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Richard Falk : vincere e perdere a Gaza. Se la vittoria militare è una sconfitta politica

 Da quando Israele ha lanciato la sua operazione militare con l'offensiva del 27 dicembre, l'attenzione è andata in massima parte alla guerra di terra, alle vittime e alle crudeltà della guerra urbana nell'affollata Striscia di Gaza. Ora che è in corso un cessate il fuoco, l'attenzione si sposta naturalmente dalla controversa questione se quello di Israele sia stato un atto di difesa giustificabile, alla valutazione degli effetti. Questo tipo di indagine sollecita degli interrogativi su cosa Israele abbia ottenuto. Gli scopi dichiarati dai suoi leader erano porre fine al lancio dei razzi e bloccare il traffico di armi attraverso i tunnel, ma la portata degli obiettivi israeliani appare ben più ambiziosa. Se la guerra di Gaza avesse avuto solo quegli scopi specificamente dichiarati, risulterebbe arduo spiegare perché Israele abbia ignorato le ripetute offerte di Hamas di un cessate il fuoco e di una tregua a lungo termine, di 10-20 anni. Anche se fortemente preoccupato per i razzi provenienti da Gaza, stupisce che Israele abbia lanciato la grande offensiva contro Gaza del 4 novembre che ha portato all'uccisione di diversi palestinesi e, com'era prevedibile, ad ulteriori lanci di razzi da parte di Hamas per rappresaglia. La campagna militare e il precedente blocco, se non esclusivamente punitivi, si spiegano solo alla luce della volontà di Israele di distruggere Hamas come soggetto politico, cosa che sembra essere stata il suo principale obiettivo sin da quando Hamas vinse le elezioni democratiche nel gennaio 2006. Lasciando da parte le motivazioni non dichiarate dei politici israeliani, che dovranno affrontare una dura sfida elettorale tra meno di un mese, chiaramente la posta in gioco per Israele è più alta che fermare i lanci dei razzi: una ragione per distruggere Hamas come soggetto politico è aprire la strada a un ampliamento del mandato dell'accondiscendente Autorità palestinese a Gaza; e probabilmente la cosa più importante per Israele era riaccendere nell'Iran sentimenti di paura e rispetto per la sua forza militare. Israele conta sul linguaggio, in qualche modo fuorviante, della «deterrenza» per descrivere questo obiettivo strategico, sottintendendo così un suo carattere difensivo, ma le vere motivazioni sembrano più sfuggenti: spaventare l'Iran e contemporaneamente rassicurare la popolazione israeliana, suggerendole che l'esercito israeliano resta una forza capace di garantire la sicurezza del paese, e rinnovarne l'immagine appannata ereditata dalla Guerra del Libano nel 2006. Nascono a questo punto interrogativi più profondi sulla vittoria e la sconfitta. Le cifre sulle vittime e il dominio militare di Israele sulla terra, sul mare e in cielo fanno certamente di Israele il vincitore sul campo di battaglia. Ma una valutazione di questo genere dell'esito della «missione compiuta» è quasi certamente destinata a risultare fuorviante a Gaza così come è accaduto in Iraq. Le indicazioni attuali suggeriscono con forza che Hamas, malgrado sul terreno sia stato sconfitto facilmente, ha nondimeno trionfato nella battaglia per i cuori e le menti dei palestinesi. Questa è un'affermazione eclatante e difficile da dimostrare, ma le notizie provenienti dalla West Bank e da Gaza rivelano una rabbia diffusa nei confronti dell'Autorità palestinese per la sua passività, e un maggiore consenso nei confronti di Hamas anche tra i palestinesi laici, che apprezzano la determinazione con cui Hamas ha resistito alla brutalità dell'occupazione israeliana e delle operazioni militari. Se quando si terranno le nuove elezioni Hamas dovesse imporsi come la forza politica dominante di tutta la Palestina occupata, allora agli occhi dei palestinesi, ma anche di molti israeliani e certamente del mondo, il principale vincitore risulterebbe essere proprio Hamas, e Israele avrebbe perso. Anche sul fronte diplomatico il bilancio è complicato. Forse l'esibizione di supremazia militare da parte di Israele avrà l'effetto di intimidire i suoi avversari regionali, ma l'estrema unilateralità della lotta ha suscitato proteste diffuse e alcune ripercussioni diplomatiche negative. Il Qatar e la Mauritania, tra i pochi stati nella regione ad accettare Israele, hanno interrotto le relazioni diplomatiche, e l'Unione europea ha sospeso la procedura in corso per accordare a Israele i benefici di un'interazione economica privilegiata. Il primo ministro turco ha persino proposto di espellere Israele dall'Onu. In questa atmosfera infuocata desta poca meraviglia che, per la prima volta, autorevoli figure internazionali normalmente dedite ai tatticismi - si va dall'Alto Commissario per i diritti umani al Presidente dell'Assemblea generale dell'Onu - abbiano chiesto un'indagine per crimini di guerra. Il parlamento della Malesia ha chiesto all'unanimità all'Onu di istituire un tribunale speciale per crimini di guerra, come si fece negli anni '90 per i crimini nella ex Jugoslavia e per il genocidio in Ruanda. Vincere militarmente ma perdere politicamente non dovrebbe sorprendere chi studia la guerra moderna, specialmente se riflettiamo su alcuni importanti conflitti recenti. Dopo tutto, gli Usa in Vietnam vinsero tutte le battaglie e tuttavia persero la guerra, così come era successo precedentemente alla Francia in Indocina e poi in Algeria. Alla Russia accadde la stessa cosa negli anni '80 in Afghanistan.

