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Marx e la giustizia

 

Anche il buon Mario è intervenuto nel velenoso dibattito tra me e Gnègnè, cercando di mettere un po’ d’ordine e di distacco e aggiungendo delle citazioni che possono tornare utili alla nostra riflessione.

Mario cita prima Gnègnè : “ed inoltre (Marx) ha sempre limpidamente negato che, nel modo di produzione capitalistico, lo sfruttamento economico sia anche uno sfruttamento giuridico, sia cioè un illecito (per Marx, finché i mezzi di produzione sono di proprietà privata, non c’è modo di evitare lo sfruttamento, che anzi è necessario perché la produzione raggiunga il livello massimo, e ciascuno dei tre fattori riceve esattamente la remunerazione a cui ha diritto, niente di più e niente di meno)
Poi Marx : “Gli economisti borghesi vedono soltanto che con la polizia moderna si può produrre meglio che, ad es., con il diritto del più forte [la borghesia che oppone il proprio diritto alla forza del signore feudale, laico od ecclesiastico]. Essi dimenticano soltanto -prosegue Marx- che anche il diritto del più forte è un diritto [infatti è sempre esistita una legislazione anche sotto il Medioevo] e che il diritto del più forte continua a vivere sotto altra forma anche nel loro 'Stato di diritto'
E commenta : “
Possiamo dire, sviluppando il suo pensiero, che "è cambiata la forma ipocrita in cui si cela il primato della forza" in quanto tutti i cittadini sono formalmente uguali davanti alla legge?
Questa è una esplicitazione di ciò che è la struttura portante del pensiero Marxista, la constatazione che non esiste un "diritto" naturale o principi eterni ed immutabili, ma che tale fatto (in questo caso distribuzione)è l'esplicitazione di un rapporto "sociale" che sancisce in quel particolare contesto di relazione economica (in questo caso il capitalismo) ed in funzione dei rapporti di forza esistenti tra le classi (capitalisti, salariati) un diritto.
E conclude : “Certo è che un marxista o un comunista non si accontenterebbe solo di quello (in quanto al comunista interessano il possesso dei "mezzi di produzione").
Per chiudere, il punto della distribuzione è una delle questioni che "SICURAMENTE" differenziano un socialista da un comunista. Un economista liberale, negando che questo aspetto sia di per sé elemento di conflitto di classe (quanto meno non prendendolo neanche in considerazione), il problema "autonomamente" neanche se lo pone.
Però la differenza esiste
.”
Poi cita Homolaicus : “Il socialismo utopistico infatti puntava molto sulla "distribuzione", in quanto con questa categoria, che implica dei processi di carattere etico-sociale, si poteva meglio affrontare la questione della democraticità della società borghese.
Insomma il problema che Marx vuole affrontare in questo capitolo è quello di capire in che rapporto stanno produzione e consumo, poiché in astratto (o nelle pubblicazioni degli economisti borghesi) tutto sembra funzionare perfettamente: produzione e consumo praticamente coincidono, in quanto si supportano reciprocamente, in una sorta di mutuo condizionamento, ma in concreto, nella realtà sociale del capitalismo sembra essere la produzione a dettare un ruolo egemonico e lo prova il fatto che tra produzione e consumo "s'interpone la distribuzione che, in base a leggi sociali, determina quale quota della massa dei prodotti spetti al produttore"(p. 19). Infatti sotto il capitalismo "il ritorno del prodotto al soggetto [che lo produce] dipende dalle relazioni in cui questi si trova con altri individui. Egli non se ne impossessa immediatamente"(ib.); sicché in altre parole produzione e consumo non coincidono affatto, in quanto la distribuzione appare sempre squilibrata, iniqua, frutto dell'antagonismo sociale. Marx non si esprime esattamente così, ma non v'è dubbio che il suo pensiero sia questo.
E ancora : “a suo parere -e qui veniamo al punto forte di contrasto tra il socialismo scientifico e quello utopistico- il problema non è quello di come intervenire sul versante della distribuzione, al fine di cambiare, in favore dell'operaio, il rapporto tra produzione e consumo, ma è quello di come intervenire direttamente sulla produzione, poiché "il modo determinato in cui si partecipa alla produzione determina le forme particolari della distribuzione, la forma in cui si partecipa alla distribuzione"(p. 20).
Su questo problema di natura economica ovviamente s'innesta quello di natura politica, i cui termini di confronto oggi vengono affrontati con maggiore flessibilità: riforme sociali, in direzione di un mutamento progressivo della distribuzione nell'ambito del sistema capitalistico, o rivoluzione politica, in direzione della conquista del potere per un ribaltamento immediato del modello capitalistico di produzione? Marx propendeva per questa seconda soluzione e il suo radicalismo lo porterà a rompere molto presto con tutto il socialismo utopistico.
Gli economisti borghesi, dal canto loro, erano su questo aspetto ancora più astratti dei socialisti utopisti, poiché nella distribuzione non vedevano neppure i problemi connessi ai conflitti di classe. Marx dice che secondo loro "la distribuzione si presenta come distribuzione dei prodotti e quindi essa è ben lontana dalla produzione e quasi autonoma rispetto ad essa"(p. 21). Gli economisti avevano interesse a mostrare questa diversità, in quanto non volevano che i critici della distribuzione ineguale facessero ricadere sulle forme della produzione i motivi dello scompenso tra produzione e consumo. Per il resto erano tranquillamente disposti ad ammettere che tra produzione e consumo vi fosse identità o reciproco condizionamento, ed erano del tutto indifferenti al fatto che -prosegue Marx- "all'origine, l'individuo non possiede alcun capitale, alcuna proprietà fondiaria. Fin dalla nascita esso è assegnato al lavoro salariato dalla distribuzione sociale"(ib.)."

