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Così l'Africa sforna mostri

 

Una volta si era soliti dire: «Dall'Africa sempre qualcosa di nuovo». Le ultime novità hanno però un sapore stantio di antico. Stando agli indizi che trasmette la grande politica, l'Africa produce «mostri». L'unico caso singolo, salvo errore, su cui il vertice dei G8 si è dilungato è stato Zimbabwe. Nessun altro regime autoritario ha meritato la censura delle potenze. Ora è intervenuta anche la giustizia. Dopo le inchieste e i procedimenti, sia pure in consessi diversi, su Ruanda, Sierra Leone, Liberia e Congo, la Corte penale internazionale, silente o impotente in tante altre fattispecie criminogene, ha chiamato alla sbarra Omar al-Bashir, presidente del Sudan.
Al di là delle verità e delle mezze verità sui suoi progressi, l'Africa è ancora teatro di situazioni critiche. I processi di democratizzazione sono difficili e pieni di contraddizioni. La guerra è uno strumento corrente di politica. Vulnerabile e senza coperture, l'Africa paga tutto: così debole da aggiungere la sua voce alle condanne per non essere delegittimata in toto. L'incriminazione di Bashir è un brutto colpo per i tentativi dell'Unione africana di gestire in proprio l'emergenza in Darfur inseguendo una riconciliazione che diventa sempre più aleatoria. La giustizia, si sa, non è tenuta, se è giustizia, a osservare i tempi della politica.
Un eventuale processo contro il capo dello stato in carica stride intanto con i tentativi già stentati per allestire un corpo delle Nazioni unite che, integrando i reparti forniti dall'Ua, avrebbe dovuto porre un freno alle violenze nel Darfur. Per molto tempo si è deprecato che l'opposizione dei soliti «riluttanti» impedisse una risoluzione. Poi, quando la risoluzione è stata adottata dal Consiglio si sicurezza, addirittura un anno fa (con presidenza cinese), gli stati non-africani che dovevano fornire truppe, logistica e fondi hanno cominciato a tirarsi indietro dando qualche alibi all'ostruzionismo del governo sudanese. Forse si è perso troppo tempo a perseguire una soluzione militare o para-militare anche da parte dell'Onu. Forse la politica ha esaurito le sue chances o non è interessata a risolvere i «buchi neri» in periferia visto che possono essere strumentalizzati per finalità che nulla hanno a che vedere con la democrazia, la pace e lo sviluppo.
Nel Darfur c'è un'insorgenza provocata da cause remote come l'esercizio della sovranità, l'etnia (non la religione), il controllo delle risorse e da cause più contingenti che si riallacciano agli assetti di un paese instabile come pochi. La contro-insorgenza si è fatta più accanita mentre si stava chiudendo il conflitto «storico» fra nord e sud. Di per sé il Darfur è parte del nord ma è una sezione marginale, fuori dell'asse del Nilo su cui si è costituito lo stato sudanese, e ha vissuto quasi sempre in una condizione di irrequietezza e turbolenza. Bashir non voleva perdere anche su questo fronte? I ribelli hanno sperato di strappare concessioni simili a quelle date ai sudisti? Sullo sfondo, accanto al grado maggiore o minore di autonomia delle regioni «esterne» rispetto a Khartoum, hanno giocato fattori come la desertificazione, la sedentarizzazione dei nomadi, la dislocazione di popolazioni verso terre migliori. Che un processo così complesso sia destinato a essere aggravato da una gestione autoritaria e cruenta del potere è sicuro, ma è a dir poco improbabile che possano avere un esito migliore le interferenze dall'esterno, operazioni militari con mezzi pesanti, atti d'imperio decretati a distanza da forze che hanno altre mire.
Il paradosso della politica e della giustizia internazionale, ma anche delle reazioni a livello di media e opinione pubblica, è che si sanzionano più gli abusi commessi all'interno che non le aggressioni e occupazioni di territori di altri stati. È come se la guerra fra stati o contro uno stato (purché nella direzione centro-periferia) sia malgrado tutto una soluzione accettata o accettabile. Tutti diventano implacabili non solo davanti alle discriminazioni o alle violazioni dei diritti dell'uomo o delle minoranze ma anche alla repressione di un movimento di insubordinazione o di una rivolta aperta. Va tenuto presente ovviamente, per realismo, il doppio standard che beneficia le potenze al vertice del sistema, garantiti loro e i loro protetti da una sostanziale impunità a prescindere dalle loro trasgressioni, e che penalizza i paesi minori, per non parlare dei paesi che a torto o a ragione sono iscritti nella «lista nera». Il Sudan figura da anni fra i «cattivi» perché ha un governo che ha praticato l'integralismo islamico ma alla fine soprattutto perché occupa una posizione nevralgica sul confine della barriera di contenimento dell'islam politico. È un dato di fatto tuttavia che la Cecenia, il Tibet e appunto il Darfur colpiscono l'attenzione - oltre che la macchina farraginosa dell'azione internazionale - come non avviene per l'Iraq o l'Afghanistan o la Palestina. Anche in Africa, d'altronde, l'Etiopia ha potuto portare a termine e continuare quasi inosservata la sua invasione della Somalia.
A peggiorare la pagella del non innocente presidente Bashir ci sono le tanto propagandate buone relazioni fra Cina e Sudan. Il Sudan è uno dei paesi in cui la Cina è andata a cercarsi energia e altre risorse, compresa terra coltivabile. È penetrata sfruttando il vuoto lasciato dalle sanzioni imposte dagli Stati Uniti, con il conseguente ritiro delle imprese americane e occidentali. La Cina non ha invaso il Darfur, non occupa il Darfur, non combatte nel Darfur. Da sola, non può risolvere la questione del Darfur anche se ha inviato e invia armi al Sudan aggirando i moniti dell'Onu. Nonostante il principio molto caro a Pechino della non-ingerenza, Pechino ha richiamato con durezza il governo sudanese a moderare la sua linea repressiva e ha aperto un canale privilegiato con Juba (il governo delle province del sud). Di più, da qualche tempo il governo cinese sta valutando se i vantaggi che si è guadagnato in Sudan valgano la perdita di immagine che ne è derivata.

(Giampaolo Calchi Novati)

Pubblicato il 23/7/2008 alle 6.19 nella rubrica Articoli.

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