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Il prezzo del petrolio

 

È panico sull'energia. Il prezzo del petrolio sale di oltre 10 dollari in un giorno, passando da 127,8 a 139,01 dollari al barile, per poi chiudere a 138,44. Ma già il giorno precedente aveva fatto segnare un +6 dollari davvero inusuale. Stracciato ovviamente il vecchio record (135 dollari) stabilito solo un paio di settimane fa.
Neppure i segnali sempre più evidenti di recessione americana hanno potuto frenare questa violentissima impennata. Segno che non sono solo di tipo economico le ragioni che spingono in alto le quotazioni. Ieri si è appreso che il tasso di disoccupazione Usa è salito al 5,5%, ben mezzo punto in più rispetto ad aprile (l'aumento maggiore dal 1986); ed è noto che le statistiche americane sono quanto mai improntate all'ottimismo (per capirci: se hai lavorato un'ora nell'ultima settimana non risulti disoccupato, anche se muori di fame).
Le borse stavolta hanno reagito malissimo alla notizia, con Wall Street (-2,5 a un'ora dalla chiusura) che trainava al ribasso tutte le piazze europee (quelle asiatiche seguiranno nella notte). Perdite in genere oltre i due punti percentuali, tranne che per Londra (-1,48%, comunque). In crisi soprattutto i settori più esposti al freddo vento dei rincari energetici (automobilistici, compagnie aeree, ecc) oppure alla crisi del credito (banche e assicurazioni).
Ma è stato il greggio a scandire la danza. Oltreoceano ormai non si nega più che ci troviamo di fronte a una crisi epocale, di sistema. Un report interno alla potente banca d'affari Morgan Stanley, reso noto ieri, prevede un prezzo a 150 dollari entro il 4 luglio (la festa dell'indipendenza Usa). Nelle stesse ore Samir Mirad, consulente della famiglia reale degli Emirati, in Italia per un convegno, ha spiegato che «entro fine anno il petrolio raggiungerà i 200 dollari al barile». Sulla causa di questa corsa devastante si confontano due scuole di pensiero che riflettono interessi economici divergenti: i paesi produttori danno la colpa alla speculazione finanziaria e alle politiche fiscali dei paesi avanzati; le compagnie petrolifere indicano come responsabile la «bassa produzione, nonostante le abbondanti riserve» (Cristophe de Margerie, presidente Total, due giorni fa). La terza spiegazione, quella scientifica, chiama in causa proprio l'impossibilità di aumentare l'estrazione del greggio (di fatto ferma sostanzialmente da tre anni) dato l'ormai imminente raggiungimento del «picco» produttivo. Dopo di che dovrebbe iniziare un calo delle forniture quotidiane. «In attesa del picco», titolava ieri la Cnn un proprio servizio video. Un conto alla rovescia che semina panico.

(Francesco Piccioni)

Pubblicato il 17/6/2008 alle 4.29 nella rubrica Articoli.

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