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Emiliano Brancaccio : una riflessione critica sul Premio Nobel Paul Krugman

 

Paul Krugman è il vincitore del premio Nobel per l'economia 2008, per i suoi contributi in tema di "scambi commerciali e di localizzazioni delle attività economiche" a livello mondiale. Nato nel 1953 a New York, docente presso la Princeton University, Krugman gode di larga fama presso il grande pubblico soprattutto per la sua prolifica attività divulgativa. Editorialista prima della rivista Slate e oggi del New York Times, Krugman si caratterizza per uno stile indubbiamente corrosivo ma per delle ricette che potrebbero in fin dei conti esser considerate di moderato buon senso. In effetti, proprio per questa sua miscela di aggressività nei modi e di pacatezza nelle proposte, egli sembra avere incarnato meglio di ogni altro opinionista la ovattata cultura liberal americana del nuovo secolo. Krugman infatti non è assolutamente un radicale.
Sul piano teorico l'economista ha sostanzialmente difeso il paradigma neoclassico dominante, sia pure ritoccato in alcuni suoi punti. Sul piano politico, egli è stato non solo un impietoso fustigatore delle amministrazioni repubblicane statunitensi ma anche dei governi socialisti francesi dei primi anni Ottanta, e si è in generale contraddistinto per delle proposte di limitato interventismo keynesiano (già tipiche del resto dei suoi mentori del MIT, Samuelson e Solow). Ma in che senso Krugman ha contribuito al ritocco e all'ammodernamento della teoria neoclassica? L'innovazione cruciale che ha contraddistinto i suoi contributi riguarda i cosiddetti rendimenti di scala, vale a dire i guadagni di efficienza che si possono ottenere dall'aumento della scala di produzione. Nelle analisi neoclassiche tradizionali veniva esclusa la possibilità che al crescere della produzione potesse aumentare la produttività dei fattori e quindi potessero ridursi i costi di ogni singola merce. Tuttavia nella realtà dei fatti accade spesso che l'aumento delle dimensioni dell'attività economica permetta di aumentare l'efficienza del processo produttivo. Il caso di scuola è quello di un magazzino il cui costo viene calcolato in base ai metri quadrati che occupa, ma la cui capacità di carico viene determinata dalla cubatura. Se dunque il magazzino si ingrandisce la sua capacità aumenterà al cubo mentre i costi cresceranno solo al quadrato, il che evidentemente potrà dare luogo a una espansione dei profitti netti. Ma si pensi anche alla possibilità di organizzare e di mettere in relazione i lavoratori in modo più efficiente al crescere delle dimensioni e della concentrazione dell'attività economica. E' questa una caratteristica non solo dei vecchi regimi tayloristici ma anche dei più moderni processi basati sul continuo scambio di esperienze e di informazioni. Entro certi limiti, dunque, il gigantismo delle imprese può determinare un abbattimento dei costi e quindi una maggiore competitività. Partendo da queste semplici intuizioni Krugman ha saputo costruire dei modelli estremamente chiari ed eleganti, dedicati soprattutto all'analisi degli scambi commerciali e della localizzazione internazionale delle imprese. Le conclusioni di questi modelli sono state il più delle volte di conforto all'ideologia dell'apertura totale dei mercati e del libero scambio. Ma sono emerse da essi pure delle riflessioni inquietanti sul possibile sviluppo futuro delle relazioni economiche internazionali. Per esempio, in base alle sue analisi Krugman è arrivato a sostenere che l'integrazione dei mercati causata dall'unificazione europea potrebbe scatenare un gigantesco movimento migratorio di capitali e di lavoratori, dalle zone periferiche verso le aree centrali del continente. L'obiettivo di sfruttare al massimo i rendimenti di scala determinati dal gigantismo potrebbe cioè determinare una sorta di "mezzogiornificazione" delle periferie meridionali d'Europa, a tutto vantaggio del quadrilatero industriale situato in prevalenza entro i confini della Germania.



