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Le bugie e i ricatti di Bush

 

Il presidente degli Stati Uniti George W. Bush finisce sul banco degli imputati per la guerra in Iraq. La commissione sull'intelligence del Senato americano lo accusa di aver mentito sulle prove ottenute dagli 007 pur di iniziare il conflitto.
La notizia non è nuova. Ma, come ha sottolineato ieri il New York Times, i membri della commissione senatoriale hanno preparato «il rapporto finora più completo per stabilire che i decisori politici hanno sistematicamente dipinto un'immagine sull'Iraq molto più nera di quanto era giustificabile dall'intelligence disponibile».
L'atto di accusa è contenuto in 170 pagine che ripercorrono le dichiarazioni pubbliche di Bush e di altri esponenti di spicco dell'amministrazione: c'è un'evidente differenza tra le infuocate dichiarazioni per entrare in guerra e le incertezze (e talvolta i conflitti) che c'erano tra gli 007.
John D. Rockefeller IV, capo democratico della commissione, ha detto che «il presidente e i suoi consiglieri, all'indomani degli attacchi dell'11 settembre, hanno intrapreso una campagna pubblica implacabile per usare la guerra contro al Qaeda per giustificare il rovesciamento di Saddam Hussein».
Sul lato politico, è interessante rilevare che il rapporto è stato avallato non solo dagli otto membri democratici della commissione, ma anche da due esponenti repubblicani: la senatrice Olympia Snowe del Maine e Chuck Hagel del Nebraska.
La Casa Bianca liquida le 170 pagine come una «lettura parziale» di quello che è accaduto, sottolineando che le dichiarazioni pubbliche di Bush e degli altri membri dell'amministrazione erano basate sulle stesse informazioni di intelligence fornite al Congresso, appoggiate anche dai servizi segreti di altri paesi. Su questo punto entra in gioco l'Italia, che ha fornito informazioni di intelligence su un presunto acquisto di uranio dell'Iraq in Niger.
C'è un altro episodio che riguarda l'intelligence italiana, al quale la commissione dedica un rapporto separato di 52 pagine. Tra il 10 e il 13 dicembre 2001, in un appartamento gestito dal Sismi (oggi Aise), ci furono una serie di incontri tra alti funzionari del Pentagono e esponenti iraniani interessati a rovesciare il regime di Teheran.
L'atto di accusa del Senato potrebbe essere utile per il candidato democratico Barack Obama, visto che né il rivale John McCain né l'amministrazione Bush fanno marcia indietro sull'Iraq.
Anzi, secondo quanto scrive Patrick Cockburn sul quotidiano britannico The Independent, Washington sta facendo forti pressioni con Baghdad per avere mano libera nel Paese negli anni a venire, tramite la sottoscrizione di un patto che viene chiamato «alleanza strategica».
«È una terribile breccia nella nostra sovranità», dichiara un politico iracheno a Cockburn, aggiungendo che il patto delegittima ulteriormente il governo di Baghdad, che verrà continuamente definito una pedina degli Stati Uniti.
Secondo la ricostruzione dell'Independent, l'ufficio del vice presidente Dick Cheney sta premendo - tramite l'ambasciatore Usa in Iraq Ryan Crocker - affinché l'«alleanza strategica» sia firmata entro luglio. L'ex presidente iraniano Akbar Hashemi Rafsanjani, ha definito il patto la legalizzazione di «un'occupazione permanente».
Il primo ministro iracheno, Nouri al-Maliki, sarebbe contrario alla firma, ma allo stesso tempo sa che il governo non potrebbe rimanere al potere senza l'appoggio degli Usa. Washington, inoltre, ricatterebbe Baghdad congelando 50 miliardi di dollari iracheni alla Federal Reserve Bank di New York.
Cockburn scrive che i soldi sono «tenuti in ostaggio»: per riscattarli, il governo iracheno deve accettare il patto. Al momento le riserve irachene sarebbero «protette dai pignoramenti giudiziari grazie ad un ordine presidenziale». Se gli Usa non fossero soddisfatti dalle scelte irachene, l'ordine sarebbe rimosso. Questo farebbe perdere a Baghdad il 40% delle sue riserve all'estero.


(Matteo Bosco Bortolaso)

Pubblicato il 17/6/2008 alle 3.27 nella rubrica Articoli.

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