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la globalizzazione secondo Marx ed Engels

 

Dopo quasi mezzo secolo dalla sua prima comparsa, nella elegante collana La Cultura de il Saggiatore, viene riproposta nei Tascabili dello stesso editore l'antologia di scritti di Karl Marx e Friedrich Engels su India Cina Russia (il Saggiatore, pp. 390, euro 13). Una ristampa che testimonia la possibilità di «usare» la riflessione marxiana sulle realtà cinese, indiana e russa in rapporto all'attualità geo-politica in cui i tre paesi svolgono un ruolo nevralgico nelle relazioni internazionali. Pagine illuminati, perché consentono di ricostruire la genealogia dello sviluppo economico, sociale di realtà nazionali che sono diventate i case studies del moderno capitalismo. L'attualità delle corrispondenza di Marx e Engels non sta, infatti, nel descrivere fedelmente i rapporti di sfruttamento vigenti, ma di offrire il loro background storico.
Molti degli scritti raccolti nel volume sono apparsi tra il 1853-1860 sulla New York Daily Tribune e ricostruiscono le diverse forme di penetrazione capitalistica in paesi considerati «arretrati». In filigrana sono presenti alcuni dei temi sviluppati nel Manifesto del partito comunista, in cui Marx e Engels, analizzando lo sviluppo storico della borghesia, avevano individuato nel mercato mondiale la forma economica e sociale che avrebbe soppiantato i tradizionali rapporti economici. Rilette dopo più di 150 anni, questi scritti appaiono dunque profetici, perché «immaginano» uno scenario divenuto realtà. Come ha scritto lo storico britannico Eric J. Hobsbawm, il Manifesto «può oggi essere letto come una concisa caratterizzazione del capitalismo alla fine del ventesimo secolo».
Quel che contraddistingue l'analisi di Marx ed Engels è la consapevolezza del carattere internazionale del capitalismo fin dalle sue origini, carattere che si manifesta attraverso un lungo sviluppo storico che, seppur anticipato dai molteplici scambi nell'antica Eurasia, prende compiutamente piede con la conquista dei immensi mercati americani, africani e asiatici a partire dal XVI secolo. Dal 1500 il rapporto tra Europa e Stati Uniti e, successivamente, e il resto del mondo diviene una relazione di dominio nei confronti della maggioranza dei popoli del pianeta che ha consentito di rappresentare il capitalismo come l'unico modello possibile di organizzazione socio-economica.

Pagine mercenarie
Due sterline ad articolo: tanto era il compenso che Karl Marx, «il nostro corrispondente da Londra», percepiva per i suoi documentati reportage sul quotidiano statunitense New York Daily Tribune, articoli che spaziavano dalla schiavitù in America al Risorgimento italiano, dalle guerre dell'oppio in Cina al colonialismo britannico in India, dalla servitù della gleba nella Russia zarista alla guerra di Crimea, dalle dittature borghesi di Napoleone III (1808-1873) e Lord Palmerston (1784-1865) alle crisi finanziarie e commerciali dei principali paesi europei. La New York Daily Tribune era stata fondata nel 1841 come giornale della componente di sinistra del partito whig americano. Tra il 1840 e il 1850 si era contraddistingo come il quotidiano che aveve veicolato una campagna contro la schiavitù. Negli anni in cui vi collaborarono Marx ed Engels era l'organo del partito repubblicano statunitense. Il giornale contava più di 200.000 lettori ed era il quotidiano più diffuso nel mondo in quel periodo. Marx dall'inizio del 1853 scriveva gli articoli direttamente in inglese e alcuni venivano talvolta pubblicati senza l'indicazione dell'autore. Ma le indicazioni contenute nei taccuini in cui Marx e sua moglie Jenny annotavano la data di stesura o di spedizione dei singoli articoli e quelle presenti nella corrispondenza di Marx ed Engels negli stessi anni consentono di individuarne, al di là di ogni dubbio, la paternità letteraria.
«I fenomeni dell'accumulazione primitiva - scrive il curatore Bruno Maffi - che il I Libro del Capitale descriverà in pagine anche letterariamente poderose, vedendoli pure in controluce sullo sfondo delle imprese di conquista transoceaniche dell'Inghilterra capitalistica, apparivano qui ingigantiti dalla virulenza raggiunta in patria dalla rivoluzione industriale e dal crollo subitaneo nelle colonie assoggettate o da assoggettare degli ultimi bastioni di un'economia arretrata ma, nei suoi limiti storici, razionale e, per antichissima tradizione, molto più sollecita del destino dei gruppi, delle famiglie e degli individui. Le artiglierie pesanti del commercio abbattevano qui non solo le sovrastrutture putrefatte del "dispotismo orientale", ma quelle piccole isole primitive di un solidarismo proto-comunista che erano le comunità di villaggio indiane, le unità domestico-patriarcali cinesi, più tardi le comuni agricole e le cooperative artigiane in Russia, tutte fondate sull'assenza di proprietà terriera privata e personale e sull'appropriazione collettiva, in varia forma, del prodotto di un'attività consociata». Per Marx la penetrazione del capitalismo in società non capitaliste, dopo una prima brutale fase di sconvolgimenti delle forme di vita tradizionali, era da considerare un processo necessario per consentire l'industrializzazione di quei paesi e la conseguente formazione di un proletariato moderno.

