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La rimunicipalizzazione francese dell'acqua

Il  sindaco di Parigi, Bertrand Delanoë, ha annunciato che la municipalità non ha intenzione di rinnovare i suoi contratti con Suez e Veolia, le due aziende private che gestiscono i servizi idrici della capitale. In altre parole, alla scadenza dei contratti oggi in vigore, il 31 dicembre 2009, l'acquedotto parigino tornerà a essere un servizio municipale. «Vogliamo offrire un servizio migliore a un prezzo migliore», ha dichiarato Delanoë.
Una decisione controcorrente? A ben guardare no. Anzi: la municipalità parigina si rivela in linea con una tendenza globale, fa notare l'agenzia Ips, che riprende dati raccolti da un osservatorio specializzato: il Water remunicipalisation tracker («Segnalatore della ri-municipalizzazione dell'acqua»), divisione dell'Osservatorio sull'Europa delle corporations (Ceo) e dell'Istituto transnazionale di Amsterdam, ha compilato una lunga lista di città grandi e piccole, dall'Africa all'America latina alla Francia stessa, che hanno deciso negli ultimi anni di tornare alla gestione pubblica dell'acqua e servizi correlati (acquedotti e fognature).
La Francia è stata a suo tempo l'avanguardia della corsa a privatizzare e sono francesi le due più grandi aziende mondiali del settore: Suez e Veolia, appunto, una volta note rispettivamente come Compagnie Lyonnaise des Eaux e Compagnie Générale des Eaux. Ma la tendenza a privatizzare è stata globale. A partire dai primi anni '90 molti paesi hanno via via dato in concessione l'acqua a compagnie private, soprattutto in Asia, Africa e America Latina: sempre sotto la pressione di governi convertiti alla versione più estrema del libero mercato e marcati stretto da organizzazioni finanziarie internazionali come la Banca mondiale e il Fondo monetario internazionale (o le banche di sviluppo regionali), oltre che la stessa Unione europea. Spesso la privatizzazione dei servizi è stata inclusa nei piani d'aggiustamento strutturale a cui erano condizionati prestiti e aiuti. E nessuno si è fatto scrupoli di fronte al fatto che le beneficiarie di queste privatizzazioni erano pochissime aziende multinazionali: le due francesi citate, Bechtel Corporation e poche altre, a volte in consorzio con aziende locali, sempre in posizione di monopolio di fatto. Argentina, Bolivia, Colombia, Mali, Filippine, poi l'Europa orientale ex-sovietica. Nel 2001, a un vertice dell'Organizzazione mondiale del commercio a Doha, l'allora commissario europeo al commercio Pascal Lamy (francese) inserì i «servizi e beni ambientali» tra i settori in cui eliminare le barriere commerciali, tariffarie e non (Lamy ora è il direttore del Wto).
Certo, a volte anche i grandi privatizzatori hanno dovuto fare passi indietro: come a Cochabamba (Bolivia), dove una rivolta popolare costrinse il governo a recedere da un contratto con Bechtel e riconoscere un consorzio pubblico di gestione.
L'osservatorio sulla «ri-municipalizzazione» fa notare che le due multinazionali francesi dell'acqua hanno goduto di almeno un secolo di protezionismo. Il risultato sono stati prezzi gonfiati, inefficenza, servizi obsoleti perché modernizzarli richiederebbe investimenti dunque meno profitti, non di rado anche gestione fraudolenta. Per restare in Francia, il caso di Grenoble è istruttivo: nel 1999 i dirigenti di Suez finirono in galera per corruzione e l'azienda fu condannata a restituire alla cittadinanza le bollette pagate tra il 1990 e il '98. Ripristinata la gestione municipale, il prezzo dell'acqua si è subito sgonfiato. Si capisce bene che oltre 40 città francesi abbiano ormai deciso di tornare al servizio pubblico.

(Marina Forti)

Pubblicato il 5/7/2008 alle 3.26 nella rubrica Articoli.

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