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Draghi, Trichet e i salari italiani

I giornali di sabato hanno riportato una strabiliante affermazione di Mario Draghi prendendola come oro colato. Invece avrebbe dovuto suscitare delle vivaci reazioni. Difendendo la decisione delle Bce di aumentare i tassi di interesse, Draghi ha sostenuto che la manovra costituisce una protezione dei salari. Infatti l'inflazione erode i salari monetari, per combatterla non si può che aumentare i tassi, proteggendo in tal modo il potere d'acquisto dei lavoratori. Il ragionamento presuppone che l'effetto dell'aumento dei tassi d'interesse sull'economia reale sia minimo e rapidamente riassorbibile. L'impatto del maggior costo del denaro si manifesterebbe principalmente sulla riduzione delle aspettative inflazionistiche, facendo quindi agire gli operatori di conseguenza sul piano dei prezzi.
Questa è pura fantasia. Se l'aumento dei tassi risultasse efficace la riduzione dell'inflazione avverrebbe attraverso la produzione, l'occupazione e la deflazione salariale, comportando un'ulteriore perdita del potere d'acquisto dei salari. A parità di condizioni, un costo del denaro più alto rallenta sia la domanda di investimenti, effettuati tramite il credito, sia la domanda di crediti da parte delle famiglie. La domanda globale ne soffre. La stagnazione della domanda può frenare sostanzialmente la spinta dei prezzi ma solo se questa proviene dall'interno dell'economia. Se invece la fonte è nelle materie prime e nelle derrate alimentari, i costi unitari di tutti i produttori continueranno a lievitare. Nella migliore delle ipotesi gli imprenditori, di fronte alla crisi delle vendite, diventeranno più cauti nel trasferire sui prezzi finali tutto l'aumento dei costi delle materie prime. Pertanto essi accetterano una compressione dei margini di profitto. Tuttavia quest'ultimo aspetto, segnatamente alla stagnazione della domanda, riduce gli investimenti colpendo l'occupazione. Impauriti, sindacati e lavoratori staranno al gioco lasciando i salari monetari stagnare mentre i prezzi continuerranno comunque a crescere per via del trasferimento, ancorchè parziale, dei prezzi delle materie prime sul prodotto finale. Nei confronti dell'inflazione l'aumento dei tassi appare incompleto mentre colpisce sia i salari reali che i margini di profitto delle imprese. Nelle condizioni attuali per essere efficace la Bce dovrebbe generare una recessione europea tale da schiacciare la domanda mondiale di materie prime i cui prezzi sono molto sensibili alla condizioni della domanda e dell'offerta. Fortunamente nessuno pensa ad una soluzione così radicale. La manovra sui tassi, se si farà sentire, creerà ulteriori vincoli alla già atona economia dell'eurozona senza toccare le radici dell'inflazione. L'idea di affrontarla colpendo i settori e gli elementi che non l'hanno causata è logicamente assurdo e fa parte solo della pressione anche psicologica che, in mancanza di politiche, si vuole scaricare sui salariati, aggravando così la situazione.

(Joseph Halevi)

Pubblicato il 17/7/2008 alle 5.51 nella rubrica Articoli.

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