Officina mondiale
Un dispositivo analitico, quello di Marx, non sempre efficace, specialmente quando è stato applicato in modo dogmatic. «Pensare che il materialismo storico - ha scritto lo studioso sudafricano Hosea Jaffe - implicasse un'unica sequenza lineare di modi di produzione - dal "comunismo primitivo" alla schiavitù, al feudalesimo, al capitalismo al socialismo - significa fraintendere Marx e il marxismo. La lettera a Vera Zasulic in cui Marx definiva possibile e anzi probabile che la Russia non sarebbe passata attraverso una fase capitalista e avrebbe invece compiuto un salto diretto dal feudalesimo al socialismo dimostra che il suo principio del materialismo storico era più hegeliano che cartesiano».
La politica coloniale inglese, che conosce il suo apogeo nel XIX secolo, ma che durerà fino alla seconda metà del Novecento (l'indipendenza del «gigante nero» dell'Africa, la Nigeria, risale appena al 1960), ha rappresentato la più potente espansione del capitalismo su scala planetaria prima dell'inizio dell'egemonia mondiale degli Stati Uniti d'America. Negli anni dei governi liberali di Palmerston e di Gladstone (1850-1874) l'Inghilterra esercitò una supremazia assoluta nel mondo. La Grande Esposizione Industriale, inaugurata a Londra il primo maggio del 1851, rappresentò il riconoscimento mondiale dei risultati della Rivoluzione industriale inglese. L'«officina del mondo» monopolizzava quasi tutti i commerci ed esercitava un dominio sicuro sui mari del pianeta.
Temi, problematiche ampiamente affrontati negli articoli di Marx e Engels e che resistituiscono un mondo già abbondantemente globalizzato al quale, per quanto concerne la Gran Bretagna (assieme ai possedimenti coloniali francesi, olandesi, belgi) hanno contribuito in maniera determinante le colonie e, tra queste, l'India, la «perla» dell'impero. Marx aveva chiara la funzione dell'Inghilterra, «rivoluzionaria malgrado se stessa», nell'espansione mondiale del capitalismo e nella distruzione di tutti gli antichi modi di vivere e produrre. «Fu l'invasore inglese a spezzare il telaio e il filatoio a mano. L'Inghilterra cominciò ad espellere le cotonerie indiane dal mercato europeo; poi introdusse nell'Indostan (l'India, n.d.r.) i suoi filati ritorti; infine, inondò dei suoi manufatti cotonieri la patria stessa del cotone».

