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Anti-Blanchard : un tentativo di approfondimento

La madre di Carrie, punta dal puntiglio di un povero insetto, sogna un bel lanciatore di coltelli. Le auguriamo maggior fortuna. Passiamo alle argomentazioni svolte dal suo alter-ego. 


Ci si crede api operose, ma ci si scopre vespe fastidiose


1) Laclaire può forse avere ragione nel dire che dal modello di Blanchard non si desume che la diminuzione dei prezzi faccia aumentare la produzione, ma può negare che dal modello di Blanchard si possa desumere che la diminuzione dei prezzi faccia aumentare la domanda?

Eppure sembra che Brancaccio neghi (o limiti) proprio la relazione tra diminuzione dei prezzi ed aumento della quantità domandata:

cioè nella relazione (dimP implica aumZ implica aumY), Laclaire si concentra sulla seconda relazione (aumZ implica aumY), mentre Brancaccio sulla prima relazione (dimP implica aumZ) e quindi non ha bisogno di introdurre la curva dell’offerta per argomentare che la diminuzione dei prezzi non provochi un aumento della domanda e quindi della produzione (il fatto che l’aumento della domanda non provoca necessariamente un aumento della produzione non implica che non ci sia un rapporto altrettanto incerto tra discesa dei prezzi ed aumento della domanda).

Ovviamente la presunta confusione (grave, assai grave!) tra spostamento lungo la curva e spostamento della curva si avrebbe solo se Brancaccio effettivamente dicesse quello che Laclaire gli fa dire, ma probabilmente Brancaccio (come ho tentato di spiegare) non intende approfondire questo punto.

 

2) Il “tutt’altro” a cui accenna Laclaire (la liquidity preference) in realtà è trattato da Brancaccio a pagina 45-46 delle sue dispense, proprio come uno dei problemi relativi al legame tra diminuzione dei prezzi, abbassamento dei tassi d’interesse ed aumento della domanda. Dunque non è vero che la spiegazione keynesiana venga buttata. Anzi, l’idea della AD verticale è proprio l’esemplificazione diagrammatica dell’effetto teorico che molteplici critiche alla concezione neoclassica hanno motivato.

 

3) Quando poi discute dell’accezione di “naturale” nel campo dell’economia, Laclaire cade  a mio parere in un atteggiamento superficiale, definendo il tasso di occupazione naturale come quello oltre il quale una ulteriore espansione produce inflazione. In tal modo l’ulteriore espansione produce inflazione così come una ghiandola secerne un ormone senza evidenziare gli step esistenti tra un fenomeno e l’altro e le scelte economiche consapevoli che determinano l’inflazione stessa.

Che Laclaire giochi a fare l’indiana e faccia retorica  si evidenzia anche dal fatto che, quando riporta un passo di Brancaccio a pagina 54 dell’AntiBlanchard sostituisce “segue mumbo jumbo del perché lo è” alla frase “ciò sta ad intendere, come sappiamo, che a causa della trappola della liquidità e della scarsa sensibilità degli investimenti al tasso d’interesse…”. Tale sostituzione evita a Laclaire di doversi ringoiare l’affermazione che Brancaccio abbia buttato la spiegazione keynesiana in nome di un errore tecnico e non interpretativo (in questo frangente la pretesa di distinguere le due cose è un altro segno della retorica saccente e formalista di Laclaire).

A proposito di tale posizione Laclaire dice che il fatto che l’aumento di P non ha effetto depressivo su domanda e produzione non ha niente a che vedere con la verticalità di AD, in quanto un aumento di P aumenta a sua volta la produzione e perché la domanda è stata aumentata d’imperio con una manovra espansiva. Laclaire dimentica di dire che non è l’aumento di P ad aumentare la produzione, ma lo stesso aumento della domanda causato dalla manovra espansiva, mentre l’aumento di P è successivo all’aumento di domanda e della produzione e sarebbe causato dalla spirale inflattiva. E qui viene verificata la tesi di Brancaccio che l’aumento di P non ha nessun effetto depressivo su domanda e produzione, e non al momento in cui inizia la manovra espansiva come capziosamente sembra far credere Laclaire. L’apparente legame immediato tra Y e P (esemplificato dal diagramma della curva di offerta aggregata AS) passa in realtà (come si desume dalla spiegazione data da Brancaccio a pagina 20)  per l’aumento dell’occupazione necessaria a realizzare la produzione in eccesso, per il rafforzamento dei lavoratori e per l’aumento del salario monetario richiesto. Laclaire invece, misticamente rapita dalla visione del modello, intende tale relazione (intuitiva, a guardare il diagramma) come immediata e questo a mio parere la porta fuori strada.

