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L'Italia era un paese civile

 

Shawky è un nome troppo complicato per un sindacalista che batte i cantieri. Il cognome, Geber, è più facile da pronunciare e da scrivere per italiani, slavi, romeni, albanesi, latinos. Sessanta anni appena compiuti, fisico asciutto, Geber da giovane in Egitto è stato un campioncino di lotta libera. In Italia è stato un pioniere dell'immigrazione. E' arrivato nel 1973, quando a Milano gli egiziani erano «poco più una decina» e si conoscevano tutti. In tasca aveva 90 mila lire e 50 dollari, nella valigia i libri per continuare a studiare. Invece, ha fatto il muratore. E' stato uno dei primi extracomunitari eletti delegati della Fillea, «l'ultima volta con il 97% dei voti». E' diventato il primo funzionario straniero degli edili della Cgil milanese (ora sono sei), dal 2001 segue la zona Sud (Romana, Melegnano, San Giuliano). Geber, quindi, può confrontare l'immigrazione e l'Italia di ieri e di oggi. Il suo bilancio è desolato e desolante. «Io sono sempre andato avanti e indietro in aereo, bastava rinnovare il visto in Egitto ogni sei mesi, dieci minuti in Questura e ti davano il permesso di soggiorno. Ho ancora il primo, scritto a mano, tutto ingiallito. Adesso anche gli egiziani si mettono sui barconi e annegano nel Mediterraneo. Trent'anni fa i vicini di casa alla sera bussavano alla porta. Vieni giù, non stare lì da solo. Ero straniero e mi facevano sentire uno di loro. Se va bene, adesso mi ignorano. L'Italia era un paese civile, non lo è più. Un po' di razzismo c'era anche allora, ma gli italiani da piccoli avevano quasi vergogna a manifestarlo. Ora ne dicono e ne fanno di tutti i colori».
E' la legge dei grandi numeri. La svolta nell'atteggiamento degli italiani, secondo Geber, «c'è stata con le navi cariche di albanesi». Digeriti gli albanesi, nel ruolo dei cattivi sono subentrati i romeni, mentre non si placa la ventata di islamofobia post 11 settembre. «All'improvviso gli italiani, che si vantano di non andare in chiesa, sono diventati cattolicissimi». Nell'edilizia, contenitore di diverse nazionalità, le tensioni sono ancor più aspre. Nei cantieri di Milano ufficialmente il 42% della forza lavoro è immigrata, ma la percentuale quasi raddoppia se si considerano gli irregolari e le partite Iva fasulle. «Ogni nuova ondata d'immigrati viene percepita come una nuova dose di concorrenza sleale». E lo è: nelle migrazioni di ogni epoca gli ultimi arrivati sono sempre stati disposti a lavorare «per meno». La nazionalità non c'entra, c'entra il bisogno. «Gli italiani temono di rimetterci soldi e diritti, tirano su il muro, così ci si odia reciprocamente». Difficile far capire che «tutelando gli ultimi, si tutelano anche gli italiani» in un settore dove le differenze retributive sono enormi. Gli stakanovisti bresciani e bergamaschi, che lavorano 12 ore al giorno e si fanno pagare «a metro», guadagnano 3.500 euro al mese. «Di fronte ai 104 euro d'aumento conquistati con l'ultimo rinnovo contrattuale ti ridono in faccia». Nello stesso tempo, il contratto è un miraggio per le decine di migliaia di lavoratori irregolari e precari, quasi tutti stranieri, che lavorano per 4-5 euro all'ora, taglieggiati dai caporali, che non sono un'appendice patologica ma uno snodo ormai fisiologico della filiera delle costruzioni. «E' sempre lo stesso film. Con una differenza: il caporale straniero è peggio di quello italiano. Essendoci passato, conosce i punti deboli dei connazionali, sa come ricattarli meglio».
Non era un caporale, ma un padroncino che si era messo in proprio solo da cinque giorni Ahmed R., l'ultimo anello della catena di appalti e subappalti nel cantiere di Settimo milanese dove il 13 giugno sono morti due "clandestini" egiziani (vedi box). Pur di non avere personale alle dipendenze le aziende obbligano i lavoratori ad aprire una partita Iva, «dall'oggi al domani, senza avere neppure un secchio e una cazzuola, uno diventa imprenditore di se stesso». E' ovvio che uno così recluterà braccia in nero, con il placet delle imprese capocommessa. Un altro metodo fantasioso per risparmiare su paghe e contributi sono i cocopro. Geber ha visto con i suoi occhi «gente che fa la malta con il contratto a progetto». Dilaga l'epidemia di lavoratori part time, un controsenso in edilizia. Gli addetti inquadrati al terzo livello sono diventati una rarità. Alla Cassa edile di Milano più del 70% degli iscritti è inquadrato al primo livello, quello più basso. «Tutti 'sti palazzoni fatti solo da manovali, una cosa incredibile». L'edilizia è diventato un settore «troppo barbaro», tanto lavoro nero, con l'aggiunta di «mafia e riciclaggio di denaro sporco». Geber conferma che diversi infortuni sul lavoro vengono spacciati per risse o «cadute domestiche». Gente scaricata al pronto soccorso da automobili che sgommano via. O, peggio, «che sparisce nel nulla senza lasciar traccia, càpita anche quello».
