge hanno ulteriori controindicazioni in relazione alla struttura proprietaria; il fatto di ricorrere all'indebitamento per finanziarsi, con un'incidenza sulle disponibilità effettive che supera di molto la capitalizzazione, e la logica del breve termine non consentono di sapere in realtà a chi appartengano nei diversi momenti della loro esistenza e dunque di chi siano dipendenti i lavoratori delle imprese acquistate. A causa degli strumenti che utilizzano, non di rado tali fondi coprono infatti il finanziamento con il loro capitale per una percentuale pari al 20%, mentre il restante è frutto di debiti, che hanno bisogno, per essere sostenibili, di tassi molto bassi.
La mancanza di una struttura proprietaria stabile porta con sé rischi di insider trading destinati a stravolgere il valore «reale» degli asset a cui i fondi non sono mai legati in modo duraturo. L'essere fuori dalle Borse accentua questa opacità, che si estende alle società in cui tali fondi decidono di entrare; ma anche nel caso in cui i fondi scelgano di quotarsi, come ha fatto Blackstone, permane il pericolo che diventino delle gigantesche investment bank, senza sopportarne il costo fiscale e senza sottomettersi alle regole previste per tali funzioni.
Proprio la vicenda Blackstone permette di allargare ancora il ventaglio dei problemi in quanto nel suo capitale ha fatto ingresso uno degli ormai noti fondi sovrani in mano del governo cinese, con l'acquisizione di una quota del 10%. Un fondo opaco risulta così partecipato da uno Stato del tutto estraneo a forme democratiche sia in campo politico che in quello economico; se tale fondo controlla pezzi del sistema produttivo in varie parti del pianeta, l'idea che il mercato abbia regole a cui i players devono rispondere, sulla base di una non mai chiarita «reciprocità» appare assai debole. Ai fini della trasparenza della catena della proprietà societaria certo non giova neppure il continuo abuso che i fondi fanno dei paradisi fiscali. Qualche preoccupazione in tal senso emerge parimenti in relazione alla proprietà delle imprese cinesi, dove accanto allo Stato compaiono investimenti diretti esteri che provengono per quasi 15 miliardi da paradisi fiscali, contro i 3 miliardi provenienti «formalmente» dagli Usa e i 4,5 dal Giappone.
Altrettanto complesso è capire chi siano gli azionisti cinesi di un gruppo come Petrochina che nel 2007 ha messo sul «mercato» alla Borsa di Shanghai, di fatto chiusa agli investitori esteri, il 13% del suo capitale e ha raggiunto un valore complessivo di 1000 miliardi di dollari, divenendo la prima società al mondo per capitalizzazione con una cifra pari circa alla somma della seconda e della terza società in classifica, ExxonMobil e General Electric. L'ossimoro di un capitalismo senza faccia - o dalle tante facce estranee al mercato in senso stretto - pare una prospettiva per nulla astratta.

Pubblicato il 1/3/2008 alle 13.39 nella rubrica Articoli.

Il Cannocchiale, il mondo visto dal web