Laclaire mi pare si confonda anche quando dice che l’aumento di Y è permanente a condizione che l’offerta sia originariamente elastica e non verticale. Essa dimentica che l’AD verticale rappresenta la domanda aggregata e non l’offerta che per Brancaccio può benissimo essere elastica.

 

4) Laclaire poi analizza il caso dell’innalzamento della conflittualità esemplificato da pagina 55 a pagina 57 dell’AntiBlanchard. Qui la sua idolatria per i diagrammi raggiunge il parossismo: Brancaccio dice “di conseguenza la AS trasla in alto…” dove il “di conseguenza” è un modo colloquiale per introdurre la corrispondenza dello scaricamento degli aumenti salariali sui prezzi a livello di diagramma. La sacerdotessa dei modelli (che basta guardarli perché ti parlino, un po’ come la Signora di Lourdes a Bernadette Soubirous) invece prende alla lettera il “di conseguenza” e s’incarta su chi nasce prima, l’uovo o la gallina, dicendo che la traslazione della AS verso l’alto (che, precisa, in realtà è verso sinistra, si badi bene! Ma come fa a fare queste precisazioni? Io direi che si sposta in alto a sinistra, come il grande Partito Comunista…) avviene non quando gli aumenti di W sono scaricati su P, ma quando gli aumenti di W sono superiori a quelli di P. Laclaire illustra anche un ulteriore possibilità per le imprese, cioè quella di contrarre l’offerta ed identifica tale contrazione con lo spostamento di AS, dicendo che, nel caso della spirale inflazionistica, AS non si sposta da nessuna parte perché il caso in cui W aumenta come P è già contenuto nell’aumento di P dovuto all’espansione descritto in precedenza (qui Laclaire dimentica che nel diagramma a pagina 56 la politica espansiva non c’entra niente)

Qui ed in tutta l’argomentazione che segue a me sembra che Laclaire confonda il livello dei prezzi con l’inflazione: se aumentano i salari monetari aumenta anche il livello dei prezzi (sempre che, come argomenta Laclaire, P sia comprensivo di W) e se le imprese scaricano l’aumento di W sui prezzi dei beni prodotti, P (e cioè il livello dei prezzi) aumenta ancora e nessun fenomeno neutralizza tale aumento ( scaricare l’aumento di W sul prezzo dei beni prodotti può al massimo neutralizzare l’effetto dell’aumento di W, ma non scongiurare l’aumento complessivo di P).

Comunque da questa pippa se ne esce solo dicendo che, quale che sia l’aumento del salario monetario,c’è da parte delle imprese uno scarico sui prezzi dei beni prodotti e questo diventa, mantenendo AD verticale, ininfluente per domanda e produzione.

La verticalità di AD, lungi dall’essere una novità irrilevante nella discussione è la traduzione a livello di diagramma sia delle critiche di Keynes e degli economisti post-keynesiani al paradigma neoclassico (v. pag.) sia delle tesi sul carattere non assolutamente esogeno del markup.

Sulla questione del carattere esogeno o endogeno del markup o di altri parametri, Laclaire fa una grande confusione in quanto una volta dice che il parametro ‘z’ è esogeno per Brancaccio, poi una volta corretta, dice che è endogeno. La sua è una lettura superficiale in quanto Brancaccio dice che markup e parametro ‘z’ di conflittualità non debbono più essere considerati entrambi esogeni.

 

5) Alla fine Laclaire ci propina la sua verità: la conflittualità va posta a livello di produzione ed ogni volta che la produzione si contrae o è anelastica ne risentono contemporaneamente salari ed occupazioni. Naturalmente il fatto che AD essendo verticale permetta all’offerta di non contrarsi è per Laclaire del tutto indifferente. In realtà l’offerta aggregata AS è una variabile dipendente da P e da Y, (cioè dal livello dei prezzi e dalla produzione) almeno nel grafico considerato ed a meno che non si voglia accettare la tesi di Brancaccio che i rapporti di forza tra le classi determinino quali variabili siano esogene e quali endogene. Il fatto che le imprese possano contrarre la produzione è proprio in un certo senso la conferma del fatto che il conflitto condiziona le scelte : il sistema delle imprese potrebbe scegliere di diminuire il markup, ma non lo fa e per evitare un rafforzamento dei lavoratori diminuisce la produzione, oppure scatena la spirale inflattiva.

Dire però che il conflitto stia tutto nell’evitare che la produzione si contragga è un assoluta mistificazione e così pure tradurre Marx come uno che agisce a livello di organizzazione sociale della produzione, senza sottolineare che ciò vuol dire mutare i rapporti di proprietà e dare facoltà di decidere come, quando e quanto produrre.

 

Pubblicato il 3/3/2009 alle 9.5 nella rubrica Comunismo.

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