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Ramon Mantovani : Per una svolta positiva nella politica estera Usa non basta il rilancio del multilateralismo

 

Dopo le mille suggestioni sulla vittoria di Barack Hussein Obama forse è necessario, come ha giustamente osservato Dino Greco, attendere dei fatti per esprimere giudizi fondati e seri.
Intanto ci sono questioni, connesse intimamente fra loro e di importanza centrale, sulle quali vorrei soffermarmi.
Nel corso degli anni 90, e fino ad oggi, il ricorso alla guerra è stato una costante da parte di tutte le amministrazioni Usa. Oltre alla ben nota funzione di volano svolta dall'economia militare in ambito interno ed internazionale c'è stato, con tutta evidenza, l'esplicito obiettivo di dare al mondo, dopo la caduta del muro di Berlino, un nuovo ordine fondato sull'espansione globale del capitalismo e sul dominio dei paesi "occidentali". L'uso della guerra si è generalizzato come strumento "normale" di governo del mondo. Mi si scusi la semplificazione, ma si può ben dire che per costruire un nuovo ordine internazionale era necessario destabilizzare e distruggere quello esistente. E' quello che è stato fatto con guerre che hanno generato instabilità sia nei teatri specifici dove sono state combattute sia nelle relazioni mondiali. Così come è altrettanto evidente che la globalizzazione capitalistica ha prodotto tali contraddizioni che il mondo non può essere governato che con una rinnovata politica di potenza e con l'uso permanente della forza.
La prima vittima di questa tendenza sono state le Nazioni Unite. Esse sono state private di funzioni fondamentali sul piano delle politiche economiche e sociali. Basti pensare all'Unctad (l'agenzia del sistema Onu preposta a governare il commercio mondiale) e alla funzione assunta dall'Organizzazione Mondiale del Commercio come motore della globalizzazione. Basti pensare al G7 che, pur essendo nato come una riunione informale dei paesi più industrializzati, ha assunto sempre più la funzione di direttorio mondiale (ed è questo il motivo dell'allargamento alla Russia e della ventilata ulteriore inclusione dei "paesi emergenti" come Cina, Brasile ecc) a scapito dello stesso Consiglio di Sicurezza dell'Onu, chiamato sempre più a ratificare supinamente decisioni prese in una sede nemmeno retta da un trattato internazionale.
In particolare, a livello militare, dopo la fine del patto di Varsavia e della guerra fredda, invece di procedere, come previsto dallo statuto dell'Onu, alla formazione di una forza permanente sotto il comando del Consiglio di Sicurezza per svolgere la funzione di polizia internazionale, abbiamo assistito al rilancio della Nato e al suo allargamento. Al punto che, nel pieno della politica multilaterale dell'amministrazione Clinton, la Nato ha scatenato la guerra contro la Jugoslavia senza nemmeno che il Consiglio di Sicurezza avesse discusso della questione e l'ha conclusa, nel modo che sappiamo, dopo una riunione del G8. Le guerre unilaterali dell'amministrazione Bush, con coalizioni militari a geometria variabile, hanno proseguito il lavoro di delegittimazione dell'Onu fino alla dichiarazione minacciosa del Segretario di Stato Colin Powell secondo il quale l'Onu sarebbe diventata un "ente inutile" se non avesse assecondato le scelte statunitensi. L'unica controtendenza è stata la missione Unifil in Libano. Missione subita e mal digerita sia dagli Usa sia da Israele. La prima composta da decine di paesi sotto il diretto comando del Segretario Generale dell'Onu, dopo più di dieci anni dal fallimento, appositamente provocato per spianare il terreno all'intervento della Nato, della missione di caschi blu in Bosnia.




Oggi Barack Obama sembra riproporre, in versione aggiornata, il multilateralismo come cifra della propria politica estera. La scelta di Hillary Clinton è per questo altamente significativa. Ma lo è anche quella di mantenere nel suo incarico Robert Gates, il Segretario alla Difesa del governo Bush.
L'aggiornamento della dottrina "multilateralista" è dovuto al fatto che per Obama, nel pieno della crisi del sistema, sarà necessario contenere le spinte spontanee dei più importanti governi alla protezione delle proprie produzioni e mercati nazionali, armonizzandole con il tentativo di soluzioni condivise e capaci di salvaguardare il sistema capitalistico globale e segnatamente gli interessi delle società multinazionali, che in trenta anni si sono moltiplicate passando da circa 600 a circa 50mila.
E' parimenti chiaro che una rinnovata politica multilaterale sul piano della guerra è fondata sulla condivisione, da parte dei paesi ricchi, di una strategia comune basata sul rilancio (e sull'allargamento) del G8 e del principale strumento militare a disposizione che è la Nato.
Come non vedere in questa chiave la scelta dichiarata di Obama di rilanciare e rendere centrale la guerra in Afghanistan?
Perché questo è già un fatto indiscutibile.
Vedremo se sarà contraddetto o confermato dai seguenti atti del nuovo governo Usa.
Ma per poter parlare di una svolta positiva nella situazione mondiale, determinata dalla nuova presidenza statunitense, bisognerebbe avere fatti precisi quali il rilancio della centralità dell'Onu in tutti i campi e l'abbandono della guerra permanente come strumento di governo reale del mondo.
Temo che, invece, il rilancio del multilateralismo, del G8, del Wto e della Nato sarebbero salutati, anche a sinistra soprattutto in Europa, come la svolta tanto attesa.
Ed è su questo punto, secondo la mia modesta opinione, che si vedrà il confine invalicabile entro il quale ricostruire il movimento pacifista e la sinistra anticapitalistica nei prossimi anni.

Pubblicato il 26/1/2009 alle 17.13 nella rubrica Articoli.

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