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Saperla Lunghini : Gnègnè alla ricerca del marxismo

Gnègnè, come Diogene di Sinope, cerca qualcuno : il marxista vero. Perchè lui, pur non essendo marxista, sa cos'è un marxista vero, uno che sbaglia, ma sbaglia tutto d'un pezzo, uno che distingue l'essere dal dover essere, uno che non parla di giustizia (questi sono i socialisti utopisti...), ma che senza moralismi conquista il potere e realizza, se può (ma non può), un sistema più efficiente di quello del capitale. Non un sistema più equo, per carità !!! L'equità è una categoria deontologica e i marxisti schifano la deontologia. Anche la madre di Carrie rimprovera la Sinistra molle e situazionista (priva di un kit adeguato di coltelli da cucina), in nome di un marxismo presessantotto che adesso solo nel Terzomondo non terzomondista viene coerentemente applicato come vogliono alcuni bordighisti (prima il capitalismo su tutto l'orbe, ed ogni resistenza è reazione, poi eventualmente vedremo cosa si può fare)
Armato di queste buone intenzioni, Gnègnè analizza un passo del Prof. Lunghini e gli fa (a suo modo) le bucce.  Ecco cosa dice Gnègnè :
1)L' unicuique suum è un principio giuridico non economico perchè lo ha ben esplicitato Ulpiano che è un giurista latino.
2) L’economia è una disciplina descrittiva, non normativa; non dice come un certo prodotto deve essere distribuito fra i diversi fattori, ma come di fatto viene distribuito (poste certe condizioni). Questo è veramente singolare, ma come è visibile dal prosieguo non casuale. Lunghini sta facendo un discorso giuridico, o morale, ma certamente non un discorso economico.
3) Secondo la teoria economica moderna,  le remunerazioni dei vari fattori (rendite, salari, profitti) vengono fissate secondo certe regole descrittive che, ancora una volta, non hanno alcun valore normativo e non attribuiscono pertanto “diritti” a nessuno.
4) Marx ha sì una teoria sullo sfruttamento e sull’appropriazione del plusvalore da parte del capitalista, ma innanzitutto ha una teoria del capitalismo (del funzionamento del capitalismo), ed inoltre ha semrpe limpidamente negato che, nel modo di produzione capitalistico, lo sfruttamento economico sia anche uno sfruttamento giuridico, sia cioè un illecito (per Marx, finché i mezzi di produzione sono di proprietà privata, non c’è modo di evitare lo sfruttamento, che anzi è necessario perché la produzione raggiunga il livello massimo, e ciascuno dei tre fattori riceve esattamente la remunerazione a cui ha diritto, niente di più e niente di meno). Marx sostiene, notoriamente, un’altra cosa: che l’unico modo per eliminare lo sfruttamento economico è la rivoluzione, che avverrà quando (raggiunta la pienezza delle capacità produttive) verrà abolita la proprietà privata dei mezzi di produzione, e con essa l’intera vecchia società, religione, diritto, stato, e insomma tutta la vecchia Storia. Né, ovviamente, Marx si è mai sognato di asserire una stron*§@a colossale come l’idea che la “rivoluzione” si possa/debba fare tramite il Fisco o la magistratura.
5) La  ‘teoria’ di Lunghini non ha alcun senso. Inanzitutto, non si capisce che c’entra la  riduzione del prodotto sociale: se il prodotto si riduce, si riduce certamente il reddito complessivo (che altro non è che il prodotto, appunto), ma il criterio della ripartizione non cambia.  Chi sarebbe quello che “non ne ha meritato una parte” e che dovrebbe pertanto “restituire il maltolto”? Mistero. Ma soprattutto, che c’entra la “teoria economica dominante” con la tesi che chi ha rubato deve restituire il malloppo, grazie all’operato di giudici e magistrati?
6) Il problema è questo. In *questo* modo di produzione (capitalistico), se io Stato dico: d'ora in poi al lavoratore spetta, non solo un 'alto' salario, ma TUTTO il prodotto, il giorno dopo l'imprenditore chiude la fabbrica, saluta gli operai e va a godersi il 'maltolto' ai Caraibi (o prende i suoi soldi e li investe altrove).
L'unico modo per impedire questo (cioè il fatto che il capitalista investe solo là dove il capitale gli garantisce il maggior profitto) è espropriare il capitalista: punto.
Questo è il problema economico della distribuzione, ed ecco perché economicamente 'giusto' o 'ingiusto' a questo riguardo sono cose prive di senso. Anche la fiscalità, la tassazione insomma, è un problema di ottimalità o di efficienza, non di equità o di 'giustizia'.



