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Il Kosovo è un precedente

 Cosa cambia allora con il precocissimo riconoscimento della secessione kosovara? Letteralmente tutto. Hanno un bel dire gli Stati uniti e alcuni stati europei (Italia in testa) che il Kosovo costituisce un «caso a parte», che non crea un precedente nell'ordinamento internazionale. Proprio la mancanza di argomenti coerenti a favore dell'unicità del Kosovo ha portato buona parte dei paesi membri dell'Unione europea a opporsi all'indipendenza. Restando in Unione europea, la stessa unicità è rappresentata dalla Cipro-turca, che dal 1974 è di fatto separata dalla parte meridionale dell'isola (che, facendo un rapido conto, fa molto più dei dieci anni di separazione di fatto del Kosovo). Un caso, quello cipriota, che avrebbe già dovuto far riflettere sull'imparzialità dell'Unione europea in tema di condizionalità, di accordi di preadesione e di adesione per gli stati candidati o potenzialmente tali. Non deve quindi stupire se Cipro è fra i più strenui oppositori al riconoscimento del Kosovo.
Ma, e sia detto per inciso, la secessione unilaterale del Kosovo non costituisce affatto un caso sui generis ma una violazione del diritto internazionale. Il Kosovo paradossalmente rappresenta anche la «prima» secessione nel continente europeo a violare il principio dell'intangibilità dei confini, dal momento che non si tratterebbe più solo di riconoscere delle nuove frontiere dal punto di vista del loro statuto politico, ma da quello del loro tracciato. La logica che aveva governato, infatti, la nascita di nuovi stati negli anni Novanta del Novecento era stata quella di riconoscere solo le entità che costituivano unità amministrative federali territorialmente definite dai confini interni e non le entità semplicemente autonome all'interno delle federazioni.
Non solo, la secessione del Kosovo non sarebbe più mascherabile sotto la «rassicurante» veste del diritto, internazionalmente riconosciuto, all'autodeterminazione dei popoli. Sotto quella veste la Commissione Badinter era riuscita, strategicamente per quanto in modo del tutto inappropriato, a affermare la liceità delle secessioni delle Repubbliche jugoslave. Se il collasso della Jugoslavia era stato fatto rientrare nel paradossale teorema secondo cui l'intangibilità delle frontiere, al di là della loro moltiplicazione, è salvaguardata quando il principio dell'integrità territoriale non viene applicato solo alle frontiere internazionali ma anche a quelle federali, con il Kosovo indipendente si metterebbe fine a questa sorta di conservatorismo giuridico-territoriale.
A comprendere politicamente la natura giuridica della secessione in generale, e di quella kosovara in particolare, e a esplicitarlo nelle opportune sedi (Onu e Ue), restano la Russia e la Spagna. Al di là delle loro singole motivazioni, quello di cui sembrano consapevoli i due paesi è la conseguenza che essa può avere sulla stabilità internazionale. La specificità della secessione sta nel suo essere forma di dislocazione delle frontiere e sintomo di tensione del confine, mentre i fenomeni relativi sono espressione di una crisi d'ordine che investe oggi la comunità e l'ordinamento internazionale. Essa priva di ogni sacralità la fissità dei confini, fondamento della comunità internazionale, e minaccia una delle supernorme internazionali, il diritto degli stati all'integrità territoriale. Il timore che essa eroda la sovranità esterna degli stati, minata proprio dalla moltiplicazione di essi, e si riveli una minaccia in grado di sovvertire l'ordine giuridico e politico modificando il quadro della realtà internazionale, è il motivo per cui sino ad oggi aveva prevalso la tesi che non andassero messi in discussione quegli elementi di stabilità che hanno caratterizzato le esigenze della comunità internazionale dopo la fine del secondo conflitto mondiale. Viene da domandarsi se stiamo assistendo alla fine del timore per la frammentazione dello spazio mondiale e all'emergere di strumenti giuridici idonei a superare la fissità delle frontiere.
Se anche così fosse, d'ora innanzi più che sull'obsolescenza bisognerà soffermarsi sulla costante (e a volte drammatica) rilevanza dei confini. Le rivendicazioni secessioniste, infatti, non sono dirette a estinguere lo stato e l'istituto del confine, ma alla costruzione di un nuovo stato e al disegno di nuovi confini. La secessione è ancora politica entro lo stato e non oltre lo stato. È l'infinita voglia di statualità, l'infinita voglia di «scegliere con chi vivere» a essere propria del fenomeno secessionista, da cui deriva la pretesa di sovranità per decidere chi escludere, con chi non voler vivere. Le rivendicazioni secessioniste valorizzano in ultima analisi lo stato e i suoi confini e la proliferazione di confini non fa che limitare ulteriormente la libertà di movimento dei singoli.
Quello a cui mirano i movimenti secessionisti è la piena coincidenza fra nazione, popolo e stato. Ma resta sempre uno spazio di non coincidenza fra stato e nazione. Uno spazio che si mostra nelle strategie messe in atto per raggiungere tale coincidenza, ovvero la necessità degli spostamenti di persone nei casi di difficoltà territoriale. Esso si esprime anche nelle conseguenze successive all'atto di separazione, ovvero nell'imbrigliamento di individui all'interno del nuovo stato di cui non riconoscono la legittimità e ai quali resta l'esercizio della forma individuale della secessione, la migrazione. E ancora si manifesta nella presenza costante di nuove minoranze all'interno delle nuove aggregazioni statali. La richiesta di sempre nuovi confini e di sempre nuove sovranità statuali nell'intento di trovare la piena reciprocità fra popolo, nazione e stato non fa che mostrare come nei nuovi stati potrà sempre esistere una nuova minoranza decisa a rivendicare lo stesso diritto esercitato da quella maggioranza che si era considerata una minoranza in un altro stato. È in questo perdurante spazio di non coincidenza che si dà ragione delle numerose richieste di secessione e che si mostra il paradosso più significativo: che la proliferazione di nuovi stati non porti, al di là di un certo numero «critico», a mettere in discussione la sopravvivenza stessa del sistema degli stati. Costringendoci, forse e una volta per tutte, a ripensare i concetti classici relativi alla natura e alla struttura di quella forma di spazialità politica, lo stato, intorno a cui si è strutturata la modernità.

(Costanza Margiotta)

Pubblicato il 5/3/2008 alle 0.28 nella rubrica Articoli.

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