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Petrolio. Di chi la colpa ?

 

Con il prezzo del barile al massimo storico di 145 dollari, la chiusura ieri del diciannovesimo congresso internazionale sul petrolio - iniziato a Madrid lunedì scorso - non poteva essere più confusa.
Animata dai grandi del settore, compagnie petrolifere, paesi esportatori e specialisti del complicato mercato del greggio si sono trovati tutti d'accordo nell'indicare la speculazione come responsabile dell'aumento del prezzo del greggio, arrivando a denunciare gli Stati uniti per la chiusura agli investimenti internazionali.
Parte del problema è stata poi individuata nella crescita della domanda dei paesi emergenti, anche se la maggior parte dei partecipanti ha ammesso di non avere idea del perché il prezzo del greggio sia salito tanto nell'ultimo anno, e tutti hanno parlato di un mercato fuori controllo.
Nel frattempo i gruppi di movimentisti e no-global tenevano un summit parallelo con lo slogan "basta sangue per il petrolio!".
Con un occhio alle quotazioni internazionali e l'altro nella sede dell' ente fieristico di Madrid, dove si è svolto l'evento, circa tremila delegati - fra cui trenta ministri di paesi produttori e consumatori, istituzioni internazionali e compagnie petrolifere - hanno dibattuto animatamente per una settimana senza arrivare a mettersi d'accordo sul motivo del rincaro smisurato del prezzo del petrolio. Come unico punto in comune, tutti hanno convenuto che la responsabilità è degli altri.
La freccia più avvelenata è stata scoccata senza dubbio dal segretario generale dell' Opec, il libico Abdalla Salem El Badri, che ha dichiarato: «molti si stanno arricchendo con il mito della mancanza del petrolio, ma - ha aggiunto - non c'è nessun problema nell'offerta. El Badri ha invece puntato il dito contro la debolezza del dollaro, le tensioni geopolitiche e soprattutto contro la speculazione che ha operato sul mercato dopo la crisi dei «mutui spazzatura» negli Stati uniti, spostando gli investimenti finanziari nella ricerca di facili guadagni sulle materie prime.
El Badri ha anche toccato un tema tabù per il congresso, segnalando che ci sarebbe più offerta e un abbassamento dei prezzi se gli Stati uniti smettessero di porre limitazioni all'ingresso di capitali e di investimenti stranieri nel proprio territorio. «Nell'85% delle estrazioni marine statunitensi non si può entrare. Nemmeno nel nord dell' Alaska», ha concluso.
Mentre la risposta degli americani e degli europei non si è fatta attendere, segnalando che è l'Opec che deve aumentare la produzione per frenare la scalata, una sensazione anche più preoccupante si è fatta largo durante il congresso: il mercato è fuori controllo e nessuno ha la chiave di spiegazione del suo comportamento. Anche se sull'origine della questione ci sono indizi precisi.
Molti dei presenti a Madrid ricordano con nostalgia gli anni in cui il mercato del greggio era un club riservato a poche persone col potere di influire sul prezzo. Tutto è cambiato nel 2000 nel momento in cui il governo nordamericano, su richiesta della potente Enron, ha modificatole regole del gioco e del mercato con la cosidetta Commodity Futures Modernization Act.
Grazie a questa riforma l'organismo preposto al controllo del mercato, il Commodity Futures Trading Commission (Cftc), ha smesso di tenere sotto controllo gran parte degli affari petroliferi permettendo che i contratti tra privati, noti come Otc (Over the counter) rimanessero fuori dalla sua stretta supervisione. Sono questi contratti particolari il brodo di coltura della speculazione sul petrolio, giacchè si possono fare affari fuori dal mercato e senza dover rendere conto a nessun organismo supervisore.
Prima della riforma, per ogni barile reale di petrolio che si negoziava sul mercato, si calcolavano tra i 6 e i 10 documenti registrati nell'etereo mercato dei futures. Oggi nessuno ha idea di quanti siano perchè non c'è nessun registro per queste operazioni.
Come se non bastasse, nel gennaio 2006 l'amministrazione Bush ha dato un' ulteriore spinta alla speculazione permettendo al principale attore del mercato, l'Ice (Intercontinental Exchange), di operare con i futures sulla piazza di Londra.
In questo modo gli speculatori che si lamentavano degli eccessivi controlli nel Nymex di New York possono negoziare petrolio statunitense nella Ice Future di Londra, dove la normativa è molto più permissiva. In due anni le transazioni di futures sono passate da 1,7 a 9 miliardi di dollari.
Altro fattore importante nel pasticcio petrolifero protagonista nelle discussioni di Madrid sono i fondi di investimento che guadagnano speculando sul mercato energetico.
Secondo la Energy hedge fund center, a fine 2004 c'erano centottanta investitori istituzionali in gioco, mentre oggi sono diventati seicentotrenta. Questo ha fatto saltare la proporzione fra transazioni speculative e reali. La stessa Cftc ha segnalato che, all'inizio del 2000, il 37% del petrolio che si negoziava nel Nymex erano transizioni speculative mentre oggi la cifra è salita al 71%.
Mentre i governi e le associazioni dei consumatori ogni volta si mostrano sempre più furiosi e impotenti nel momento di frenare la sbandata, i principali responsabili hanno abbandonato ieri il congresso senza dimostrare di potere o voler terminare questo gioco perverso
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(Oscar Guisoni)

Pubblicato il 13/7/2008 alle 4.43 nella rubrica Articoli.

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