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Marco Sferini : ora anche lo sciopero virtuale

  

Le vie della virtualità sono infinite, e così anche quelle del campo peggiorativo del complessivo mondo dei diritti che viene sempre più ridimensionato, vilipeso e sostituito con nuove categorie presuntamente fatte percepire come essenziali ai nuovi modelli e stili di vita sotto la cappa della crisi economica globale.
Il governo ogni giorno suona una carica e va ad un attacco: quello annunciato per i prossimi giorni riguarda il diritto di sciopero dei lavoratori dei trasporti. Dice Palazzo Chigi: cari lavoratori e care lavoratrici, voi che guidate autobus, treni, e qualunque mezzo pubblico indispensabile per i quotidiani spostamenti dei cittadini, non siete come tutti gli altri, avete un obbligo in più e quindi dovete essere soggetti ad un regime differente di impostazione delle modalità di sciopero. Il governo, in sostanza, impone ai lavoratori uno "sciopero virtuale": si dichiara di voler asternersi dal lavoro ma al lavoro si deve andare ugualmente. Dovere civico, diranno i signori del centrodestra. Truffa, sfruttamento e abolizione di un diritto è il minimo che si possa dire per qualificare questa stretta che si vuole imporre con il placet, prontamente giunto, di Cisl, Uil e Ugl. La nuova formazione di rapporti sindacali, ormai consolidata sotto l'era terza del Cavaliere nero di Arcore, si consolida sulla base di assensi sempre più ostili verso il mondo del lavoro tanto da far apparire cislini e uillini non tanto come sindacati ma come associazioni di categoria di Confindustria e del governo: per la categoria del lavoro subordinato esclusivamente ai voleri e alle necessità imprenditoriali.
La Cgil e i sindacati di base resistono e dicono di "no" a questa violenza nei confronti di un settore, quello dei trasporti, che non ha nessuna caratteristica da meno rispetto ad altre categorie (si pensi al settore sanitario o a quello della scuola) per essere classificato come "speciale" e per questo oggetto di una revisione della normativa che regola le agitazioni sindacali e le proteste operaie e di tutti i lavoratori su rotaia, gomma o altro mezzo che sia.
L'azione governativa si mostra per quello che è: solamente un gravissimo attacco a diritti consolidati da anni di lotte e che ponevano come esclusiva "pregiudiziale" un preavviso abbastanza ampio per poter indire uno sciopero, ma mai e poi mai un esecutivo avrebbe potuto chiedere - con un sindacato veramente tale e unito su questioni così fondamentali per la tenuta di tutto il generale apparato dei diritti dei lavoratori - ai cittadini di esercitare "virtualmente" uno sciopero, di andare a lavorare ugualmente facendo finta di protestare. Io sciopero ma guido ugualmente l'autobus. Sarebbe come dire: io annuncio che faccio la dieta ma mangio ugualmente. Peccato che qui ad ingrassarsi siano sempre e solo le controparti padronali che, a fronte della rinuncia del salario per la giornata di sciopero (perchè lo sciopero sarà pure virtuale, ma il prelievo del salario è reale!), costringono il lavoratore a prestare comunque la sua manodopera, a fare ciò che invece la natura vera e primigenia dello sciopero impone di non fare: per l'appunto lavorare.
Come è possibile classificare come "sciopero" la non interruzione della produttività in presenza comunque della decurtazione in busta paga delle ore esercitate come diritto di astensione dal lavoro?
Come ci si può dichiarare "astenuti dal lavoro" e al contempo essere presenti sul proprio luogo di lavoro e, di più, pienamente operativi in tal senso?
Il pacchetto di norme che il governo sta preparando non ha veramente alcun precedente in questo Paese, in Europa e nell'universo mondo.
Negli anni passati attacchi su attacchi sono stati portati alla Legge 300, all'articolo 18, a mille altre garanzie che le lotte operaie avevano formato come terreno essenziale per un rapporto tra le parti in causa nel ciclo produttivo.



Oggi questi attacchi sembrano piccole scaramuccie davanti ad una volontà governativa, ben protetta e diretta dagli ambiti confindustriali e dalla dirigenza nazionale di Cisl e Uil, che non tanto nega una forma, ma la vera e propria sostanza su cui poggia il sacrosanto diritto di protestare con l'unico mezzo che un lavoratore ha: incrociare le braccia e provare a modificare i rapporti di forza con questa lotta che ha avuto un riconoscimento secolare, che è stata adottata in tutto il mondo e che oggi diventa evidentemente troppo ingombrante, pericolosa e comprimente la necessità di espansione del mercato nel mezzo di una crisi economica che nessuno sa gestire se non con improvvisate dichiarazioni di nazionalizzazioni finte che, ogni volta che vengono nominate, hanno sempre più il gusto della cessione di denaro sonante pubblico ai privati e non di assunzione di responsabilità di gestione da parte dello Stato nei confronti di grandi gruppi bancari che oltre ad un fallimento economico dichiarano anche un fallimento di impresa, di gestione dei loro capitali.
Nel bel mezzo di tutto questo disordine dell'economia, l'attacco al diritto di sciopero è un fattore di inquietudine che conferma l'analisi del deperimento democratico in ogni settore sociale di questo Paese.
La risposta deve essere durissima: occorre chiamare alla mobilitazione non solamente i lavoratori interessati da queste modificazioni omicide del diritto allo sciopero, ma tutta la società civile e democratica. Dagli studenti ai pensionati, dai precari ai senza lavoro, dalle altre categorie lavorative al mondo dell'intellettualità. Dalla società organizzata in comitati e gruppi di protesta ai partiti della sinistra comunista, socialista, a quelli ecologisti e a tutti coloro che ancora giurano di voler salvaguardare la nostra Costituzione e quindi anche tutto quello che oggi viene messo in aperta, plateale discussione. Prima che sia veramente troppo tardi. Anzi, lo è già.

Pubblicato il 2/3/2009 alle 16.49 nella rubrica Articoli.

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