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La crisi della moneta Usa

A causare l'ulteriore deprezzamento della divisa Usa è stata una raffica di dati negativi, accompagnati dall'udienza tenuta dal presidente della Fed, Ben Bernanke, davanti al Congresso (si vedano gli articoli qui sotto). La conferma della propensione «ribassista» della Fed in materia di tassi è diventata un segnale al mercato traducibile in «disfarsi dei dollari in eccesso». Per avere un'idea della debolezza della moneta Usa si può certo fare riferimento all'euro, ma un esempio può essere illuminante: quando Lula salì alla presidenza del Brasile, il primo gennaio 2003, per comprare un dollaro ci volevano 4 real; ieri ne bastava 1,6. Non è semplice spiegare la portata globale di questa svalutazione. Ma certo implica un declino - che al momento pare inarrestabile - della potenza statunitense; e che si riflette, non a caso, in Sudamerica, in un'autonomia altrimenti impensabile del subcontinente.
Il terreno su cui però si realizzano i maggiori effetti è certamente quello delle commodities, le merci-base dell'economia: energia, cereali, materie prime in genere. Qui i prezzi sono letteralmente esplosi nel corso degli ultimi due-tre anni. E ancora una volta non si può imputare la responsabilità al solo dollaro franante. Come spiegava ieri Lorenzo Bini Smaghi, membro italiano dell'esecutivo della Banca centrale europea, questa crescita «è motivo di grossa preoccupazione, perché i prezzi aumentano anche per riflettere la scarsità delle risorse naturali; fenomeno su cui non esiste una ricetta». Si tratta di una delle prime clamorose ammissioni di impotenza fatta da uno dei massimi responsabili della politica monetaria europea. Fin qui, infatti, ci avevano tutti ammannito la solita storiella tranquillizznte del «c'è petrolio in abbondanza, per almeno 40 anni». Solo oggi spunta - mentre numerosi scienziati lo spiegano da anni - «la scarsità delle risorse naturali». Un'ammissione sarebbe comunque un primo atto di ravvedimento, se fosse però accompagnato da un suggerimento su come cambiare le politiche economiche (monetarie ed energetiche) perseguite fin qui. Invece niente: Bini Smaghi si preoccupa soprattutto di «evitare che gli aumenti inneschino una ripresa dell'inflazione». Il come farlo resta ignoto, ma non si può fare a meno di ricordare che per gli economisti tutte le merci vengono prodotte; mentre le risorse naturali sono per definizione non riproducibili. Una volta finite, o rese «scarse», non si ricostituiscono.
La principale di queste merci - il petrolio, così come il gas o il carbone - crescono perciò di prezzo perché l'offerta (ossia l'estrazione) non riesce a tener dietro alla domanda. Si può anche tradurre: non ce n'è abbastanza.
Ieri il prezzo internazionale, al Nymex di New York, ha superato ad un certo punto i 102 dollari al barile (nuovo record assoluto), ovvero 68 euro. Poi la pubblicazione dei dati sulle scorte di carburanti negli Usa - leggermente superiori alle previsioni secondo il Dipartimento dell'energia (statale), ma leggermente inferiori secondo quelle dell'American Petroleum Institute (privato) - ha provocato per un paio d'ore una rapida discesa, fino ai 99,7 dollari. Poi deve essere prevalsa una lettura più attenta dei dati (con una risalita a 100,90). Da cui emerge che le scorte attuali (308,5 milioni di barili), pur essendo «superiori alle previsioni» sono pur sempre molto inferiori (in termini realissimi) a quelle dello scorso anno (327 milioni). E ancora non si è verificata la temuta decisione dell'Opec: ridurre la produzione, visto che viene ritenuta «più che sufficiente» ad alimentare il mercato.


(Francesco Piccioni)

Pubblicato il 2/3/2008 alle 2.38 nella rubrica Articoli.

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