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Cesare Pavese : "Esterno" (parte seconda)

 Il Mattino è trascorso
e la fabbrica libera donne e operai.
Nel bel sole qualcuno si stende
a mangiare affamato.
Ma c'è un umido dolce che morde nel sangue
e alla terra dà brividi verdi.
Si fuma e si vede che il cielo è sereno, e lontano.
Le colline sono viola.
Varrebbe la pena di restarsene
lunghi per terra nel sole.
Ma a buon conto si mangia.
Chissà se ha mangiato quel ragazzo testardo ?
Dice un secco operaio che
va bene, la schiena si rompe al lavoro
ma a mangiare si mangia.
Si fuma persino.
L'uomo è come una bestia, che vorrebbe far niente.




Nella pausa l'uomo ritorna a contatto con la sua animalità, stendendosi sul prato a mangiare. Per Pavese il lavoro non è un mezzo di emancipazione, ma una fatica imposta che fa vivere come animali, sia nel lavoro che nell'ozio. Il lavoro è giogo per l'uomo. Nello stendersi l'uomo riprende contatto con la terra. Il non far niente di Pavese, lettore di Melville, è come il tagliare tutti i ponti dietro di sè da parte di Bartleby lo scrivano. E' preparazione alla morte. Come la vestizione di Ettore prima dell'incontro con Achille.
Il ragazzo testardo che forse è fuggito sulle montagne è forse il futuro. Egli fugge dal lavoro e senza nemmeno prefigurarlo, crea lo spazio della politica.

Pubblicato il 22/9/2008 alle 21.51 nella rubrica Schegge.

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