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Adriana Pollice : Pomigliano, fabbrica modello ora in lotta contro la chiusura

 

Un fitto incrocio di svincoli autostradali avviluppa la cittadella napoletana dell'automobile di Pomigliano d'Arco, un paese nel paese, 6 kmq circondati da varchi e cartelli, incuneati nei comprensori di Casalnuovo, Acerra e Pomigliano. I cinquemila dipendenti diretti Fiat hanno già fatto 19 settimane di cassa integrazione, da settembre a oggi. Torneranno a lavorare dal 9 al 16 marzo e poi di nuovo in cassa fino al 19 aprile. Il tempo libero lo passano a Roma, a presidiare la sede del governo per vigilare che agli incentivi statali sulla rottamazione sia legata la salvaguardia degli stabilimenti italiani; al Festival di Sanremo per raccontare a un paese sempre più distratto che a rischiare di perdere il lavoro sono loro ma anche altri come loro, circa 60 mila posti nel settore secondo le stime dell'amministratore delegato Fiat, Sergio Marchionne; a chiedere ai signori del Lingotto il piano industriale, promesso e mai messo su carta, rimandato a dicembre 2009 causa crisi. E a protestare: il 5 febbraio sono stati caricati dalla polizia mentre sfilavano in corteo sull'Asse mediano che collega la fabbrica ai paesi intorno, l'altro ieri sono tornati in piazza perché se chiude la fabbrica l'intera economia di Pomigliano andrà in ginocchio.
Se si considera l'indotto di primo livello, infatti, a ruotare intorno alla produzione auto sono circa 10 mila occupati, ma se si considerano anche le piccole e piccolissime imprese, non solo del settore metalmeccanico ma anche chimico e dei servizi, si arriva a 30mila. A rischio, ad esempio, sono i lavoratori Lear di Caivano che producono i sedili delle Alfa, in cassa integrazione i 900 dipendenti della sede avellinese della Denso, fornitori Fiat per climatizzatori e moduli raffreddamento motore. Alla Fma di Pratola Serra sulla graticola sono in duemila: costruiscono motori, nel 2008 ne hanno sfornati 350mila, quest'anno sono già a meno 100mila con il venir meno della commessa Gm per i propulsori da montare sulle Opel. «La situazione produttiva degli stabilimenti campani della Fiat - spiega Giuseppe Morsa - non è molto diversa. Infatti a Pomigliano nell'anno in corso si è lavorato per una settimana e alla Fma sono state solo due le settimane di lavoro. Anche l'effetto incentivi, per ora, non ha avuto nessun effetto da noi». Mercoledì scorso il governatore Bassolino ha partecipato all'incontro con i sindacati e il sindaco di Pomigliano, promettendo un filo diretto con il ministro delle attività produttive Claudio Scajola e con il presidente Napolitano, obiettivo farne un caso nazionale, obbligando il governo a spostare risorse al sud.



