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La parola d'ordine negli Usa : spalmare la ricchezza

 

Ci mancava l'Ocse a dare un giudizio definitivo sull'amministrazione Bush. Il rapporto sulla distribuzione del reddito pubblicato ieri non fa che confermare quello che tutti ripetono: il sogno americano è a rischio, l'idea di un futuro radioso per le prossime generazioni in crisi. Gli Stati Uniti, infatti sono il terzo Paese Ocse dove le diseguaglianze sono cresciute di più negli ultimi venti anni - i primi due sono Turchia e Messico, non esattamente il tipo di nazione con cui gli States sono abituati a paragonarsi. Dal 2000 ad oggi la distanza tra ricchi e poveri è aumentata ad un ritmo più rapido che in passato. Sono aumentati gli anziani poveri e leggermente diminuiti i bambini poveri, il 10 per cento più ricco è più ricco di dieci anni fa, il 10 per cento più povero è più povero che altrove. Ovvero, la distribuzione del reddito è cambiata verso l'alto. Un fenomeno questo che risale agli anni 80, fino ad allora la forbice dei redditi era come la nostra. Dal 1980 la tendenza si è invertita. E lo Stato non ha potuto né voluto, intervenire per redistribuire il reddito.
E' in questo contesto che ci si avvia alle elezioni. «Spalmare la ricchezza» è il nuovo modo in cui McCain-Palin spiega il programma «socialista» degli avversari. La verità sta altrove, ma la crisi di Wall street ha finalmente fatto emergere la situazione di un Paese dove le differenze si stanno accentuando e la middle class sente mancare il terreno sotto i piedi. Per discutere delle conseguenze della crisi e dei programmi dei candidati, la Columbia University ha organizzato due forum. Al primo partecipavano il finanziere-filantropo George Soros, l'economista Nouriel Roubini, professore a Nyu e Jeffrey Sachs, direttore Dell'Earth institute alla Columbia e portavoce dell'Onu per gli Obbiettivi del millennio. Nella seconda sala si confrontavano i due consiglieri economici delle campagne presidenziali, Austan Goolsbee per Obama e Douglas Holtz-Eakin per McCain, interrogati da economisti, tra cui il premio Nobel Stiglitz.



Soros, il coccodrillo della finanza : prima mangia e poi piange...

Roubini e Soros hanno dalla loro il fatto di aver avvertito della crisi, chiesto regole, quando la bolla speculativa si stava ancora gonfiando. L'economista si è addirittura meritato il nomignolo di Doctor Doom, Dottor Catastrofe, il principale nemico dei Fantastici 4. Due anni fa venivano presi in giro, oggi non più. Se Soros non fa previsioni per il futuro («Dipende dal voto e da quanto i risparmiatori saranno presi o meno dal panico, ma non vedo un nuovo '29»), Roubini non si smentisce: «La domanda è, quanto sarà lunga e dura la recessione, non se e quando entreremo in recessione». Per Sachs, la colpa della crisi è di Greenspan: «Si è ostinato a tenere bassi i tassi di interesse». A proposito di povertà, Sachs spiega che questa crisi tocca l'economia reale più che non quella della new economy. «Allora molti piccoli investitori persero molto. Stavolta la bolla è durata più a lungo, i marchingegni finanziari sono più improbabili e il debito accumulato dalle famiglie più alto» (c'è di mezzo la casa, non solo gli investimenti). E per finire «stavolta sono coinvolti gli istituti di credito, l'olio che fa girare il motore, delle grandi, come delle piccolissime imprese o delle famiglie». Sachs fa anche qualcosa che somiglia ad un appello al voto: «Il 16 per cento del Pil finisce in spese sanitarie, militari, nelle pensioni e per finanziare il debito. Lo Stato raccoglie il 17 per cento di tasse, qualcuno mi spieghi, se le abbassiamo ancora come faremo le infrastrutture o ci occuperemo della povertà».
Se tra finanzieri ed economisti, il dialogo è vivace, tra i consiglieri dei candidati tutto è già sentito. Goolsbee e Holtz-Eakin si scambiano accuse. Le ricette sono le solite: Goolsbee rilancia i tagli fiscali alla middle class e un piano di investimenti per il lungo periodo, Holtz-Eakin spiega che il cuore dell'America è il piccolo business e che per salvarlo bisogna tagliare le tasse. Anche ai più ricchi. Si parla delle case, delle regole, del deficit fuori controllo. L'impressione è che il clan Obama eviti di usare parole d'ordine tipo New Deal per non rischiare e che quello McCain abbia scelto che l'utlima spiaggia è ricompattare quel che resta della base evangelica (con Palin) e di quella conservatrice, con i discorsi sull'economia. Certo, i dati Ocse danno una mano a quelli che vogliono spalmare la ricchezza. Gli altri hanno perso su tutta la linea.

(Martino Mazzonis)

Pubblicato il 24/10/2008 alle 18.1 nella rubrica Politica.

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