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Mercato speculativo e guerre del pane

 Immaginate che per qualche malaugurato evento scoppi un incendio nel Parco Nazionale d'Abruzzo. Cosa pensereste delle autorità se si mettessero a dissertare sul riscaldamento globale invece di provare a spegnerlo? Certo, non si può negare che l'aumento delle temperature favorisca gli incendi, ma mettersi a discutere di riduzione delle emissioni invece di mandare i pompieri sarebbe considerato folle e criminale. E' esattamente quello che sta succedendo da quando il prezzo del petrolio ha cominciato a salire: all'ennesimo record - siamo ormai sui 120 dollari al barile - ecco che i vecchi temi cari all'ambientalismo vengono rispolverati in chiave sviluppista. L'esaurimento dei combustibili fossili - il famoso picco petrolifero - viene sbandierato per chiedere la riconversione delle colture agricole alla produzione di energia mentre la preoccupazione per l'aumento delle emissioni inquinanti viene cavalcata per rilanciare il nucleare. E' vero: il petrolio è destinato ad esaurirsi come tutte le risorse non rinnovabili (che non si rinnovano, quindi finiscono) ma se si vuole spegnere l'incendio degli attuali aumenti bisogna considerare ciò che sta accadendo sui mercati finanziari oggi, e non cosa accadrà sul pianeta fra venti o trent'anni.



In realtà le fiamme che stanno spingendo il mondo nel gorgo della recessione economica sono le stesse che consumano i salari dei poveri alle prese con lo spaventoso aumento dei prezzi dei generi alimentari. Le rivolte del pane, che pensavamo archiviate con il Secolo breve, scoppiano da Haiti a Giakarta, ovunque le produzioni locali sono state distrutte dalla frenesia del mercato globale. Riso, grano, mais e soia sono diventati, esattamente come il petrolio, oggetto di speculazione di quei capitali senza scrupoli - gli hedge funds - che prima hanno razziato sul mercato immobiliare e poi si sono rivolti altrove. I capitali in fuga dai subprime si sono riversati sui futures alimentari (prodotti finanziari che scommettono sui prezzi futuri) scambiati nella borsa di Chicago, facendo letteralmente lievitare i prezzi ben prima che l'idiozia dei biocombustibili pretenda il suo contributo.
Allo stesso modo i capitali si sono riversati sui prodotti energetici: prima di essere venduto ogni barile di petrolio viene scambiato migliaia di volte fra traders che non hanno nulla che fare con il mondo dell'industria petrolifera o energetica, aumentando in modo esponenziale di prezzo a ogni passaggio. I traders ci guadagnano e gli automobilisti - e i camionisti, i produttori, i consumatori eccetera - piangono.
Normalmente, quando il mercato si fa troppo "nervoso", la borsa ha un metodo infallibile per arginare i danni: per preservare il mercato azionario dalle avventure speculative i titoli di determinate compagnie possono venire sospesi per eccesso di rialzo o di ribasso - come è avvenuto con l'Alitalia più volte nelle ultime settimane. Per quale motivo, invece di rischiare la recessione globale, non si sospendono almeno le contrattazioni più avventate - come le varie opzioni o scommesse sui prezzi futuri del grano o dell'oro nero? E perché, invece di distribuire cibo per fronteggiare la carestia globale - mandando in rovina i contadini poveri che non troveranno più acquirenti per i loro prodotti - non si sospendono le contrattazioni su questi vitali prodotti? Non stiamo parlando ovviamente di togliere dal mercato le derrate alimentari ma di impedire lo scambio di titoli che con la produzione effettiva non hanno nulla a che fare.
Impossibile? Utopico? Niente affatto. Stupisce se mai che alle nostre latitudini nessuno ne abbia ancora parlato. Un segnale in questa direzione viene dalla borsa di Addis Abeba: nel primo mercato azionario dell'Etiopia, inaugurato questa settimana, i futures sulle derrate alimentari sono tassativamente proibiti. Certo, è una borsa piccola, povera e per di più statale - la Ecx di Addis Abeba è infatti a capitale pubblico - ma, proprio per questo, può dire ad alta voce quello che altri fanno in sordina. L'India ad esempio, che di mercati azionari ne ha ben tre - e considerando la crescita economica del popoloso paese sono realtà finanziarie di tutto rispetto - ha sospeso gli scambi di futures alimentari per ben due volte nel gennaio del 2007. Iniziative che sono destinate ad avere ben poco impatto sui prezzi finché rimangono isolate - cioè finché le speculazioni possono continuare a far salire le tariffe andando a puntare le loro fiche altrove - ma difficilmente si potrà arginare la crisi globale senza mettere mano alle follie della finanza.

(Sabina Morandi)


Pubblicato il 28/4/2008 alle 12.9 nella rubrica Politica.

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