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Enzo Modugno : la macchina delle conoscenze. Riflessione sui saperi e la scuola

 

A ogni ondata di lotte per l'istruzione riaffiorano le questioni sulla natura delle conoscenze: chi le produce, chi se ne appropria, «che fare». Con almeno tre linee interpretative.
La prima - dovuta ai nostalgici del fordismo che ritengono che il capitale non sia cambiato - ripropone la rivendicazione tradizionale dei partiti di sinistra che è sopravvissuta come richiesta della formazione una volta fornita dalla riforma Gentile, ma estesa a tutti con la scuola pubblica. È la linea di qualche partito e di qualche sindacato anche di base della scuola. Equivale alla pretesa di quei socialisti francesi dell'800 che volevano far diventare tutti capitalisti. La seconda non è altro che positivismo informatico: teorici della moltitudine e mediologi postmodernisti che hanno creduto nelle capacità liberatorie delle nuove tecnologie, e che considerano perciò il nuovo capitale come puro dominio, ormai senza alcuna funzione nella produzione. Credono cioè che le tecnologie informatiche non siano macchine capitalistiche ma strumenti dell'«intellettualità diffusa». L'economia sarebbe diventata, come credeva Foucault, bioeconomia: quindi niente più macchine perché è il cervello umano che è diventato capitale fisso. E quindi concludono, romanticamente, che sono diventati produttivi tutti i viventi.
Queste due prime posizioni dunque ritengono che sia possibile appropriarsi del sapere nella forma in cui si trova. La terza interpretazione invece, che qui si vorrebbe argomentare, critica il sapere alla radice. Perché, reificato nel corso di un lungo processo storico, il sapere è stato portato all'esterno, separato dal cervello umano, identificato con la matematica, cristallizzato in un apparato materiale: e è diventato infine mezzo di produzione e prodotto di una nuova forma di capitale. Liberare il sapere dai limiti del cervello umano è la specialità di questo nuovo capitale: le conoscenze infatti abbandonano l'ambito ristretto del lavoro intellettuale di cui erano il dominio, talmente fuse che in realtà non circolavano; ora invece, prodotte e utilizzate da grandi masse di lavoratori mentali dequalificati, possono circolare sul mercato mondiale, diventano il nuovo valore di scambio, si generalizzano. 



Quest'ultima posizione ha radici in Marx e nella filosofia del '900. La critica del sapere, che da Husserl a Heidegger, da Lukàcs a Korsch, da Sartre alla Scuola di Francoforte poteva sembrare una deduzione trascendentale, era in realtà una deduzione empirica. Perché se, come ha scritto Marx, ciò che muove le menti dei filosofi muove anche le ferrovie, nel nostro caso l'analisi del sapere reificato coincideva con l'analisi della produzione capitalistica di conoscenze che allora si stava preparando. E quando questa ha cominciato a affermarsi, la critica dei filosofi è diventata critica di massa del sapere almeno a partire dal '68. Questo sapere reificato, matematizzato, mercificato, pietrificato era diventato una macchina capitalistica, e non ci si può riappropriare di un sapere così ridotto, diventato un dispositivo di dominio messo a punto per estorcere plusvalore. Per questo il «rifiuto del sapere» ha determinato i comportamenti più radicali nelle lotte, nei movimenti collettivi e negli atteggiamenti quotidiani.

Pubblicato il 13/12/2008 alle 21.29 nella rubrica Comunismo.

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