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La neuroetica

 Immaginiamo una situazione futuribile, ma in realtà già praticabile: un uomo deve decidere se agire in un modo anziché in un altro e le due scelte sono fra loro incompatibili, anzi comportano conseguenze drasticamente diverse. L'uomo non sa decidersi, esita. A questo punto gli viene applicato intorno al cranio un potente macchinario, in grado di registrare l'attività metabolica del suo cervello. Ora il nostro uomo può vedere su un monitor quali aree del cervello si attivano, e con quale intensità, quando riflette alle due alternative fra le quali può scegliere. Pensa all'alternativa A e contemporaneamente vede accendersi, in particolare, due aree cerebrali; pensa all'alternativa B e si accendono quattro aree cerebrali. L'alternativa B sembra coinvolgere un maggior numero di aree cerebrali, perché, così pensa il nostro uomo (dopo aver spento il monitor), forse è quella che ha conseguenze più ramificate, e complesse e dunque imprevedibili. Decide allora per l'alternativa A.
Le conoscenze accumulate dalle neuroscienze sul funzionamento del cervello permettono di analizzare in sempre maggiore dettaglio quel che succede al suo interno quando pensiamo, desideriamo, speriamo e, soprattutto, quando siamo impegnati in una scelta. L'esperimento mentale che abbiamo descritto ci porta in un nuovo campo, quello della «neuroetica», un sapere dai confini assai incerti che «si colloca alla frontiera di neuroscienze e filosofia morale, psicologia, sociologia, pedagogia, diritto», come scrive Laura Boella nel suo Neuroetica. La morale prima della morale (Raffaello Cortina, 2008).
A un primo sguardo lo stesso termine «neuroetica» sembra intrinsecamente contraddittorio; se il campo dell'etica investe necessariamente l'atto di scegliere, quello dell'attività cerebrale, invece, ha a che fare con interazioni chimiche, che si verificano per cause esclusivamente fisiche. Detto altrimenti, per comprendere il funzionamento del cervello non abbiamo bisogno della nozione di scelta. Di fronte alle conseguenze implicate nella conclusione sbrigativa di alcuni scienziati per i quali l'etica ormai non sarebbe più una questione che riguardi la vita giusta, bensì problemi direttamente ed esclusivamente neurologici, uno tra i meriti del libro di Laura Boella sta nel convincerci che si può intendere la neuroetica anche in un altro modo, senza richiedere il sacrificio della filosofia, dei saperi delle scienze umane, e in definitiva della soggettività.
Torniamo all'esperimento mentale dell'uomo che sceglie l'alternativa A. In questo caso, in realtà, non è stato il solo cervello a decidere quale alternativa preferire, né, peraltro, è stata un'entità disincarnata come potrebbe essere (per chi ci crede) la sua anima. Chi alla fin fine ha scelto è comunque la persona nella sua interezza, tenendo conto anche del funzionamento del suo stesso cervello. Stando a quanto scrive Laura Boella, il nuovo sapere contenuto nelle neuroscienze non è detto alluda a un potere estraneo e dispotico rispetto alle nostre esistenze. Introdurrebbe, invece un nuovo fattore che si aggiunge al campo dell'etica, e non pretende affatto di liquidarlo: rispetto a chi vorrebbe trasformare i problemi etici in questioni medico-neurologiche «ben più persuasiva è l'idea che ognuno di noi sia un campo di forze in cui intervengono effetti di potere sociale, economico e culturale, costruzioni simboliche dell'inconscio, meccanismi neurologici e genetici. Questa complessa, certo inquietante, immagine della soggettività non elimina, anzi, paradossalmente, rafforza la questione della responsabilità individuale».
Qui la neuroetica è ancora, pienamente, etica, appunto perché non esclude la «responsabilità individuale». Per capire quali elementi sono in gioco converrà tornare al nostro esperimento mentale. Il nostro uomo, per effettuare la sua scelta tra le due opzioni che gli stanno davanti, deve prima spegnere il monitor. Se non lo facesse cadrebbe in nella situazione paradossale per cui vedrebbe l'attività cerebrale che corrisponde all'osservazione stessa della sua attività cerebrale. In questo caso ogni scelta diventerebbe impossibile, perché verrebbe esclusa dalla spirale autoriflessiva di uno sguardo che osserva l'attività di un cervello che a sua volta controlla quello stesso sguardo che, a sua volta... Chi è, in questo caso, che guarda e chi è osservato?
Quel che si verifica nel paradosso di questo sguardo è che non c'è più posto per chi dovrebbe scegliere; ma senza soggetto non c'è scelta, e quindi non c'è nemmeno etica. Certo, i risultati empirici della neuroetica ci ricordano in ogni momento che non siamo - per riprendere la terribile immagine di Freud riferita all'Io - «padroni in casa nostra».
Ma in quella casa noi viviamo, quello che succede al suo interno ci riguarda, e in qualche misura possiamo anche influenzarlo; per questa ragione, continua Laura Boella, «siamo responsabili fino al punto in cui arriva la nostra capacità di attrarre nella sfera della nostra esperienza, di chi noi siamo, l'insieme di desideri, progetti, significati, vincoli biologici e legami intersoggettivi su cui costruiamo la nostra storia di vita». Rispetto ai maldestri tentativi di alcuni scienziati - per esempio il nobel Kandel con il suo sommario progetto di annettere la psicoanalisi alle neuroscienze - per i quali le nuove conoscenze sul cervello ci permetteranno di risolvere una volta per tutte le interrogazioni filosofiche, il libro di Boella segue un percorso più articolato, che si rivela in realtà l'unico adeguato alla complessità dei fenomeni umani. E c'è anche da dire, in questo senso, che il disagio nei confronti delle tecnoscienze non sempre equivale a un atteggiamento reazionario; al contrario, la scienza, da Marx in poi, è sempre stata considerata une delle alleate principali nel progetto relativo alla emancipazione umana (l'antiscientismo di molta sinistra ambientalista è dunque assolutamente incomprensibile).
Il problema sorge quando la «filosofia spontanea» degli scienziati riduce sbrigativamente la complessità umana a una sola delle sue dimensioni. «Nessuna idea, scientifica o filosofica, della natura umana - scrive ancora Boella - si è mostrata in grado, nel corso della storia, di garantire la convivenza pacifica e il reciproco rispetto fra individui di culture e tradizioni differenti. Ogni generazione, in realtà, ha dovuto tessere da capo la tela dell'umano, cominciare da capo a umanizzare l'umano».

(Felice Cimatti)

Pubblicato il 30/6/2008 alle 6.13 nella rubrica Articoli.

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