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Sara Farolfi :Addio al contratto nazionale e anche al diritto di sciopero

 

«Le parti confermano che obiettivo dell'intesa è il rilancio della crescita economica, lo sviluppo occupazionale (fondato sull'aumento della produttività, si dice altrove ndr) e l'aumento della produttività...». Le note conclusive la dicono lunga su quelle sei paginette che portano il titolo di «accordo quadro sulla riforma degli assetti contrattuali», ma che somigliano piuttosto ad una radicale via d'uscita dalla crisi. Altro che moderazione salariale, come quella degli ultimi quindici anni, l'intesa separata (senza la firma della maggiore organizzazione, Cgil) sul modello contrattuale che manda definitivamente in soffitta gli accordi del 23 luglio 1993, disegna un modello dove il welfare si sposta progressivamente sugli enti bilaterali, e la contrattazione stessa si riduce a ben poca cosa. Al contratto nazionale - cui si potrà derogare, «in tutto o in parte», a livello decentrato - non resta che la garanzia di «una efficiente dinamica retributiva». La contrattazione di secondo livello, su cui tanto rumore è stato fatto, viene indissolubilmente legata alla defiscalizzazione concessa dal governo di turno (e dunque da questa, evidentemente, finanziata). Il diritto di sciopero, infine, viene messo pesantemente in discussione, con una norma che per ora riguarda i servizi pubblici ma che ben presto, a giudizio di molti, rischia di essere esportata anche nel privato.



C'erano una volta gli aumenti...
Il nuovo modello - sperimentale per quattro anni - disegna un sistema comune (contratti triennali) per il pubblico e il privato. Restano i due livelli di contrattazione, ma il contratto nazionale non avrà che «la funzione di garantire la certezza dei trattamenti economici e normativi comuni per tutti i lavoratori». Nessun riferimento (come era invece nei precedenti documenti) a una tenuta, tantomeno a un recupero, del potere d'acquisto. L'indice armonizzato europeo (Ipca) depurato dei prezzi dei beni energetici, sostituirà il tasso d'inflazione programmata: l'elaborazione della previsione sarà affidata a un soggetto terzo. Stefania Crogi, segretaria generale della Flai Cgil - che probabilmente sarà la prima categoria a dovere affrontare un rinnovo con il nuovo modello - si è già fatta due conti: «Nel biennio precedente avevamo ottenuto aumenti salariali per 108 euro al mese, con il nuovo indice non supereremo la sessantina di euro». Per i metalmeccanici, stessa storia: dai 127 euro di aumento dell'ultimo contratto, si rischia di scendere fino a 40-50 euro in tutto». Tutto, ad ogni modo, sarà deciso a livello confederale, compreso il recupero di eventuali «scostamenti tra inflazione prevista e quella reale effettivamente osservata» (entrambi, naturalmente, depurati dagli aumenti dei beni energetici). Nel settore pubblico le cose vanno persino peggio, con gli aumenti vincolati «al rispetto e ai limiti della necessaria programmazione prevista dalla legge finanziaria».

Un modello centralizzato
Dell'estensione del secondo livello di contrattazione resta ben poco. La contrattazione decentrata resta tale e quale quella di oggi (e cioè una cosa per pochi affezionati). Gli aumenti salariali, anzi, oltre ad essere «collegati al raggiungimento di obiettivi di produttività, redditività, qualità e efficienza, nonchè ai risultati legati all'andamento economico delle imprese», vengono legati alla «riduzione di tasse e contributi» concessa dal governo: «la contrattazione di secondo livello - è scritto - deve avere caratteristiche tali da consentire l'applicazione degli sgravi di legge». In ogni caso il secondo livello «deve riguardare materie e istituti che non siano già stati negoziati in altri livelli di contrattazione». Sterilizzata l'autonomia delle categorie: qualora ci fossero problemi nel rinnovo, si prevede l'intervento delle confederazioni. Nulla invece sull'estensione della contrattazione nelle piccole e medie imprese (alle quali non si fa che un vago, e assolutamente non vincolante, riferimento), e nulla anche sull'elemento di «perequativo» (a garanzia di chi non fa contrattazione al secondo livello), fermo restando quanto già definito in specifici comparti produttivi (per i metalmeccanici, per esempio). Ma il colpo basso arriva sul diritto di sciopero: per ora si parla della contrattazione di secondo livello nelle aziende di servizi pubblici locali, dove si potranno «determinare l'insieme dei sindacati, rappresentativi della maggioranza dei lavoratori, che possono proclamare gli scioperi». Come se il diritto di sciopero fosse un diritto delle organizzazioni sindacali e non del lavoratore o della lavoratrice. Per quanto riguarda la rappresentanza sindacale, le parti dovranno trovare un accordo entro tre mesi.

Pubblicato il 26/1/2009 alle 9.35 nella rubrica Politica.

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