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Mazzetti : la favola della sfiducia di Giavazzi

 

Una favola circola tra i pensatori della cultura dominante e ripetuta spesso dal Presidente del consiglio. Possiamo riassumerla con le parole usate di recente da Giavazzi sul Corriere: «il mondo potrebbe avvitarsi in una depressione, ma se accadrà sarà soltanto responsabilità nostra, cioè dei nostri governanti. Il mondo non è radicalmente diverso oggi da quanto fosse un anno fa, tranne che si è persa la fiducia». Questo modo idealistico di ragionare pone la fiducia come un moto dell'anima che può essere evocato con una deliberazione soggettiva. Se si rinuncia a fantasticare, si deve però convenire che la fiducia è un senso di affidamento e di sicurezza che viene da una speranza che poggia su qualcosa. La fiducia o ha una sua base concreta o è destinata a dissolversi al primo impatto con una realtà che la nega.
Ha ragione Giavazzi nel sostenere che «le aziende sono ancora tutte lì, le case e le nostre risorse naturali e i lavoratori hanno oggi la medesima esperienza di ieri», ma ha torto quando sostiene che sono solo la sfiducia e l'irragionevolezza a non permetterci di riconoscere l'esistenza di quelle ingenti risorse. Pur affogandola in una miriade di analogie - abisso, spirale, ecc. - Giavazzi conviene che stiamo attraversando quella che può essere definita una fase di crisi, in cui, nonostante il mondo oggettivo sia lo stesso di prima, esso appare nell'interazione del soggetto molto diverso da come veniva sperimentato. Il significato della crisi si riassume cioè nel riconoscimento che qualcosa, nel proprio modo di essere, è cambiato al punto che la vita non può più procedere come ha fatto fino a quel momento. In genere ciò accade perché gli esseri umani hanno modificato le condizioni della loro stessa esistenza, e le relazioni sociali date, che fino a quel momento mediavano inerzialmente il processo riproduttivo, non appaiono più in grado di farlo. La mancanza di fiducia costituisce pertanto l'effetto del disgregarsi delle relazioni sociali che, nella fase storica precedente, hanno dato forma alla vita, non la causa di quella disgregazione, come credono gli evocatori della fiducia a oltranza. Mentre chi opera l'inversione crede che sia stata «la sfiducia a trascinare il mondo nella situazione assurda» in cui si trova; un sostegno esplicito agli sproloqui di Berlusconi, che imputa al pessimismo altrui gli eventi negativi.
Dobbiamo da ciò desumere che i pensatori delle classi dominanti siano così ingenui da non sapere, o intuire, quali siano le radici della sfiducia? O dobbiamo esplorare se il loro appello a ritrovare la fiducia non esprima, piuttosto, un bisogno specifico, che va contrastato?
In genere, le persone reagiscono alla crisi in due modi diversi. La maggior parte la considera come una sorta di tempesta, un terremoto, un evento negativo che è per caso sopravvenuto sulla società. Sa poco o nulla dei mutamenti intervenuti nella forma dei rapporti produttivi, e ancora meno concepisce la possibilità di fenomeni complessi come le contraddizioni sociali. Se gli eventi vengono imputati al suo stato d'animo, come gli suggeriscono i sacerdoti della fiducia a oltranza, non potrà che sentirsi confusa, anche perché non saprà in che modo tirarsi fuori da una situazione che non sente di determinare, bensì di subire. Una minoranza ci vede, invece, lo «zampino umano», ma se lo rappresenta in forma ingenua, come manifestazione diretta di una volontà negativa, cosicché anche a essa sfugge il ruolo essenziale della contraddizione. Non ci sarà dubbio o disorientamento a spiegare quello che sta succedendo, ma poiché questa spiegazione è ingenua, la confusione avvolgerà il «che fare?». Per entrambi i gruppi, l'appello alla fiducia centra la sua finalità: agisce sul sintomo per negare la malattia sottostante. Analizziamo i tranquillanti che ci prescrive Giavazzi: «Per far uscire i mercati dal vortice della sfiducia il governo americano dovrebbe garantire tutte le attività finanziarie collegate al mercato immobiliare, cioè impegnarsi a acquistarle a un prezzo prefissato, superiore all'attuale prezzo di mercato. Una simile garanzia rialzerebbe immediatamente (!) i prezzi e con essi la ricchezza delle famiglie».



Il senso della cura è evidente: poiché le famiglie sono andate a picco sulla base delle politiche di credito degli istituti finanziari, se si sanano i conti di questi istituti si salvano le famiglie. Questa tesi può significare una cosa soltanto e cioè che quando parlano di crisi, i predicatori del fideismo economico sbagliano metafora, ritengono che non ci troviamo affatto nel mezzo di un evento patologico, bensì di un fenomeno fisiologico. «Come la pioggia», scrive ad esempio Galimberti sul Sole 24 ore, «la crisi un giorno o l'altro finirà». Ma se è vero ciò che afferma Keynes, e cioè che nelle crisi sopravviene «un fallimento nelle articolazioni immateriali della mente, nel funzionamento dei moventi che dovrebbero condurci alle decisioni e all'azione che sono necessari per mettere in movimento le risorse e i mezzi tecnici di cui già disponiamo», tutto cambia, perché il tessuto sociale e produttivo ne risulta lacerato. Anche dopo il crollo del 1929 molti economisti, politici e giornalisti sostennero che si trattava solo di «riparare il sistema finanziario e di far tornare la fiducia» (Galimberti). Ma ci vollero ben 10 anni e indicibili sofferenze, prima che la società imboccasse, su una base completamente diversa, la via di uno sviluppo alternativo.
Com'è noto, nell'ultimo trentennio si è sostenuto che il movente dell'accumulazione e dell'interesse privato avrebbe garantito il superamento delle difficoltà che, negli anni '80, avevano investito il welfare keynesiano. Che imboccando quella via avremmo goduto di una crescente soddisfazione dei bisogni. Ora che questa mediazione è saltata, e è sopravvenuto un tracollo, si insiste che ci sarebbe solo bisogno di rimettere la locomotiva sui binari - con l'aiuto dello stato - e tutto procederebbe come era stato promesso.
Ma se la crisi ha il significato indicato da Keynes occorre procedere in maniera opposta. Bisogna ridimensionare la mediazione sociale prevalente, che limita artificialmente la soddisfazione dei bisogni e espandere lo spazio per una mediazione alternativa. Per accennare al concreto. I mutui subprime non spuntano dal nulla. Gli istituti finanziari li hanno erogati per la semplice ragione che il mercato immobiliare dei mutui prime, cioè dei creditori affidabili, era ormai saturo e la produzione immobiliare poteva procedere solo fabbricando case per i più poveri. Il guaio è stato quello di voler inserire tutto ciò all'interno di un processo finalizzato al guadagno, e per di più a un guadagno speculativo. Se veramente si vuole affrontare la situazione, non si deve tornare a far leva su questo lato del processo. Non bisogna cioè «ridare fiducia ai mercati». Si deve piuttosto dare fiducia alle persone, facendo in modo che le risorse produttive esistenti non vengano sprecate nella vana attesa dei mercati. La soddisfazione dei bisogni abitativi dei più poveri, che è tecnicamente possibile, appunto perché ci sono le risorse necessarie, deve cioè costituire una finalità che lo stato deve perseguire in sé. Una mediazione difficile per una società diseducata per un trentennio e che, posta di fronte a questa prospettiva, non sa far altro che balbettare: «ma i soldi dove si trovano»?

Pubblicato il 13/3/2009 alle 8.51 nella rubrica Comunismo.

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