L'oppio dei popoli
A proposito del tradizionale sistema di villaggio indiano, che scomparirà «per gli effetti del vapore e del libero scambio made in England» Marx non mostra alcuna esotica nostalgia: «Non si deve dimenticare che queste idilliache comunità di villaggio, sebbene possano sembrare innocue, sono sempre state la solida base del dispotismo orientale; che racchiudevano lo spirito umano entro l'orizzonte più angusto facendone lo strumento docile della superstizione, asservendolo a norme consuetudinarie, privandolo di ogni grandezza, di ogni energia storica. (...) Non si deve dimenticare che queste piccole comunità erano contaminate dalla divisione in caste e dalla schiavitù. (...) Il problema è: può l'umanità compiere il suo destino senza una profonda rivoluzione nei rapporti sociali dell'Asia? Se la risposta è negativa, qualunque sia il crimine perpetrato dall'Inghilterra, essa fu, nel provocare una simile rivoluzione, lo strumento inconscio della storia».
Marx è naturalmente consapevole delle sofferenze del popolo indiano; così come è altrettanto consapevole che il processo di trasformazione capitalistica del pianeta è ineluttabile e necessario per consentire fasi superiori dello sviluppo storico (che egli identifica con il comunismo). «La profonda ipocrisia, l'intrinseca barbarie della civiltà borghese ci stanno dinanzi senza veli, non appena dalle grandi metropoli, dove esse prendono forme rispettabili, volgiamo gli occhi alle colonie, dove vanno in giro ignude. (...) Gli effetti distruttivi dell'industria inglese, visti in rapporto all'India - un paese grande come tutta l'Europa - si toccano con mano, e sono tremendi. Ma non dimentichiamo ch'essi non sono che il risultato organico dell'intero sistema di produzione com'è costituito oggi. Questa produzione si fonda sul dominio assoluto del capitale».
Per ritornare alla Cina di Marx, va segnalata la grande attenzione che egli dedica ad una delle pagine più nere della storia cinese, quelle legate alla imposizione del consumo di oppio da parte degli inglesi. A conclusione di uno degli articoli dedicati al commercio dell'oppio (25 settembre 1858), articoli nei quali si alternano il rigore documentario e la l'attenta ricostruzione storica, Marx denuncia con toni veementi le politiche monopolistiche di imposizione dell'oppio alla Cina da parte della Gran Bretagna che si vorrebbe paladina indiscutibile del libero scambio.
Marx mostra inoltre uno scrupolo documentario costruito attraverso la lettura di lettere, atti parlamentari, testi di commissioni parlamentari, rapporti politici ed economici, oltreché di studi dedicati a questioni particolari. Negli scritti giornalistici è presente, inoltre, uno stile sferzante, pungente, veemente, a tratti ironico, velenoso e penetrante, che spesso ricorre alla martellante iterazione di fatti e nomi, uno stile irriverente del potere, ma mai declamatorio, con metafore, immagini, espressioni colorite, emblematiche, memorabili, con colti riferimenti storici, economici, letterari. Gli articoli di Marx restituiscono infine la vicenda storica degli anni in cui furono scritti. Ne emerge un lucido analista del capitale globale, proponendoci una chiave di lettura della compiuta unificazione planetaria ad opera del capitale.

(Donatello Santarone)

Marx teorico della globalizzazione. È uno dei luoghi comuni della riflessione contemporanea attorno all'opera dell'autore del Capitale. Come molti dei luoghi comuni occorre una buona dose di scetticismo e disincanto quando ci si imbatte in essi. È indubbio che alcune pagine del Manifesto del partito comunista o degli altri scritti del filosofo tedesco mettendo al centro la tendenza del capitalismo ad affermarsi come modello unico di produzione della ricchezza. Così come è certo che il pensiero critico che si è considerato erede di Marx abbia «lavorato» su alcune pagine dei suoi scritti per analizzare l'imperialismo e il consolidarsi del mercato mondiale, Due nomi per tutti: Rosa Luxembourg e Vladimir Ilich Lenin. E tuttavia questa «moda» di Marx teorico della globalizzazione è quanto di più consolatorio che il pensiero di sinistra possa mettere in campo.
La globalizzazione è sì la diffusione su scala planetaria dei rapporti sociali capitalistici, Ma ha caratteristiche, tendenze e «strutture profonde» che Marx non poteva certo, profeticamente, anticipare. Il capitalismo punta a includere e sottomettere realtà ai suoi rapporti sociali, ma per dare corso a questa tendenza onnivora deve continuamente mutare le forme e i modi di produzione. Da questo punto di vista la globalizzazione è, al tempo stesso, la realizzazione di un mercato mondiale, ma non coincide con l'omologazione dei modi di produzione. Semmai si assiste alla compresenza di sviluppo e sottosviluppo, di organizzazioni produttive «postmoderne» con rapporti servili di lavoro, di antico e moderno. Da questo punto di vista, l'analisi marxiana è figlia del suo tempo e non aiuta alla comprensione della realtà contemporanea, e dunque delle possibilità di trasformazione.
La nuova edizione degli scritti di Karl Marx e Frederich Engels delle corrispondenze sull'India, la Cina e la Russia da parte del Saggiatore vanno quindi lette come componenti di quel laboratorio di analisi e censimento dei problemi che i due studiosi «accumulavano» prima di cimentarsi nel lavoro di produzione di concetti adeguati alla critica del regime fondato sul lavoro salariato. Con pacato realismo va detto che il mercato mondiale è ormai realtà e che l'ordine dei problemi posti dal capitalismo hanno a che fare con quell'interdipendenza tra lavoro cognitivo, servile, industriale che lo caratterizza.
Sono questi i motivi che portano a dire che il Marx del manifesto del partito comunista non è un teorico della globalizzazione, quanto un militante di quella critica dell'economia politica che non poteva certo prevedere come il conflitto di classe lo avrebbe profondamente modificato. Il suo laboratorio continua a offrire materiali preziosi, ma propedeutici a una sua necessaria e radicale innovazione teorica.

(Benedetto Vecchi)

Pubblicato il 13/7/2008 alle 5.46 nella rubrica Articoli.

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