 

In tutte queste guerre, la parte militarmente dominante non solo ha perso la guerra ma ha anche attraversato una profonda crisi in patria, e la sua reputazione internazionale ne ha risentito. Queste guerre di contro-insurrezione o neocoloniali hanno in comune il fatto che «il nemico» si fonde con la società civile, la guerra ignora i paletti del diritto umanitario internazionale, e a causa dei ripetuti attacchi e delle uccisioni di civili indifesi, l'intera impresa è ampiamente percepita come una serie di crimini di guerra. Questo è il caso di Gaza, in cui l'indignazione dell'opinione pubblica mondiale infligge a Israele una sonora sconfitta nella guerra di legittimazione, che spesso alla fine è decisiva nel determinare l'esito di importanti conflitti. Né gli Stati uniti né Israele si sono ancora accorti dei limiti della supremazia militare nel mondo contemporaneo. La triste conseguenza è che hanno inflitto sofferenze di massa riportando allo stesso tempo un fallimento politico. I leader di entrambi i paesi appaiono incapaci di imparare dalla storia recente questa lezione: l'intervento militare in paesi stranieri nel mondo post-coloniale produce raramente i risultati politici sperati, a un prezzo accettabile. In questa prospettiva, nonostante il terribile prezzo pagato in termini di vite umane e di sofferenze, i palestinesi sembra stiano lentamente vincendo la «seconda guerra», la guerra di legittimazione, il cui terreno di scontro politico è diventato globale. Forse, la vittoria più schiacciante in una guerra di legittimazione è stata quella vinta dal movimento anti-apartheid contro il regime razzista arroccato in Sudafrica. Dopo la guerra di Gaza, probabilmente la battaglia palestinese per l'autodeterminazione è salita in cima all'agenda della giustizia globale, e questo rappresenta una grande vittoria per Hamas nella seconda guerra. Naturalmente Hamas non è l' Africa n National Congress (Anc), e Israele non è il Sudafrica. I palestinesi non hanno una leadership autorevole come fu per Nelson Mandela e altri esponenti dell'Anc. Tuttavia il punto principale è che c'è una seconda guerra, una guerra spesso non riconosciuta dai media. Non c'è dubbio che Israele abbia vinto la prima guerra, quella combattuta con gli F-16 e i razzi: anche se, data la straordinaria disparità delle forze in campo - come si vede mettendo a confronto il numero delle vittime - il risultato militare non stupisce, e ha prodotto un effetto boomerang a livello legale, morale e politico. Le campagne militari hanno un inizio e una fine ben definiti, e un campo di battaglia visibile, un teatro di morte e distruzione. Per contro, le guerre di legittimazione non hanno confini chiari e vedono sottili cambiamenti dell'opinione pubblica che a un certo punto raggiungono un punto di svolta tale da modificare il clima politico generale in un senso o nell'altro. Il mio assunto è che la guerra di Gaza, vista specialmente sullo sfondo del precedente assedio e della guerra del Libano nel 2006, stia avvicinandosi a quel punto di svolta, facendo intravedere ai palestinesi la vittoria finale nonostante la terrificante punizione recentemente inflitta alla popolazione di Gaza. Il fragile cessate il fuoco che è stato accettato da entrambe le parti comporta nuove sfide e opportunità. Si aprono degli scenari di speranza, dipendenti però da scatti di immaginazione e fiducia, così carenti da entrambe le parti in passato. Hamas potrebbe confermare la sua intenzione di comportarsi come un soggetto politico e astenersi dal lanciare razzi contro i civili. Israele potrebbe cercare di recuperare posizioni nella guerra di legittimazione smettendo di usare l'etichetta «terroristi», potrebbe trattare con Hamas in quanto soggetto politico, esplorare le possibilità insite nella sua offerta di un cessate il fuoco a lungo termine, e mostrare la volontà genuina di impegnarsi in un processo di pace sulla base delle Proposte della Mecca (2002), che anche in questa fase tardiva offrono a israeliani e palestinesi una strada promettente per uscire fuori dai recessi più profondi dell'inferno.

Pubblicato il 6/2/2009 alle 8.41 nella rubrica Politica.

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