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Guglielmo Forges Davanzati e Andrea Pacella : il problema della povertà

 Il “capitalismo compassionevole” – la filosofia che, in ultima analisi, ispira questi interventi – è un topos degli esecutivi di Destra e, in quanto tale, non sorprende la natura e l’entità di queste misure. Si resta, invece, perplessi quando si apprende che questa linea – ovvero la sostanziale inazione - viene rivestita di scientificità. Andrea Garnero, recentemente e sulle colonne on-line della voce.info, suggerisce di non introdurre in Italia il reddito minimo, criticando a riguardo il RMI francese, adducendo la duplice motivazione che ciò incentiverebbe il lavoro nero e l’evasione fiscale e costituirebbe un aggravio insostenibile per le finanze pubbliche. A ciò aggiunge che il reddito minimo costituisce un disincentivo al lavoro. La prima motivazione potrebbe avere semmai un fondamento se letta a contrario: è proprio laddove i lavoratori inoccupati non dispongono di redditi non da lavoro, sono costretti ad accettare posti di lavoro irregolari. La seconda motivazione è, soprattutto oggi, del tutto inconsistente, alla luce del sostanziale venir meno dei vincoli di Maastricht e del Patto di Stabilità, nonché delle numerose dimostrazioni teorico-empiriche dell’assenza di stringenti criteri scientifici che possano legittimare politiche di pareggio di bilancio[2]. A ciò si può aggiungere che, anche nel tendenziale rispetto dei parametri di Maastricht, risorse aggiuntive per far fronte al problema potrebbero essere ricavate da più efficaci azioni di contrasto all’evasione fiscale, che l’Agenzia delle Entrate stima nell’ordine dei 250 miliardi di euro (circa il 20% del PIL), dei quali sono stati recuperati, nel 2007, solo 6 miliardi.



Appare allora chiaro che la reale motivazione che sottende questi argomenti sta nel fatto che l’erogazione di un reddito minimo – qualunque sia la modalità con la quale viene concepito – ha il duplice effetto di accrescere il salario di riserva, aumentando, per questa via, il potere contrattuale dei lavoratori, e di disincentivare non la ricerca di lavoro in quanto tale, ma la ricerca di un’occupazione con mansioni non coerenti con le qualificazioni acquisite.
Per contro, se si conviene che la crisi in atto è una crisi da bassi salari[3], ciò che occorrerebbe fare è semmai muoversi nella direzione opposta rispetto a quanto si sta facendo in Italia, e rispetto a quanto suggerito da Garnero, con azioni finalizzate ad accrescere le retribuzioni in termini reali, soprattutto a beneficio dei percettori di redditi più bassi con maggiore propensione al consumo. Con una specificazione rilevante. La pura erogazione di un sussidio in moneta può rivelarsi inefficace per questo obiettivo, in condizioni nelle quali le imprese – soprattutto mediante strategie finalizzate ad accrescere la concentrazione industriale – possono accrescere i prezzi. Il che non solo non è da escludere, ma è anche verosimile, dal momento che l’aumento dei salari reali – per una struttura di mercato data e in assenza di incrementi di produttività – riduce i margini di profitto. In tal senso, l’introduzione di un reddito minimo può dar luogo a esiti inflazionistici, se le imprese sono in grado di neutralizzare per questa via il rafforzamento del potere contrattuale dei lavoratori[4]. Per l’obiettivo di contrasto alla povertà, questa considerazione porta a ritenere preferibile – rispetto all’erogazione monetaria - la fornitura diretta di beni e servizi da parte dell’operatore pubblico, proprio perché offre ai beneficiari la certezza del miglioramento delle loro condizioni materiali di vita. Il che –
come è stato suggerito su questa rivista - potrebbe essere realizzato mediante misure di ridistribuzione del reddito che garantiscano una maggiore produzione di beni e servizi pubblici mediante la tassazione dei redditi più alti, in primo luogo colpendo i profitti derivanti dalle speculazioni finanziarie

Pubblicato il 18/3/2009 alle 8.49 nella rubrica Comunismo.

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