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Confronto tra Tito Boeri e Massimo Roccella

Tito Boeri
La proposta del «contratto unico» è stata presentata per la prima volta dal professor Pietro Garibaldi e da me nel 2002 all'università Statale di Milano e poi sul sito lavoce.info. Siamo passati da una fase di sostenuta crescita economica, in cui si registravano significativi tassi di crescita del prodotto interno lordo, non accompagnata però da un'altrettanto sostenuta capacità del sistema di generare nuovi posti di lavoro (è ciò che nelle pubblicazioni in lingua inglese viene definita jobless growth , crescita senza lavoro), a una situazione esattamente rovesciata, in cui la nostra economia è entrata in una fase di stagnazione che di fatto continua da circa la metà degli anni Novanta e tuttavia è riuscita a creare moltissimi posti di lavoro, più di 2 milioni.
Siamo passati dalla crescita senza posti di lavoro alla crescita del lavoro senza crescita economica [...]. Questo è un fenomeno - sulla cui analisi teorica abbiamo lavorato molto io e il professor Garibaldi - che abbiamo definito honeymoon , cioè «luna di miele»: quando in un mercato del lavoro che ha un regime di protezione dell'impiego abbastanza forte si introduce la possibilità per il datore di lavoro di assumere dei lavoratori molto flessibili e non eccessivamente tutelati, i datori di lavoro possono costruirsi una specie di «cuscinetto» di lavoratori, i quali saranno i primi a essere mandati via qualora la situazione del ciclo dovesse peggiorare. Ecco perché può avvenire che, anche quando l'economia non va a gonfie vele, si registri un aumento dell'occupazione.
Chiarito il quadro di fronte al quale ci troviamo, passiamo a vedere le patologie dalle quali è affetto, che sono principalmente tre. Il primo aspetto rimanda all'eccessiva complessità normativa determinata dalla moltiplicazione delle figure contrattuali [...]. Il secondo aspetto davvero grave e preoccupante concerne l'asimmetria molto forte che penalizza soprattutto i giovani, perché sono loro a entrare nel mercato del lavoro da una porta secondaria, attraverso queste nuove tipologie contrattuali [...]. La terza patologia è forse quella più grave. I lavoratori precari sono destinati ad avere carriere lavorative discontinue, con frequenti episodi di disoccupazione e salari bassi. Con le nuove regole del regime previdenziale - un regime di tipo contributivo - questi lavoratori sono destinati ad arrivare alla fine della loro carriera lavorativa con dei trattamenti previdenziali molto bassi, in molti casi al di sotto del minimo vitale [...].
Veniamo allora alla nostra proposta. Noi pensiamo che si debba superare questa stridente asimmetria tra i contratti a tempo indeterminato e le altre tipologie contrattuali, asimmetria che si è creata anche per l'incentivo fortissimo che le imprese hanno nel ricorrere ai contratti flessibili, dal momento che quelli a tempo indeterminato hanno fin da subito - o meglio, dopo il periodo di prova - regimi di protezione dell'impiego molto stringenti. Nella nostra proposta noi sosteniamo che si debbano creare degli standard minimi applicati a tutte le tipologie contrattuali; per esempio i contributi previdenziali devono essere gli stessi per tutti i tipi di lavori che vengono svolti [...]. In secondo luogo deve essere istituito un salario minimo orario, che deve tutelare tutti i lavoratori, e quindi anche quelli cosiddetti precari, i quali molto spesso hanno un potere contrattuale così basso da essere costretti a svolgere prestazioni a dei salari orari davvero bassissimi. Pensiamo solo al fatto che in Italia ci sono persone che percepiscono meno di 5 euro all'ora [...]. Il nostro «contratto unico» si prefigge infine di rendere progressiva la costruzione delle tutele nei primi tre anni del rapporto lavorativo, in modo tale da non porre il datore di lavoro di fronte al forte deterrente all'assunzione costituito dalle garanzie contenute nel tradizionale contratto a tempo indeterminato.

Massimo Roccella
Boeri e Garibaldi continuano a fare riferimento all'Ocse, sostenendo che il nostro mercato del lavoro sarebbe caratterizzato da uno dei regimi più restrittivi per quanto riguarda le tutele nei confronti del licenziamento, ma lo fanno trascurando dati della stessa fonte Ocse che oggi dicono esattamente il contrario [...]. Tutte le cose che si sono scritte per sostenere, in primo luogo, che la nostra legislazione in materia di licenziamento è particolarmente restrittiva e, in secondo luogo, che, quand'anche non lo fosse, molto restrittivi sarebbero i giudici del lavoro, non soltanto non riposano su dati empirici, ma anzi sono da questi contraddette.
Questa è la cornice teorica entro la quale è formulata anche la proposta del «contratto unico», ed è evidente che se la cornice teorica non regge alla prova empirica anche la proposta concreta ne risulta compromessa.
I giuristi sono abituati a utilizzare le parole con proprietà di linguaggio e quindi se dicono «contratto unico», intendono dire proprio «contratto unico». Invece nella proposta di Boeri e Garibaldi il contratto unico non è affatto un contratto unico. È un contratto ulteriore, nel senso che verrebbe introdotta una nuova tipologia contrattuale che si affiancherebbe a tutte quelle oggi esistenti, le quali rimarrebbero perfettamente in vita così come sono, grossomodo identiche [...]. Ora: questo contratto potrebbe essere uno strumento per migliorare le condizioni lavorative e le tutele rispetto alle situazioni attualmente esistenti? No, sfortunatamente le peggiorerebbe. Il contratto unico sarebbe sì un contratto a tempo indeterminato, ma si badi bene che «contratto a tempo indeterminato» non è affatto sinonimo di impiego stabile [...]. Di questo appunto si tratta nel caso della proposta dei professori Boeri e Garibaldi: un contratto a tempo indeterminato con libertà di licenziamento nei primi tre anni di durata del rapporto. 




