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L'appiattimento di Bankitalia

  Il tavolino della politica economica ha la terza gamba: dopo il governo e la Confindustria, a dare stabilità ieri è arrivata Bankitalia. La quarta gamba (quella sindacale) è, invece, ancora un po' zoppa, visto che la Cgil - al contrario di Cisl e Uil - non è ancora perfettamente allineata. L'appiattimento è generale: lo dimostra il consenso per la relazione di Draghi. Non poteva essere altrimenti. Il governatore ha tessuto lodi per tutti. Per i progetti di Brunetta e Tremonti; per gli sforzi del precedente governo; per il federalismo fiscale della Lega; per la bravura delle imprese italiane che si sono confrontate con la globalizzazione; per le banche italiane molto «accorte», salvo una tiratina d'orecchie sulla trasparenza. E la crisi finanziaria? Draghi ha un alibi: lui già nel 2006 aveva richiamato «l'attenzione sugli squilibri che si erano determinati» a causa dell'innovazione finanziaria.Chi invece non si era accorto di nulla (o aveva fatto finta di non vedere) erano state le istituzioni globali e le banche centrali che, per evitare una crisi «sistemica», sono dovute intervenire iniettando enormi masse di liquidità.
Nelle «Considerazioni» di Draghi c'è molta logica, soprattutto quando affronta le distorsioni del sistema economico italiano in crisi di crescita (e di produttività) da un decennio. Il governatore non è omertoso, ma sfuma le responsabilità. Quasi che la crisi attuale sia colpa di un «destino cinico e baro». E visto che il modello di riferimento è la globalizzazione tutto deve essere piegato alla necessità di competere. Cioè del capitale.
Draghi fa un lungo elenco di quanto non va: al contrario di quanto predicava il suo primo maestro - Federico Caffè - al centro non ci sono mai le persone, ma le compatibilità. L'uso di alcune parole e concetti ne è la prova. Si parla genericamente di caduto dei consumi; di salari che crescono meno dell'inflazione; di pressione fiscale troppo alta per chi paga le tasse. Cosa significa tutto questo? Semplice: l'inflazione sta accelerando la disuguaglianze (parola mai usata da Draghi) distributive e i soggetti forti (anche con l'evasione fiscale) mangiano quote di reddito dei soggetti deboli. Che gli effetti dell'inflazione non si distribuiscono in maniera proporzionale, nel volume della «Relazione» è scritto, ma Draghi non l'ha detto: l'uguglianza non è obiettivo dei governatori.
Un tempo in via Nazionale si sosteneva (il primo fu Carli) che le liberalizzazioni erano necessarie per evitare le interferenze della politica. Oggi privatizzazioni e liberalizzazioni vengono rilanciate come panacea per ridurre le posizioni di rendita e dare più competitività a un sistema economico sempre più duale dove larga parte dei settori produttivi non innova e tira a campare pagando bassi salari. La questione salariale è la vera emergenza, e dividere i lavoratori sminuendo i contratti nazionali non può che portare a nuovi squilibri all'interno della stessa classe. E innalzare - lo chiede Draghi - l'età di pensionamento, rilanciando i fondi pensione (con quali risorse, visti i bassi salari?) non serve di certo a far crescere la produttività, ma ad aumentare il malessere.

(Galapagos)

Pubblicato il 9/6/2008 alle 1.1 nella rubrica Articoli.

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