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Bush e l'offerta di petrolio

 

Il presidente George W. Bush si è incontrato a Riyadh con il re saudita Abdullah. Nel frattempo i suoi funzionari incontravano i ministri e la corte. Era la replica di una farsa già vista, anche di recente, ma che ha sempre appassionati e attenti spettatori. Era infatti per Bush la seconda visita dell'anno all'alleato, dopo quella di gennaio; e se altre riprese dello spettacolo, prima della conclusione del mandato, nel gennaio del 2009, sono improbabili, non si può mai sapere...
Bush, trasferitosi in Egitto, ha poi lasciato intendere ai giornalisti di essere insoddisfatto per l'aumento di produzione annunciato, in seguito alle pressioni americane, dal ministro del petrolio saudita Ali al-Naimi. Si tratta di 300 mila barili al giorno (b/g), pari a un trentesimo della produzione attuale che portereranno la produzione a 9,45 milioni di b/g. L'Arabia assicura che potrebbe raggiungere quel livello già in giugno. Del resto nel 2007 l'Arabia saudita ha prodotto 9.99 milioni b/g, seconda solo alla Russia che l'ha superata di 79 mila b/g.
L'infelicità di Bush rispecchia il prezzo della benzina nel suo paese, arrivato a un dollaro al litro alla pompa. Un prezzo altissimo, intollerabile, anche se è in pratica è la metà del prezzo alla pompa italica. In ogni caso il prezzo alla pompa, da gennaio, quando il petrolio aveva raggiunto i fatidici 100 dollari al barile e la benzina costava 3,06 dollari al gallone (un gallone equivale a 3,79 litri) a oggi, con il petrolio prossimo ai 128 dollari al barile, è cresciuto di un quarto: il gallone è arrivato a 3,78 dollari, quanto alla benzina; mentre il diesel, che in Italia ha raggiunto la benzina, costa in Usa assai di più, 4,39 dollari.
Il presidente americano ha lamentato - anche attraverso le parole della portavoce Dana Perino - le difficoltà crescenti che si registrano per i suoi concittadini a basso reddito. E non si è limitato a questo, lasciando intendere che in tal modo, con gli alti prezzi petroliferi, l'economia della locomotiva americana non riuscirà a crescere secondo le sue possibilità, trascinando il mondo con sé in una fase di crescita, desiderata da tutti indistintamente i governi. «L'offerta di petrolio è troppo bassa, la domanda troppo alta. Aumentando l'offerta saremmo tutti avvantaggiati». Ma nessuno gli ha datto retta, neppure in patria. Il presidente è rimasto molto contrariato anche per la recente sconfitta del suo partito al senato in tema di sfruttamento del petrolio dell'Alaska, di fronte al voto contrario della maggioranza democratica, 56 a 42. «Quelli che strillano all'Arabia di aumentare la produzione sono poi proprio gli stessi che combattono contro l'esplorazione in patria, il rilancio del nucleare, le nuove raffinerie».
A una voce, i maggiorenti arabi hanno però risposto con sufficiente brutalità. Accontentatevi di quel che facciamo. Se il petrolio costa tanto è perché il dollaro vale poco: affar vostro. Anche la maledetta speculazione che incide notevolmente sul prezzo, la gestite voi, non certo noi. E' la domanda che è troppa, infine - la logica non fa una grinza - non l'offerta troppo scarsa. E la domanda cresce per la pressione dei paesi in via di sviluppo. La nostra offerta va bene così. Se volessimo, potremmo però aumentarla di due milioni b/g.
Negli antichi tempi l'effetto di questo annuncio avrebbe fatto crollare il prezzo del petrolio. Allora tutti - produttori e consumatori - avevano paura dei ministri del petrolio sauditi. Ora non è più così. La replica è venuta da Tehran. Tehran vale 4,3 milioni di b/g, il quarto posto nel mondo: un taglio sarebbe disastroso. «Non intendiamo, per ora, produrre meno petrolio nell'ambito del riparto Opec». Lo ha detto il ministro iraniano per il petrolio, Gholamhossein Nozari. La speculazione, aborrita da al Naimi, darà più spazio agli eventuali due milioni in più dei sauditi, o all'eventuale taglio, non precisato, degli iraniani? Vogliamo scommettere?

(Guglielmo Ragozzino)

Pubblicato il 27/5/2008 alle 4.0 nella rubrica Articoli.

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