Tito Boeri
Oggi i vari contratti atipici costituiscono il canale principale di ingresso nel mondo del lavoro: sappiamo che il 70 per cento dei lavoratori sotto i 40 anni viene assunto tramite queste nuove formule contrattuali. Per cui, quando l'Ocse nel corso del tempo aggiorna i suoi indicatori, è evidente che recepisce anche le novità della legislazione. E questo spiega la diminuzione del punteggio attribuito all'Italia. Tale diminuzione è dovuta unicamente ai contratti atipici, non ai contratti regolari, la cui rigidità è rimasta uguale nel corso del tempo. Fatta questa precisazione, perché definiamo la nostra proposta «contratto unico»? L'idea è che il contratto a tempo indeterminato deve tornare a essere la modalità principale di ingresso nel mercato del lavoro, per tutti. Noi siamo contrari a dei trattamenti specifici per i giovani, perché i trattamenti specifici sono quelli che spesso portano a delle condizioni di dualismo e di segregazione [...]. Non pensiamo che sia giusto proibire tutti gli altri contratti oggi esistenti, perché tale misura comporterebbe il serio rischio di distruggere posti di lavoro [...]. Quanto alla critica mossa dal professor Roccella secondo la quale il nostro contratto abbasserebbe le tutele, rispondo che non è affatto vero. Sicuramente le innalzerebbe moltissimo rispetto a coloro che entrano nel mercato del lavoro con le modalità attuali. Poiché è sicuramente molto più forte la protezione garantita da un contratto a tempo indeterminato sul modello del nostro «contratto unico», rispetto a quella garantita dai contratti di collaborazione coordinata e continuativa (nella pubblica amministrazione) o dai contratti a progetto (nel settore privato).

Massimo Roccella
L'indice Ocse è stato costruito sui rapporti di lavoro a tempo indeterminato. I lavori atipici non c'entrano, sono un'altra cosa [...]. Ritorniamo al contratto unico. Ribadisco: qui davvero si rischia di parlare due linguaggi diversi. Non ha nessun senso comparare le mele con le pere e dire, ad esempio, che alla scadenza di un contratto a termine il lavoratore non ha diritto a nulla, mentre nel caso del contratto unico sin dall'inizio avrebbe diritto a qualche cosa. Bisogna comparare situazioni omogenee. Quello che è certo è che, se tu sei licenziato durante un contratto a termine in maniera arbitraria, hai diritto a un risarcimento integrale del danno, corrispondente alle retribuzioni del periodo sino al termine originario del rapporto, mentre nel caso del contratto unico ventilato da Boeri e Garibaldi, il risarcimento sarebbe veramente irrisorio.
Ma andiamo al punto di sostanza [...]. Boeri e Garibaldi immaginano che al termine del triennio il datore di lavoro, avendo investito in capitale umano, sarebbe portato quasi automaticamente a confermare il lavoratore in servizio con tutte le tutele dell'articolo 18 dello Statuto dei lavoratori. Ma le cose non stanno affatto così: questa è una rappresentazione semplificata del mercato del lavoro, come se esistessero imprese tutte identiche e lavoratori tutti identici. In particolare l'offerta di lavoro è assolutamente diversificata: ci sono lavoratori con competenze molto elevate ed altri con competenze molto basse, destinati a mansioni per il cui espletamento è necessario e sufficiente un brevissimo periodo di prova, non certamente tre anni come immaginano Boeri e Garibaldi. Pensate che per imparare a fare il cassiere di un supermercato sia necessario un periodo di inserimento di tre anni? E pensate che al termine del triennio non sarebbe molto più conveniente per il datore di lavoro licenziare quel lavoratore e assumerne un altro, sempre con clausola di licenziamento incorporata? La verità è che in questo modo si finirebbe col creare una casta molto ristretta di lavoratori che accederebbero al beneficio dell'articolo 18, circondata da un vastissimo settore del mercato del lavoro che alla stabilità non arriverebbe mai. Allora sì, a quel punto l'articolo 18 diventerebbe un privilegio e si creerebbero le condizioni per la sua abrogazione definitiva.

Pubblicato il 10/2/2009 alle 8.48 nella rubrica Comunismo.

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