Segnalo poi un’altra citazione da Gnègnè : “la distribuzione del reddito fra i fattori è parte del modo di produzione, non è indipendente da questo. Ne deriva tra l'altro (e anche questa conseguenza è stata esplicitamente tratta da Marx) che non è alterando la distribuzione che si cambia il modo di produzione, è il contrario che va fatto.
La frase di Marx di cui dubiti (e che non ricordo dove si trova, ma la cercherò) è appunto una critica a quelli che lamentavano l'ingiustizia della distribuzione, senza avvertire che parlare di 'giustizia' distributiva all'interno del modo di produzione capitalistico è una tautologia (perché il diritto borghese è determinato anch'esso dal modo di produzione borghese: all'interno di un 'sistema' che prevede che i mezzi di produzione spettano al proprietario e al capitalista mentre al proletario spetta solo la sua forza-lavoro, il capitalista si approprierà inevitabilmente del plusvalore, e questo non è affatto contrario al diritto. Lo sfruttamento marxiano è un concetto economico, non giuridico).
Quanto al resto, ripeto di nuovo: in *questo* modo di produzione, non c'è modo di impedire al capitalista di cercare l'investimento più redditizio. Se intervieni sulla distribuzione (tasse), almeno oltre un certo limite, il capitale andrà altrove, e il risultato sarà minor reddito (meno lavoro, ecc.). Se vuoi impedire questo (cioè se vuoi evitare che si smetta di produrre), devi intervenire sul modo di produzione, cioè devi, per l'appunto, espropriare il capitalista. Questo è quello che dice Marx (e quello che dico io): vedi un po' tu se è possibile agire sulla struttura con la magistratura o col fisco..."



