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Joseph Levine: un argomento per dimostrare il razzismo ipocrita di Israele

 L'attacco sferrato in questi giorni da Israele a Gaza ha suscitato discussioni nella stampa mainstream. Ma sia coloro che si sono espressi contro l'attacco, sia coloro che lo appoggiano, nonostante tutte le differenze condividono un assunto fondamentale secondo cui Israele, in quanto democrazia occidentale industrializzata, accetterebbe il principio illuministico del valore assoluto della vita umana riconoscendo i diritti inalienabili che da esso derivano. In questo quadro, gli esponenti del governo israeliano sarebbero messi di fronte a un tragico dilemma: come affrontare le forze minacciose che non condividono tali valori - gli «estremisti islamici» - senza sacrificare i propri standard morali. Così, chi è favorevole all'attacco a Gaza si chiede in quale altro modo, se non con una micidiale forza militare, Israele possa proteggere i suoi cittadini dai lanci dei missili, mentre chi è contrario fa notare che il bombardamento, con i suoi alti costi in termini di vite umane, è comunque un mezzo inadeguato a garantire la sicurezza di Israele.
Coloro che si oppongono all'attacco, naturalmente, hanno ragione. Ma, sottoscrivendo tacitamente l'idea dello «scontro tra culture», essi sollevano Israele dalla sua responsabilità morale. L'aggressione attualmente in corso non è governata dal doloroso riconoscimento che i diritti umani comportano esigenze in conflitto tra loro; essa è animata piuttosto da un profondo razzismo, da tribalismo, e dall'antica dottrina della colpa collettiva.





Per verificare ciò che dico, basta cimentarsi in un semplice esperimento del pensiero. Supponiamo che i terroristi di Hamas si fossero nascosti a Tel Aviv (o a Los Angeles, o a Londra - l'esercizio è altrettanto illuminante se applicato agli Usa e/o a qualunque altro stato occidentale «civilizzato»). Sarebbe mai stata contemplata una aggressione come quella cui abbiamo assistito nei confronti di Gaza? I governanti israeliani avrebbero calcolato con la stessa risoluta freddezza il rapporto costi-benefici relativo a un massiccio attacco aereo sui quartieri ebraici? I governanti americani ed europei avrebbero perdonato un simile attacco? E i pundit avrebbero espresso la loro simpatia nei confronti del terribile dilemma di Israele? Naturalmente no! L'idea stessa di una simile azione sarebbe stata immediatamente riconosciuta come moralmente riprovevole, e chiunque l'avesse proposta sarebbe stato trattato con disprezzo. Sembra di sentirli: Cosa, noi come Hamas? Loro non rispettano la vita umana, noi sì.
Salvo il fatto, naturalmente, che «noi» - i membri dell'Occidente che si autodefinisce illuminato - non la rispettiamo più di quanto facciano «loro». Se davvero mettessimo in pratica i valori che dichiariamo di sostenere, non reagiremmo al nostro esperimento del pensiero in modo asimmetrico. Oppure acconsentiremmo alla decisione di sacrificare la popolazione di un quartiere di Tel Aviv per il bene superiore. O - più probabilmente - dovremmo giudicare questo attacco a Gaza moralmente fuori dei limiti. Il fatto che le diverse ipotesi non ci colpiscano immediatamente come asimmetriche - una spiacevole necessità in un caso, una atrocità morale nell'altro - tradisce l'esistenza in noi di due impulsi molto primitivi, anti-illuministici: sciovinismo razziale/tribale e credenza nella colpa collettiva.
Il primo è ovvio. Se siamo onesti, ammetteremo che gli uomini, le donne, i bambini di Gaza appaiono diversi dagli ebrei israeliani e dagli altri «occidentali»: loro sono «altro», non pienamente umani. Noi naturalmente rifiutiamo con veemenza certi giudizi. Ma se non crediamo che le cose stiano così, che cosa spiega il risultato del nostro esperimento? Perché non saremmo disposti a uccidere centinaia di «noi» per proteggere gli altri, mentre siamo pronti a uccidere loro, tanti quanti ne servono? E' semplice: loro non contano quanto contiamo noi.
O forse no. Qualcuno potrebbe obiettare che c'è una differenza moralmente rilevante tra le due popolazioni: poiché Hamas è una organizzazione palestinese, sarebbe moralmente giustificabile mettere a rischio la vita dei palestinesi per proteggere i cittadini israeliani. Ma questa obiezione, semplicemente, mette a nudo il secondo elemento anti-illuministico presente nella psiche occidentale moderna: la nozione di colpa collettiva.
Perché il mero fatto che Hamas è palestinese dovrebbe giustificare che sia messa a repentaglio la vita di palestinesi che non sono combattenti di Hamas e che non sono personalmente responsabili degli atti terroristici commessi da quella organizzazione? Ciò è possibile solo se crediamo che tutti i palestinesi nascano colpevoli, semplicemente - come dirlo altrimenti? - perché appartenenti alla stessa tribù di Hamas. In quale altro modo è possibile spiegare la distinzione tra le potenziali vittime innocenti palestinesi, e quelle innocenti «come noi»?
La colpa collettiva è una nozione moralmente primitiva e odiosa tanto quanto i principi attribuiti agli «estremisti religiosi». Ecco perché la punizione collettiva è proibita dal diritto internazionale. Inoltre, abbracciare la dottrina della colpa collettiva significa abbandonare una posizione moralmente valida. I terroristi fanno sempre appello ad essa per giustificare la morte di qualcuno. Al Qaeda considerava le vittime degli attacchi al World Trade Center adulatori del Grande Satana, così come Hamas considera le sue vittime collaborazionisti dell'occupazione. Se vogliamo respingere un simile modo di ragionare, non dobbiamo indulgervi noi stessi.
Se rinunciamo all'idea di colpa collettiva e di fedeltà alla tribù, non resta niente che distingua le vittime concretissime dell'attacco di Israele a Gaza dalle vittime immaginarie nel mio esperimento. A dire il vero, non c'è una differenza moralmente rilevante. Gridare a gran voce la nostra indignazione è l'unica risposta umanamente decorosa alla brutale aggressione di Israele. Ce lo impongono quei valori occidentali illuminati che tutti noi dovremmo avere cari.

Pubblicato il 9/1/2009 alle 16.36 nella rubrica Filosofia.

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