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Berlusconi e il Quirinale

 

Qualcosa è cambiato. Le parole sono quasi le stesse ma non è esattamente lo stesso Silvio Berlusconi quello che ieri, a Bruxelles, è ripartito nel suo assalto alle toghe rosse. È più forte. Ha una maggioranza più larga e più condiscendente. E un'unica opposizione parlamentare che fino a l'altro ieri lo considerava uno statista. E adesso annuncia una manifestazione. A ottobre. Poi c'è l'abitudine. Berlusconi che attacca i giudici è il cane che morde l'uomo, una non notizia. Ma un primo ministro che dal Consiglio d'Europa sostiene che chi lo accusa vuole sovvertire la democrazia italiana è un uomo che mangia un canile. Si nota. Il proclama di ieri a Bruxelles - con le urla, i pugni sul tavolo, la faccia feroce - annuncia l'intenzione di una soluzione finale con i giudici. E' isterico ma molto chiaro: «Nel '94 ho visto sovvertito il voto popolare da una minoranza rivoluzionaria di giudici, ho patito 15 anni di persecuzioni per non farlo più accadere».Non è vero, naturalmente. Nel '94 non sono stati i giudici ma Umberto Bossi a scalzarlo da palazzo Chigi. E quando nel 2001 c'è tornato Berlusconi non si è limitato a «patire» ma ha infilato una serie di leggi per scansare i suoi guai: nullità delle rogatorie internazionali, riforma del falso in bilancio, legittimo sospetto e «lodo Schifani» per garantirsi l'immunità totale. Spesso erano le questioni sollevate nell'aula del processo dagli avvocati del cavaliere che venivano trasformate in leggi della Repubblica. Come adesso, che l'emendamento blocca processi è stato scritto direttamente dal suo difensore. Molti giuristi e costituzionalisti e anche il vicepresidente del Consiglio superiore della magistratura hanno detto che si tratta di una norma incostituzionale. Il primo giudizio sulla costituzionalità di una legge, anche di una legge di conversione di un decreto com'è in questo caso, è affidato al presidente della Repubblica. Che quindi non dovrebbe firmarla. Per Berlusconi sarebbe un guaio: sta appunto cercando di bloccare rapidamente il processo Mills dove rischia una condanna a sei anni per corruzione in atti giudiziari. Ieri ha detto che gli interessa il principio generale e che non intende avvalersene, che si farà giudicare. Ma lunedì aveva detto il contrario, che la legge è fatta anche per proteggerlo da un ingiusto processo, ed è meglio credere alla versione originale. Anche perché nel frattempo ha ricusato la giudice di Milano giusto per prendere tempo. Vista lamaggioranza parlamentare che le elezioni hanno consegnato al cavaliere la firma nelle mani di Napolitano è l'ultimo possibile rimedio a una legge che, oltretutto, aumenterebbe il caos nei tribunali ed è pessima per lemisure che contiene sulla sicurezza. E' un'arma letale per gli interessi del primo ministro e forse per questo il presidente della Repubblica è dato per molto prudente. Dal Quirinale filtra una specie di rassegnazione per le sguaiataggini del cavaliere. Giorgio Napolitano ha certo in gran cuore la tenuta del «dialogo » tra maggioranza e opposizione e non farebbe nulla per alimentare lo scontro. Apprezzabile proposito politico, ma se non limita la funzione di garante della Costituzione. Dietro l'angolo c'è poi il nuovo «lodo», l'immunità per il premier e le alte cariche dello stato per tutti i reati, anche quelli compiuti prima e lontano dal pubblico ufficio. E' questa la soluzione finale: l'assicurazione che nessun giudice potrà più disturbare. Una legge evidentemente incostituzionale di fronte al principio dell'uguaglianza. Ma una legge che riguarderebbe anche il capo dello Stato. Almeno questa, almeno per questo, presidente, non la firmi.

(Andrea Fabozzi)

Pubblicato il 30/6/2008 alle 7.27 nella rubrica Articoli.

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