Cosa dice Marx allora ? Lo sfruttamento non è immediatamente un illecito giuridico, ma semplicemente perché l’illecito giuridico dipende dall’ordinamento vigente che è il frutto della lotta di classe. Esso diventerà una sorta di illecito giuridico nella fase in cui il proletariato riuscirà ad imporre il suo dominio sulle altre classi e uniformerà il Diritto a questa sua egemonia. Ma per fare questo bisognerà aspettare una rivoluzione che avvenga in un arco di tempo ristretto ? Già i mezzi di produzione dovranno essere proprietà dei lavoratori ? L’astrazione del ragionamento di Gnègnè si rivela subito se ci facciamo questa domanda : in che fase stiamo adesso ? Non si può concepire (se non in termini molto generali) la periodizzazione storica come fatta di compartimenti stagni in cui o si è nel modo di produzione capitalistico (con tutte le sue conseguenze ideologiche) o si è nel modo di produzione successivo (ed allora la rivoluzione si è già compiuta con tutte le sue conseguenze ideologiche). Siamo nella lotta di classe, che è l’unica situazione concreta a cui ci possiamo rifare ed in questa fase c’è la possibilità che molti comincino ad elaborare quelle teorie e quelle categorie (morali, giuridiche, politiche) che debbono accompagnare il proletariato all’edificazione di una nuova società, per cui non è peregrino trovare una teoria della giustizia nella quale la situazione che dovrebbe verificarsi ad un certo punto della transizione rivoluzionaria venga elaborata come un sistema di diritti concepito astrattamente, come una teoria della giusta distribuzione del prodotto. Marx avrebbe riso a suo tempo se fosse uscita un argomentazione alla Lunghini, ma questo perché riteneva (teoricamente o per enfasi propagandistica) l’appello al diritto inutile in un momento di imminenza rivoluzionaria (e si sa che Marx abbia previsto fasi rivoluzionarie che non si cono invece concretizzate, ma anche questo fa parte di un programma di ricerca che va per tentativi ed errori, che si verifica compiutamente solo nella prassi). Ma ciò non implica che non sia possibile ricavare da Marx un’analisi in termini di teoria della giustizia che possa agire da strumento nella lotta di classe a livello di discussione teorica, di egemonia culturale, di lotta a livello parlamentare.
Dire che lo sfruttamento sino alla rivoluzione è necessario sino al raggiungimento di un punto massimo di produzione è non rendersi conto che la lotta di classe va intrapresa ben prima della rivoluzione e confondere l’”elogio” marxiano del capitalismo nel “Manifesto” con l’attendismo passivo di molti marxisti settari ed innocui di oggi, senza contare che da un secolo a questo punto, il capitalismo può aver benissimo raggiunto quel livello di produzione maturo perché la rivoluzione avvenga (può darsi che questo momento sia già passato e qualche occasione perduta…)
Cosa farebbe Marx oggi ? E ‘stupido domandarselo, come è stupido domandarsi “Dove sono i marxisti di una volta ?”. Essi sono dove possono essere a fanno e teorizzano quel che possono teorizzare sulla base del contesto materiale presente. E se agitando un modello di giusta distribuzione fanno comunque un’operazione legittima da un punto di vista marxista (e il fatto che fa bene lo si vede da come irrita chi retoricamente si appella al marxismo buono di una volta o ai lioni marxisti sudafricani…).
Marx non dice che non sia possibile aderire ad un’etica o ad una teoria della giustizia, ma pensa che l’appello al diritto o alla giustizia (appello che è sempre ad una istanza terza) non è possibile dove non vi sia un’istanza terza (vista la natura di classe dello Stato). Ma ciò non vuol dire che un intellettuale che partecipi alla lotta di classe (con maggiore o minore sincerità) non possa argomentare per una teoria della giusta distribuzione nell’ambito della lotta di classe, tentando non di appellarsi ad un’istanza terza, ma tentando (in quello che Agnes Heller chiamava polemicamente con Apel l’ambito “di discussione” e non di “dialogo”) di coinvolgere quanti più partecipanti possibili nella sua lotta. Il diritto del più forte soggiace anche allo “Stato di diritto”, ma questo non implica che l’istanza etica e rivendicativa sia nulla, ma che essa si situa nella lotta di classe e da sola sia destinata al fallimento, per cui chi si limita al solo richiamo al diritto potrebbe essere comunque funzionale allo stato di cose esistente. Ma come ho già fatto notare tale istanza muove Marx continuamente (altrimenti come potrebbe un piccolo borghese come lui fare quello che ha fatto) e tale spinta la si registra continuamente a livello linguistico (nella passione, nel sarcasmo, nell’invettiva). Per Marx l’appello al diritto è strategicamente inutile nel contesto dato, ma ciò non implica