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Adam Smith e la natura del prezzo reale

 

Il prezzo reale di ogni cosa, ciò che ogni cosa realmente costa all’uomo che vuole procurarsela, è la fatica e l’incomodo di ottenerla. Ciò che ogni cosa realmente vale per l’uomo che l’ha acquisita e che vuole disporne o cambiarla con qualcos’altro, è la fatica e l’incomodo che può risparmiargli e imporre agli altri. Ciò che viene acquistato con la moneta o con i beni è acquistato con il lavoro, alla stessa stregua di ciò che acquistiamo con la nostra stessa fatica fisica.



 

Qui il discorso si fa più confuso: che intende Smith per “la fatica e l’incomodo di ottenerla” ? Intende la fatica che fa per produrla o per produrre i prodotti che con essa sono scambiabili ? Si potrebbe dire che se questi prodotti sono equivalenti, la cosa sarebbe la stessa. Ma ciò da per assodato quel che va spiegato : l’equivalenza nello scambio è il prodotto di che cosa ? Dell’equivalenza del lavoro incorporato (allora la teoria del valore/lavoro di Smith presuppone quella di Marx) o è la risultante non del tutto logica di un intreccio vischioso di desideri, bisogni, memoria del lavoro prestato etc che viene ricoperto e glassato dal formalismo dei neoclassici ?

Smith non sembra accorgersi di questa ambiguità. Egli dice “Ciò che viene acquistato con la moneta o con i beni è acquistato con il lavoro, alla stessa stregua di ciò che acquistiamo con la nostra stessa fatica fisica”. Ma non è immediatamente così. La fatica di produrre un bene A non è immediatamente la fatica che serve per produrre il bene B scambiabile con il bene A.

Pubblicato il 23/7/2008 alle 9.30 nella rubrica Comunismo.

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