Questo quadro fa dire a Geber che se nei cantieri non cambierà qualcosa «nei prossimi tre-quattro anni» per il sindacato la partita sarà chiusa. Aumenterà gli iscritti (a Milano i tesserati stranieri alla Fillea sfiorano i 7 mila), ma avrà sempre meno potere. Alla previsione non rosea per il sindacato Geber aggiunge le ammaccature per la catastrofe della sinistra e i moccoli all'indirizzo di Veltroni. E' un nostro fratello nella sconfitta. Nello stesso tempo, la sua è una storia d'immigrazione «di successo».
Riannodiamo il filo con un Geber ragazzino, «stregato da Nasser», primogenito di una famiglia contadina della regione di El Monofia. Sempre i voti più alti a scuola, dalla IV elementare alla gioia dello studio deve sommare la fatica nei campi. A 14 anni lo assumono in una fabbrica tessile dove fa il lavoratore-studente. Si sposa giovane e quando nel 1973 decide - contro il volere paterno - di venire in Italia per «migliorare» lascia al paese la moglie con due figli (che negli anni successivi diventeranno quattro). A Milano il primo lavoro che trova è al luna park delle Varesine. Quando gli mettono in mano il secchio per lavare le macchinine dell'autopista gli viene da piangere, «non mi conosceva nessuno, eppure mi nascondevo per la vergogna». Resiste un po', a 130 mila lire al mese. Dalla manciata di connazionali che allora formavano la «comunità» egiziana a Milano viene a sapere che in edilizia «si guadagna almeno il doppio». Si butta. Passano cinque anni, cambia tre imprese e lo fanno «sparire» due volte per «nasconderlo» al sindacato», prima di realizzare che non è «davvero» assunto. «Me ne accorgo un Natale quando agli altri danno un assegno e a me no». Riesce a farsi assumere con tutti i crismi al terzo livello. Nel 1984, quando chiede i contributi arretrati per gli anni in nero, il padrone non glieli dà e minaccia di fargli passare «un brutto quarto d'ora». Si rivolge al sindacato (non ha ancora ben chiara la differenza tra le varie sigle, opterà per la Cgil quando gli diranno che «sta con il Pci»). A lui basterebbero poche centinaia di mila lire, ne fa una questione di principio non di soldi. Il sindacalista invece gli impartisce la prima lezione: «Aspettiamo, la mossa deve farla il padrone». Che offre 3 milioni e mezzo. «Aspettiamo». Dopo una settimana, i milioni diventano 5. «Aspettiamo». Vertenza chiusa dopo 10 giorni a 7 milioni. «Allora il sindacato ci sa fare, mi sono detto».
La lezione Geber la metterà a frutto nella lunga esperienza di delegato nell'impresa Manara, dove tutti i dipendenti erano italiani. «Hanno visto che non mediavo sui diritti, non avevo né paura, né vergogna. Se mancava una lira, facevo casino. Le cose tutto sommato nella mia azienda andavano piuttosto bene». Nel 2001 quando Geber diventa funzionario di zona della Fillea scopre che negli altri cantieri «c'è da mettersi le mani nei capelli». E' tentato di tornare nella sua azienda, «poi ho resistito, per orgoglio, per puntiglio, per non sentirmi egoista». Cinque anni di vita così, per nulla da travet, con 300 cantieri da seguire nell'arco di un anno, lavoro di sportello pure al sabato mattina, separano Geber dalla pensione.
E' stata un pendolo la sua vita, divisa tra Italia ed Egitto, dove la moglie è tornata dopo una breve parentesi a Milano. «Qui per lei le case erano troppo piccole e c'era troppo freddo, in tutti i sensi». Geber si sente «al 50% italiano e al 50% egiziano». Al paese ha costruito una casa, «ci ho messo dieci anni», non ha ancora deciso se andrà a viverci da pensionato. «I ritmi in Egitto sono diversi, non mi ci trovo più. Non sopporto che gli emigrati che tornano siano considerati dei ricchi che devono spendere e spandere». A Milano Geber sta con uno dei figli. Laureato in sociologia, fa il capomagazziniere da sei anni, dice sempre che è l'ultimo e poi tornerà in Egitto. «Resterà qui. Farà come me. Gli è presa la malattia». Nonostante sia peggiorata, l'Italia merita ancora di farci su una malattia.

(Manuela Cartosio)

Pubblicato il 23/7/2008 alle 4.10 nella rubrica Articoli.

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