che sia inutile anche in questo contesto dato, o che lo sia anche nel momento in cui un intellettuale militante scriva un articolo (ed è stupido appuntarsi all’articolo come esempio tra i tanti di una inanità più complessiva, soprattutto se soggettivamente chi compie tale critica ci tiene ai buoni marxisti di una volta, ma non ci tiene ad esserlo personalmente un buon marxista di una volta…). Non è il senso di una teoria della giustizia ad essere in discussione (esso rimane in un ambito astratto), ma il proferimento di una teoria della giustizia ad essere valutabile strategicamente alla luce della lotta di classe (e dunque potenzialmente utile, inutile, dannoso a seconda del contesto in cui viene effettuato).
Sicuramente non esiste un diritto naturale, ma non è escluso che la forma che il Diritto assume nella transizione (e di cui i soggetti impegnati nella lotta di classe o quanto meno i borghesi alleati del proletariato nella lotta di classe) non concretizzi i diritti astrattamente enunciati nel momento in cui la borghesia è stata una classe progressiva e non li concretizzi almeno per il periodo in cui sarà ancora necessario uno Stato delle cui leve il proletariato si deve impossessare. Mentre il realismo politico intende l’etica solo come illusione dietro la quale si nasconde il rapporto di forza, nel marxismo la lotta di classe stessa si può concretizzare in una pluralità di posizioni etiche contrapposte una delle quali risulterà vincente proprio in quanto i rapporti di forza saranno decisi da processi materiali nei quali può essere rinvenuta una contraddizione dialettica, contraddizione che può essere declinata anche nel campo della discussione sul diritto e sull’etica (quando si dice che i rapporti di produzione capitalistici non possono tenere dietro all’aumento delle forze produttive non si fa riferimento anche alle conseguenze negative eticamente rilevanti di tale gestione privatistica delle forze produttive, gestione che porta a disordini, guerre, crisi etc etc ?)
Quando si dice che la centralità della distribuzione diventa teoricamente e praticamente un handicap, non si vuole dire che l’aspetto distributivo non abbia importanza, ma serve a costringere il proletariato a rendersi conto del fatto che non c’è indipendenza tra produzione e distribuzione, non a rassegnarci ad una certa distribuzione a certi rapporti di produzione assunti come dati : in altre parole sbaglia chi separa i due ambiti, non chi nel frattempo si adopera a migliorare la situazione in un ambito solo (se un partito nel frattempo che non riesce a cambiare i rapporti di produzione, pur consapevole di questo limite, combatte per migliorare la distribuzione, questo partito non solo fa benissimo ma certamente non sarebbe censurabile da un punto di vista marxista, mentre più ambiguo sarebbe un partito di sinistra che nell’ambito dello sviluppo trascuri le questioni redistributive per puntare tutto sulla crescita), anche perché la lotta per la distribuzione diventa nel lungo periodo anche una lotta per una crescita più equilibrata (e dunque non contraddice l’istanza marxiana di non impedire l’aumento delle forze di produzione, se questo piace agli idolatri della crescita)
L’ultima citazione di Gnègnè conferma quanto il nostro abbia un atteggiamento schematico, dal momento che parla di *questo* modo di produzione, senza pensare che in ogni momento ci troviamo di fronte ad un momento della lotta di classe (in alcune parti del mondo c’è addirittura una combattuta transizione tra modi di produzione precapitalistici e capitalistici, lotta che però è influenzata da quella tra capitale e lavoro nelle parti alte della filiera di produzione) per cui è astratto dire che ci troviamo in un certo modo di produzione e dunque il capitalista possa muoversi con il suo capitale come meglio crede. Ci troviamo in un momento della lotta di classe in cui è più difficile controllare il movimento dei capitali, ma ci sono stati momenti in cui tale controllo è stato più agevole (tutto dipende dall’esito della lotta di classe, dai processi economici, dalle soggettività in campo, dagli squilibri della condizione del proletariato nel mondo). Ma Gnègnè ha a cuore la schematizzazione e la semplificazione, dal momento che ha fretta di mettere Marx in una teca, di farci pensare che da lui è ormai possibile spremere tutto quello che può dare, di chiudere i conti (infatti per lui il contributo di Marx è la visione storica e dinamica dell’economia, una cosa che si può dire anche di Schumpeter o addirittura di Schmoller). Anche lui fa la sua lotta di classe e la fa in maniera conseguente, con la cazzimma che gli è propria.

Pubblicato il 17/3/2009 alle 8.53 nella rubrica Comunismo.

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