E' incredibile come uno schema che ha solo valore didattico ed introduttivo qui venga propagandato come un detto della Bibbia, con una divisione tra economia, etica e teoria della giustizia che fa invidia alla dialettica dei distinti di Benedetto Croce. Dire che l'economia è una scienza descrittiva è un'astrazione erronea, in quanto i soggetti dell'economia sono esseri umani che spesso agiscono non solo in conseguenza di cause, ma anche in base a delle ragioni, per cui è inevitabile che nell'economia giudizi di valore, criteri etici, finalità morali si incrocino continuamente con descrizioni, ipotesi, verifiche. Per un testo o un autore tra i tanti si veda
qui
Inoltre Gnègnè confonde il piano giuridico con quello filosofico, dove un diritto viene presupposto, sancito, argomentato con ragionamenti filosofici (di etica, filosofia del diritto, filosofia della politica) e poi codificato nel diritto positivo ed interpretato giuridicamente (ed anche in questo caso i passaggi tra i vari livelli di ragionamento sono continui e non ostacolati da divisioni artificiose tra discipline) per cui non si vede perchè un economista non debba argomentare su quale sia la giusta distribuzione tra i vari fattori di produzione. Restringere l'economia alla sola questione dell'efficienza fa di quest'ultima una ennesima astrazione, mentre essa va continuamente commisurata ai vincoli che una società sceglie di porre a se stessa quando vuole raggiungere un certo numero di fini, certi fini e non altri, certi fini più che altri. Voler sganciare l'economia da certi presupposti etico-politici è comunque conseguente all'assunzione di alcuni presupposti etico-politici elaborati a torto o a ragione, per i quali la scienza deve essere autonoma, le scelte altrui vanno rispettate, una maggiore produttività è un bene per la società etc etc
Non si capisce poi la locuzione "regole descrittive" : sarebbe infatti meglio parlare (nel caso di descrizioni) di leggi, mentre le regole hanno un aspetto normativo e sono tali da poter essere cambiate, a meno che non si presupponga l'esistenza di regole storicamente aprioristiche che individuerebbero una presunta essenza umana o un ordine invisibile che guai se ci metti mano.
Quanto a Marx è letto con il solito atteggiamento da Bignami o da Lamanna , cioè schematicamente sistematizzato, come se Marx non fosse un autore che continuamente immetteva nuovi dati e nuove considerazioni nella sua riflessione, tanto che la pubblicazione dei suoi scritti è sempre sottoposta e revisione ed interpretazione.
In Marx, le considerazioni etiche, le invettive conseguenti, il sarcasmo sono un accompagnamento continuo delle sue riflessioni e disegnarlo come uno che tiene separate come due compartimenti stagni la riflessione teorica da tutto ciò che riguarda la prassi, vuol dire non capire niente di lui. Prendiamo ad es. una frase dai Manoscritti economico-filosofici "Mentre la divisione del lavoro aumenta la forza produttiva del lavoro e la ricchezza e lo sviluppo della società, nello stesso tempo impoverisce il lavoratore fino a farne una macchina" : qui "impoverisce" e "fino a farne una macchina" sono prive di ogni inflessione etica ? In che senso essere una macchina è un grado estremo di impoverimento ? In Marx il problema del senso e della riappropriazione soggettiva e collettiva delle condizioni materiali di vita è sempre presente e costituisce un criterio costante dell'analisi, un criterio che non è etico nel senso deontologico del termine, ma è collegato al problema della giustizia, tant'è che il passaggio di fase è proprio scandito da un cambiamento del criterio di redistribuzione (da ciascuno...a ciascuno...). Che poi dire che le condizioni materiali che rendono possibile tale trasformazione non si possono ottenere semplicemente agitando tale criterio come ideale è un altro discorso.
Che Marx neghi che la rivoluzione si possa fare con il fisco o con la magistratura è poi quantomeno discutibile visto che la presa del potere si concretizza (almeno nel Manifesto) proprio in misure di tipo giuridico e fiscale (imposta fortemente progressiva, confische, accentramento statale del credito). Il fatto che il padrone vada ai Caraibi non è la manifestazione di una legge neutralmente descritta, ma la conseguenza di scelte politiche che permettono la libera circolazione dei capitali. Ma Gnègnè, venendo dalla montagna del sapone e masticando pigramente il famoso fiore in bocca, queste cose sembra proprio averle dimenticate.


Pubblicato il 9/3/2009 alle 16.55 nella rubrica Politica.

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