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Cesare Pavese : "Esterno" (parte terza)

Son le bestie che sentono il tempo
e il ragazzo l'ha sentito dall'alba.
E ci sono dei cani che finiscono marci in un fosso :
la terra prende tutto.
Chi sa se il ragazzo finisce lungo un fosso, affamato ?
E' scappato all'alba senza fare discorsi
con quattro bestemmie,
alto il naso nell'aria.
Ci pensano tutti
aspettando il lavoro,
come un gregge svogliato



Qui i rimandi simbolici e concettuali sono molteplici : a parte coloro che lavorano che sono bestie asservite e gregarie, Pavese sviluppa la metafora del cane, come colui che fiuta il tempo non atmosferico, ma storico e cerca di accompagnarlo (Canetti svilupperà il concetto dello scrittore come cane del proprio tempo). Ovviamente tale accompagnamento, questo essere ombra del proprio tempo è al tempo stesso essere al confine tra la vita e la morte, come Anubi che accompagna le anime nell'al di là egizio o come i cani raffigurati sotto i piedi del loro padrone nelle tombe medievali e dell'età moderna. E la fedeltà al tempo storico è tutt'uno con la ribellione partigiana allo stato di cose esistente, una ribellione che porta con sè il rischio del fallimento e della morte, un randagismo anarchico ed errante.

Pubblicato il 27/9/2008 alle 21.43 nella rubrica Schegge.

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