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Bruno Steri : crisi e nazionalizzazioni bancarie

 

C’è grande confusione sotto il sole. Non solo per lo spettacolo davvero sconcertante offerto da tutti coloro i quali – per diretto contributo o per acquiescenza – sono responsabili dell’attuale disastro sociale e, nonostante ciò, sono oggi in prima fila a dirci cosa si deve e non si deve fare. Ma anche perché le discussioni in corso sul da farsi veicolano insidiosi fraintendimenti ideologici. Un esempio di ciò è dato, negli Usa, dall’adesione all’ipotesi di “nazionalizzazione” delle banche da parte di liberisti illustri quali l’ex capo della Federal Riserve Alan Greenspan e il senatore repubblicano Phil Gramm. Di contro, una tale opzione è stata esplicitamente esclusa dall’attuale presidente della Fed Ben Bernanke. Al cuore della disputa, il punto è: chi paga, i banchieri e gli azionisti o i contribuenti? E, posto che a pagare siano i contribuenti, quanto pagano? Nei fatti, le risposte sono date dall’attivazione di un intervento pubblico del tutto strabico: casse pubbliche sempre vuote per i lavoratori, risorse a profusione per i banchieri. Ma tale scelta “di classe”, oltre che socialmente iniqua, risulta essere anche inefficace. Ha cominciato nell’autunno dello scorso anno l’ex segretario al Tesoro Hank Paulson, predisponendo un piano di acquisto dei titoli “tossici”, teso a ripulire i bilanci delle banche statunitensi e a far ripartire la macchina del credito: piano finito nel nulla, poiché la pur consistente cifra stanziata (700 miliardi di dollari) si è rivelata una goccia nel mare dell’insolvenza. Certo, sarebbe stata una manna per Wall Street: “Cash for trash”, soldi freschi in cambio di spazzatura, il tutto a spese del bilancio pubblico. Il suo successore Tim Geithner non si è scostato dalla fallimentare strada delle “politiche di risanamento”: e ha oscillato tra la proposta di acquisire il controllo pubblico di maggioranze azionarie (per esempio in Citigroup), l’idea di prestiti agevolati ai privati per indurli a comprare gli assets a rischio e l’altra (che parrebbe oggi ancora in pista) di un acquisto da parte del governo di questi stessi titoli con loro collocazione in un’apposita “Bad bank” (con possibilità di ricapitalizzare la parte sana dei bilanci bancari). Cambiano le proposte, non cambia però il risultato: i “mercati” non rispondono e continua la pioggia di soldi pubblici inghiottiti nel buco nero. Il problema è che non è chiaro dove stiano, quanti siano e quali siano i titoli troubled da prelevare. E, oltre a ciò, c’è evidentemente un braccio di ferro sul prezzo da pagare per il loro acquisto: essendo stato azzerato il loro valore di mercato, occorre trovare un’intesa sul loro prezzo (che non dissangui le casse dello stato ma tenga comunque a galla il sistema bancario). Nel frattempo, nonostante le ingenti risorse già impiegate, la Borsa continua ad affondare: il suo valore è oggi dimezzato rispetto a due anni fa (25% di deprezzamento da quando si è insediato Obama alla casa Bianca). In particolare, il valore dei giganti bancari – Citigroup, Bank of America, JP Morgan Chase, Wells Fargo – è crollato praticamente a zero. Wall Street non si riavvia e continua a vendere. Allo stesso modo, Aig, la più grande società di assicurazioni a stelle e strisce, è in odore di fallimento nonostante quattro successive iniezioni di denaro pubblico (per quasi 200 miliardi di dollari) nel giro di sei mesi. Così il deficit federale per il 2009 si impenna a 1500 miliardi di dollari (contro i 470 del 2008). Nouriel Rubini calcola che le perdite sui prestiti degli istituti finanziari Usa ammontino all’astronomica cifra di 3600 miliardi di dollari (3,6 trilioni). E propone la nazionalizzazione dei principali istituti. Concordano con lui un nome del calibro di Joseph E. Stiglitz e, come detto, anche esponenti di parte liberista. Ma, a guardar bene, non si tratta affatto di un paradosso. Ce lo spiega, ad esempio, una considerazione del nostro Piero Barucci: “Nazionalizzare? Non sarei contrario, in casi estremi. Ma bisogna stabilire a che prezzo e per quanto tempo”. 



Ecco il punto: in primo luogo, non si tratta di espropriazioni senza indennizzo; e, soprattutto, si tratterebbe di nazionalizzazioni “temporanee”. Prelevare in blocco e ripulire (a spese dello stato); poi, tornata la prosperità, rimettere sul mercato. In definitiva, risanare perché tutto torni come prima (magari con qualche regola in più, ma con gli stessi padroni del vapore). Chi si pone sul versante di una critica anticapitalistica deve indicare una strada totalmente diversa, non può condividere scelte che non scalfiscono il sistema di mercato: quel sistema che ha consentito che negli Usa all’1% più ricco della popolazione sia andato il 70% dei profitti realizzati (dieci anni fa era il 37%). Altro che democrazia: una vera e propria oligarchia! Si dice: in Europa stiamo un po’ meglio. Forse. Ma allora perché un documento riservato della Commissione europea datato 6 febbraio valuta l’entità dei titoli a rischio nella pancia delle banche continentali in 18 mila miliardi di euro (vedi Milano&Finanza del 18 febbraio scorso)? E come mai la garanzia statale inglese concessa ai Lloyds (per 260 miliardi di sterline) non riguarda solo i cosiddetti titoli tossici, ma soprattutto sofferenze bancarie tradizionali come prestiti alle imprese, mutui commerciali (per edifici industriali, negozi ecc) e crediti al consumo? Ciò significa che il virus non concerne solo la “speculazione” ma l’economia reale come tale, gravata da una classica sovrapproduzione. Davanti a un simile sfascio capitalistico, la sinistra va organizzando il suo programma per le prossime europee. Ad esempio in Francia, su sollecitazione del Pcf, discute proposte di cambio strutturale. L’economista comunista Yves Dimicoli propone un piano – articolato su tre livelli: locale, nazionale, continentale – per la costituzione di un “polo finanziario pubblico” posto a guida di un alternativo sistema del credito, attraverso la nazionalizzazione delle banche in difficoltà, di quelle di rilievo strategico, delle banche locali, cui aggiungere le società pubbliche di finanziamento e investimento. Un sistema sottoposto al controllo e alla verifica con poteri di veto da parte di organizzazioni sindacali, associazioni di cittadini (lavoratori, consumatori, ambientalisti), che selezioni la politica del credito sulla base di piani d’impresa più o meno rispettosi del lavoro e dell’ambiente. Non sarà il socialismo, ma nemmeno i pannicelli caldi una tantum di cui stiamo discutendo qui in Italia.

Pubblicato il 26/3/2009 alle 10.48 nella rubrica Comunismo.

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