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Hegel e il dilettantismo : apologia di Gabriella Carlucci

  

Nel fatto che l’adesione al vero sia solo un intoppo risiede la possibilità di evitare la ricerca di essa, dal momento che ciascuno è certo, così come sta fermo e cammina, d’avere in suo potere la pietra filosofale. Poco male se il travagliato affaccendarsi della riflessione e della vuotaggine fosse una cosa in sé che si svolge in sé a suo modo. Ma con quell’affaccendamento, soprattutto la filosofia si è messa in più modi in avvilimento  ed in discredito.

Il peggiore degli avvilimenti è questo che , come fu detto, ciascuno, come sta fermo e cammina, è convinto di essere in grado di sentenziare una filosofia in genere.

Verso nessun’altra arte e scienza si dimostra quest’estremo disprezzo, di pensare che ciascuno la porti con sé.



 
Gabriella Carlucci posa nello stesso modo di
Eraclito pensoso nella "Scuola di Atene" di Raffaello Sanzio

 

Andate oltre il linguaggio un po’ involuto. Hegel qui condanna il dilettantismo trionfante che fa bella mostra di sé. Ed anche se  riserva tale condanna ai filosofi del suo tempo, il suo atteggiamento si può riverberare a tutti i livelli ed in tutti i contesti, anche ad esempio nelle polemiche tra blog.

Si pensi alla polemica politica, agli articoli di giornale, alla produzione artistica ed anche al campo scientifico, dove gli scienziati ormai faticano a farsi sentire anche su questioni su cui dovrebbero essere sicuramente competenti (si pensi alla polemica di Gabriella Carlucci su Luciano Maiani). Sicchè l’avvilimento hegeliano si è esteso a tutte le discipline.

Eppure almeno in parte non sono d’accordo con Hegel. Certo ci si può sforzare di studiare prima di parlare o scrivere. Ma si tratta di uno scrupolo interiore. In questo mi rifaccio a Feyerabend : non c’è sapere acquisito che ci consenta di prendere in giro il neofita. O, meglio, si può prendere in giro chi si vuole, ma con diritto di replica.

Più comprensibile è la rabbia. A certuni per quel che dicono li ammazzerei volentieri con il pensiero, come nel film “Scanners”, non per i loro strafalcioni, quanto per la loro cattiveria gratuita. Ad es. capisco Di Pietro quando si arrabbia ed incespica con il linguaggio quando sente parlare i berluscones ed i loro cloni di centrosinistra. Egli per quanto non tanto migliore di loro ha una sensibilità per l’impudenza che essi manifestano e ne è scioccato. Naturalmente il presupposto di questa rabbia è sempre la convinzione di essere nel giusto (per cui si dice “Ma come Berlusconi può dire quelle cose ?”). Ma a me preme dire che se a volte strepito non è per l’errore, ma per la mala fede che si può nascondere nell’espressione felice dell’errore. Per fortuna comunque non ho questo terribile dono telepatico, ma non dispero.

Chi voglia fare pulizia o censura nel mondo del pubblico dibattito a volte è fazioso e prezzolato, quanto il più affermato e strapagato sofista. Ma anche nel caso sia animato dalle migliori intenzioni, alla fine risulta essere né più, né meno che un emerito stronzo. Ed anche Hegel lo fu, con Schelling ad esempio e Schopenhauer lo fu con lui.

Pubblicato il 11/7/2008 alle 9.47 nella rubrica Ermeneutica.

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