In effetti, non sempre i risultati delle analisi di Krugman hanno trovato conferma nei dati empirici. La tesi della "mezzogiornificazione" delle periferie europee ad esempio trova diversi riscontri ed è in linea generale condivisibile. Tuttavia essa sembra manifestarsi in termini finanziari ancor prima che fisici, e pare aver bisogno di spiegazioni più complesse rispetto al semplice fenomeno tecnico dei rendimenti di scala generati dal gigantismo industriale. Ad un loro esame approfondito, insomma, i modelli di Krugman colgono alcuni nodi cruciali ma non sembrano in grado di andare molto al di là di una lettura superficiale delle tendenze in atto. Il che si spiega, a nostro avviso, con il fatto che le strutture logiche dell'economista americano restano saldamente ancorate al paradigma neoclassico dominante. Riguardo ai suoi modelli di commercio e di localizzazione, basti pensare che essi di fatto si basano sulla eroica tesi neoclassica della piena occupazione dei lavoratori e degli altri fattori produttivi esistenti. Ma una dipendenza analoga dagli stringenti vincoli neoclassici può essere ravvisata anche nei suoi modelli di previsione delle crisi economiche, che molto hanno fatto discutere soprattutto nel corso dell'attuale emergenza finanziaria. Va ricordato infatti che Krugman è stato uno dei più strenui oppositori del Piano Paulson di salvataggio delle banche americane. Egli ha criticato il piano sulla base di considerazioni di buon senso politico, come quella secondo cui lo Stato avrebbe dovuto acquistare direttamente le banche e non semplicemente i loro titoli spazzatura. Tuttavia, riguardo alle determinanti profonde della crisi Krugman ha fornito un'analisi discutibile, che è in linea con la vecchia tradizione della sintesi neoclassica: si tratta infatti di una spiegazione di tipo meramente soggettivo e psicologico, fondata sul rischio di uno stallo nei meccanismi di fiducia necessari al corretto funzionamento del sistema finanziario. E' questa una linea interpretativa che del resto contraddistingue non solo l'economista americano ma anche numerosi osservatori nostrani della tempesta finanziaria, da Lorenzo Bini Smaghi a Francesco Giavazzi. L'idea più o meno implicita di questi autori è che, se si ripristinano i meccanismi istituzionali necessari per risollevare la fiducia, le cose dovrebbero tornare a posto. Alle interpretazioni di Krugman e degli altri è possibile tuttavia contrapporre una lettura alternativa della crisi: quella di tipo oggettivo, tipica delle scuole di pensiero critico, basata sul dato materiale della colossale sperequazione tra profitti e salari. Secondo tali interpretazioni critiche, le origini della emergenza finanziaria possono essere individuate nel mondo di bassi salari che si è voluto creare attraverso anni di deregolamentazione dei mercati, da quelli finanziari a quello del lavoro. Lo schiacciamento mondiale dei salari diretti e indiretti ha infatti aperto una gigantesca forbice distributiva, che non aveva finora avuto riflessi sulla domanda di merci grazie alla capacità degli Stati Uniti di assorbire le eccedenze produttive mondiali tramite una enorme espansione del debito privato. Una volta però scoppiata la bolla del debito, si fa adesso concreto il pericolo che la produzione globale si incagli in una crisi generale, fatta di sproporzioni e di depressioni.
Krugman ha talvolta intelligentemente circumnavigato questa interpretazione critica della crisi. Ma da un premio Nobel allevato al MIT di Boston non si poteva pretendere che sposasse senza indugio una chiave di lettura che un tempo si sarebbe opportunamente definita "di classe". Capita tuttavia che dal punto di vista di un interesse specifico, quello del lavoro, si riescano a individuare in modo assolutamente cristallino le cause profonde delle tendenze storiche in atto, e quindi anche dello sconquasso finanziario di questi mesi. Con o senza l'aiuto di Krugman, dunque, sarà bene in futuro battere su questa specifica interpretazione, materiale e oggettiva, di una tempesta finanziaria che potrebbe a lungo andare tramutarsi in un tracollo occupazionale e retributivo.

Pubblicato il 15/10/2008 alle 9.31 nella rubrica Comunismo.

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