«Si sono mobilitati tutti - racconta Stefano Birotti, rsu della Fiom di Pomigliano - dai negozianti alle parrocchie. Nelle scorse settimana, i preti alla fine di ogni messa hanno letto un nostro comunicato stampa». Hanno lavorato solo quattro settimane dal ritorno dalle ferie, guadagnano 760 euro al mese, che la regione Campania ha deciso di integrare con ulteriori 200 euro, attraverso l'investimento di 20 milioni nella formazione. «Prima c'era la sindrome della quarta settimana, ora facciamo i salti mortali per arrivare alla terza», raccontano. A Pomigliano si fanno automobili dagli anni '70, quando si sfornavano le Alfasud e l'intervento dello stato nell'economia non era una bestemmia. «È lo stabilimento più esposto - spiega Maurizio Mascoli, segretario generale della Fiom campana - quello a maggior rischio chiusura». Oggi si producono Alfa 147, modello vecchio a fine corsa, la 159 e il Gt, tutti di fascia alta e quindi più colpiti dal calo delle vendite, anche perché esclusi dagli incentivi alla rottamazione a causa delle emissioni troppo alte. C'è la crisi, ma il provvedimento tampone del governo un po' di fiato l'ha dato a Melfi, dove si fanno gli straordinari per produrre la grande Punto con motore ibrido, oppure a Termini Imerese e a Mirafiori dove lavorano la Mito e la Multipla. A Pomigliano doveva arrivare la nuova 149, un miraggio durato poco: sembrava fosse stata dirottata a Cassino ma poi ci si è messa la globalizzazione.
La Fiat, infatti, sbarca negli Usa grazie all'accordo siglato con Chrysler: «La penetrazione del mercato americano avverrà con i modelli Alfa, e in particolare proprio con la nuova 149 - spiega Mascoli - realizzata sulle stesse piattaforme delle 147 e 159, solo che la produzione sarà avviata direttamente negli stabilimenti Chrysler, lasciando la Campania senza prospettive». Non solo States, gli stabilimenti brasiliani producono a pieno ritmo, come la fabbrica in Polonia, mentre la Fiat si avvia ad aprire anche in Serbia e, pare, in Turchia. A rendere più esplicite le intenzioni del gruppo le stesse parole di Marchionne: «Nei cinque stabilimenti italiani si producono 630mila automobili, in Polonia 400mila in uno solo». Una questione di competitività.
Un argomento un po' sospetto. Lo stabilimento di Pomigliano, infatti, ha riaperto i battenti da un anno. Il Lingotto alla fine del 2007 lo chiuse per tre mesi per un radicale ammodernamento e una un periodo di formazione intensiva dei dipendenti, un investimento da 110 milioni di euro, se si considerano anche i mancati guadagni. «Da primi della classe eravamo diventati degli incapaci - racconta Birotti - Nel 2003, quando la Fiat era sull'orlo del collasso, eravamo gli unici a vendere con l'Alfa 156 e 147, che vinsero il premio come auto dell'anno. Poi arriva Marchionne e ci dice che non sappiamo fare il nostro lavoro». L'azienda comincia a lamentare «condizioni ambientali» che rendono impossibile la produzione, diffusa indisciplina tra gli operai, scarsa competenza, oltre a macchinari obsoleti, e decidere di chiudere tutto per riprogrammare la struttura secondo il modello giapponese basato sulla filosofia produttiva della Toyota. Pomigliano doveva diventare una cittadella felice, lavoratori competenti alla catena di montaggio a sfornare modelli di lusso in piena armonia con la direzione, un magazine e un canale Tv interno per sfogare un po' di creatività repressa, come insegna Berlusconi, e persino spazi aggregativi per le famiglie la domenica, dove invitare personaggi di successo per spronare alla scalata sociale: «Noi lavoratori la sfida l'abbiamo vinta - spiega Birotti - e persino Hajime Yamashina, l'esperto chiamato dal Giappone, ha certificato che la nostra produzione era all'altezza degli obiettivi. La linea di montaggio, la finizione, gli spogliatoi o la mensa sono stati ammodernati ma la lastrosaldatura, ad esempio, resta da fare». La televisione, il giornale e i fuochi d'artificio sono stati accantonati, alcune zone sono state recintate e tra gli operai si stanno diffondendo voci secondo cui la struttura potrebbe essere messa in vendita un pezzo per volta, come il grattacielo degli uffici che si dice sarebbe nelle mire della Pirelli. «La Fiat oggi ha una produzione diffusa sul territorio nazionale - commenta ancora Mascoli - potrebbe quindi decidere di sfruttare la crisi per chiudere la maggior parte degli stabilimenti, soprattutto al sud, per puntare sulla delocalizzazione. Chiediamo da mesi di discutere con Marchionne, ma è sempre in America e questo è un altro brutto segnale».
La Fiom chiede al governo un vero piano anticrisi. Al primo punto l'aumento dell'indennità di cassa integrazione dal 65% all'80% del salario, esteso anche ai lavoratori atipici a partire dagli apprendisti, di cui se ne contano 300 a Pomigliano e 1.428 in tutto il gruppo Fiat, ma anche alle piccole imprese dell'indotto dove sono già partiti i licenziamenti in massa senza alcuna copertura, alla Sevel ad esempio si sono già bruciati mille posti. Una misura di sostegno al reddito che va ampliata nel tempo. La legge prevede che si possa ricorrere alla cassa ordinaria fino a un massimo di 52 settimane su 104, un anno su due, e con intervalli che dimostrino l'esistenza di una crisi congiunturale e non strutturale, altrimenti scatta la cassa integrazione straordinaria. «La crisi durerà per tutto il 2009 - spiega Massimo Brancato - e si farà sentire anche nel 2010. Bisogna aumentare le settimane di cassa ordinaria per evitare che Fiat ricorra poi a quella straordinaria, anticamera della mobilità». Sostegno alle imprese attraverso il credito agevolato per nuovi investimenti, ma anche impegni precisi sul piano industriale, che punti sugli stabilimenti italiani per la ricerca e la messa in produzione di modelli innovativi ecosostenibili. Attività formative da tenere in sede, finanziate dagli enti locali, ma anche sviluppo dei centri di ricerca come l'Elasis di Pomigliano, dove hanno già presentato progetti di ricerca che potrebbero vedere la partecipazione regionale.

Pubblicato il 4/3/2009 alle 16.41 nella rubrica Articoli.

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