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Indici in giù per l'economia Usa

 

L'America dei record è un pilastro dell'immaginario occidentale. E in questi giorni ne sta macinando in continuazione. Solo che ora sono primati tutti negativi; e comunicano panico, non più fiducia nel futuro del business. Ieri ce n'è stata una raffica. Il petrolio ha sfiorato i 104 dollari al barile (103,90), il dollaro è sceso fino a 1,5275 contro il dollaro (ridotto quasi al livello del franco svizzero), l'oro è salito a 990,30 dollari l'oncia. Non sono mancate «migliori prestazioni» su numerose merci e commodities meno blasonate. Ma queste bastano e avanzano.
Se la circolazione capitalistica è un sistema idraulico a ciclo perpetuo, deve essere saltato qualche tombino nei gironi più bassi. I mutui subprime sono stati la scintilla che ha dato fuoco alla prateria del credito senza garanzie, ormai una pratica abituale in un mercato che poteva «solo crescere». Ma l'incendio ha toccato subito i prestiti interbancari, e ora anche le società di riassicurazione. Colossi dal patrimonio inconcepibile (e dall'esposizione conseguente) sono quasi in ginocchio. Pochi giorni fa Warren Buffett, il mitico «oracolo di Omaha», si era detto disposto a sostituire queste società nella garanzia di 800 miliardi di dollari sui bond delle municipalità statunitensi (gli «enti locali», convinti negli anni scorsi a mettere sul mercato obbligazioni). Ieri ha spiegato di averci ripensato. I conti dovevano essere messi molto peggio di come sperava.
La crisi finanziaria oscura quella monetaria, ma non la cancella. Il dollaro è una moneta ormai in caduta libera. Per sostenerla - altrimenti salterebbe anche la strategia della Federal Reserve - si sono spesi ieri sia il seretario al tesoro Usa, Henry Paulson, che il presidente della Banca centrale europea, Jea-Claude Trichet. Per qualche ora funziona (e fa arretrare di un mezzo centesimo il valore dell'euro), ma non inverte la tendenza. E ora l'Europa ha paura di vedere la propria crescita azzerata dalla recessione d'oltreoceano, che si traduce in una chiusura dei mercati fin qui più importanti per le proprie merci (tranne che per la Germania). L'ulteriore riduzione dei tassi di interesse Usa è ormai certa, ma è un'arma abbastanza spuntata (il Giappone, per esempio, li ha da una vita allo 0,5%; cosa riduce?).
Il prezzo del petrolio e di altre materie prime (anche, o forse soprattutto, alimentari) sta contemporaneamente stimolando l'inflazione. E nemmono la «voce», peraltro non confermata, che l'Opec potrebbe decidere di aumentare la produzione di 500mila barili al giorno è servita a ridurne la quotazione. Il commissario europeo all'economia, Joaquin Almunia, è ricorso a un eufemismo, ieri: «abbiamo qualche problema dal lato dell'inflazione, ma pensiamo sempre che l'economia stia crescendo». Il tutto per negare lo spettro della stagflazione (alti prezzi anche con l'economia ferma) stile anni '70. Il pericolo è che la Bce reagisca in modo dottrinario alla crescita dei prezzi innescata dai «ragioni esogene» (come l'energia), rialzando i tassi di interesse nel momento peggiore; ne verrebbe fuori una recessione anche inEuropa, dalle dimensioni imprevedibili.
Ha dato voce a queste preoccupazioni Dominique Strauss-Kahn, neo-presidente «socialista» del Fondo monetario internazionale su indicazione di Nicolas Sarkozy. «Stiamo assistendo a grosse distorsioni tra le valute», perché la Bce è «ultra-potente» e non viene bilanciata da alcuna controparte politica. L'auspicio di una riduzione dei tassi non poteva esere più diretto. E Strauss-Kahn ha rincarato al dose suggerendo «ai paesi con le finanze in buono stato di implementare misure di stimolo fiscale», sulla falsariga di quanto già deciso dall'amminsitrazione Bush. Consapevole di aver profferito un'eresia, ha poi concluso spiegando che «l'Fmi non invita per forza sempre i governi a stringere i cordoni della borsa». Nulla da dire, sul piano teorico; ma se persino il Fmi arriva a chiedere «più spesa pubblica» (per quanto di tipo non keynesiano), vuol dire che la situzione deve essere tragica. Quantomeno.
In questa tempesta generalizzata, che aveva provocato il tracollo delle borse asiatiche (Tokyo -4,49%, Hong Kong -2,9) e il lamento di quelle europee (in media -1,5%), spiccava Wall Street in pareggio. Come se la parola d'ordine fosse «non possiamo scendere ancora, non sappiamo dove ci potremmo fermare». Poi, nell'ultima ora, cedeva quasi un punto percentuale.


(Francesco Piccioni)

Pubblicato il 9/3/2008 alle 14.30 nella rubrica Articoli.

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