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La crisi vista da due economisti marxisti

 

Il piano di salvataggio della banche messo in piedi dall’Amministrazione USA non ha fermato la crisi di Wall Street. E’ un indicatore secondo cui ormai “nessuno si fida più nessuno” o sarà così fino a quando finirà l’incertezza politica e a novembre ci sarà una nuovo presidente degli Stati Uniti? La nuova presidenza USA avrà qualche carta da giocare o sarà irrilevante?

V. Giacchè:Non credo che l’aspetto decisivo per risolvere l’attuale crisi finanziaria sia rappresentato dall’elezione del nuovo presidente Usa. Il nuovo presidente Usa, più che carte da giocare, avrà un debito pubblico più elevato con cui fare i conti. Più elevato di 700-1000 miliardi di dollari.

M. Donato: I salvataggi (e le dichiarazioni “rassicuranti”) non funzionano perché la crisi è sistemica e non locale o settoriale. Il settore dei mutui sub-prime è troppo piccolo per poter essere considerato la causa del crollo: è piuttosto la spia di una instabilità strutturale del capitalismo, sistemica. L’amministrazione Bush ha cercato di ritardare lo scoppio della crisi per scaricarla sul prossimo Presidente; ci è riuscita per un anno, poi non è stato più possibile.

Gli USA vogliono coinvolgere l’Europa nel tentativo di assicurare le banche dai fallimenti e chiedono una sorta di piano “Paulson” a livello di Eurozona. Le istituzioni europee seguiranno la strada statunitense o questa volta si smarcheranno dal burden sharing dei fallimenti bancari?

V. Giacchè: Credo che il percorso sia in qualche modo obbligato. Ma non tanto a causa di pressioni statunitensi, quanto a causa dell’entità dei problemi, che ormai coinvolgono in pieno le banche basate nell’Eurozona. Saranno però interessanti le modalità degli interventi. Un conto, infatti, è acquistare obbligazioni “tossiche” da una banca, altra cosa è ricapitalizzarla, un’altra cosa ancora è ricapitalizzarla acquisendone la proprietà. Il governo italiano, ad esempio, appare intenzionato a ricapitalizzare le banche in difficoltà acquistando però azioni senza diritto di voto. Il che significa spendere i soldi di chi paga le tasse (in Italia in larga prevalenza i lavoratori) senza avere il minimo controllo su come tali soldi saranno spesi.

M: Donato: Non mi sembra di vedere alcuna differenza tra il modo in cui le leadership europee e quella Usa stanno affrontando la crisi.

Molti dipingono questa crisi come “crisi finanziaria” che riguarda dunque solo la dimensione speculativa dell’economia, voi parlate di crisi strutturale di sistema. Potete spiegare la differenza?

V. Giacchè: La differenza è sia nella genesi della crisi che nelle sue conseguenze. Cominciamo con la genesi. Su questo punto vorrei spendere qualche parola in più in quanto mi sembra piuttosto trascurato nelle ricostruzioni della crisi. L’8 aprile scorso è comparso sul Financial Times un importante articolo, annunciato da questo richiamo in prima pagina: “Ritorno agli anni Venti. Il ritorno a un mondo disuguale”. L’articolo cominciava con queste parole: “La disuguaglianza tra i redditi negli Stati Uniti ha raggiunto il punto più alto dai tempi dell’anno del disastro: il 1929”. E proseguiva così: “la caratteristica più notevole dell’era della disuaglianza e del libero mercato che è iniziata negli anni Ottanta è rappresentata dal fatto che si siano avute così poche reazioni alla stagnazione dei guadagni della gente comune in una così larga parte dell’economia del mondo sviluppato”. In effetti i dati sono impressionanti. Tra il 1979 e il 2005 i redditi prima delle tasse delle famiglie americane più povere sono cresciute dell’1,3% annuo, quelli del ceto medio di meno dell’1% annuo, mentre quelli dell’1% più ricco della popolazione sono cresciuti del 200% annuo prima delle tasse e addirittura del 228% dopo le tasse. Risultato: nel 2005 il reddito dopo le tasse del quinto più povero della popolazione era di 15.300 dollari annui, quello del quinto mediano di 50.200 dollari, mentre quello dell’1% più ricco era superiore al milione di dollari. In definitiva, negli anni tra il 2002 e il 2006 all’1% più ricco della popolazione americana sono andati quasi i tre quarti della crescita del reddito complessiva. Nel 2005, secondo dati dell’US Census Bureau, l’indice della disuguaglianza tra i redditi, ha raggiunto il massimo storico (J. Plender, “Mind the gap. Why business may face a crisis of legitimacy”, Financial Times, 8 aprile 2008). Lo stesso vale per la Gran Bretagna, ove questo si è verificato dopo l’andata al potere dei laburisti di Blair nel 1997: anche qui, secondo gli stessi dati governativi, la forbice della disuguaglianza è la più alta di sempre. Ma, più in generale, la riduzione della quota del prodotto interno lordo che va ai salari, e per contro la crescita della quota destinata ai profitti, è una tendenza che investe tutti i paesi a capitalismo maturo, come ha evidenziato una ricerca della Banca dei Regolamenti Internazionali del 2007: in Italia, ad esempio, dal 1983 al 2005 i lavoratori hanno perso 8% percentuali, andati in maggiori profitti (che infatti sono saliti nel periodo dal 23% al 31% del totale). In termini assoluti, si tratta di cifre enormi: l’8% del pil italiano è infatti pari a qualcosa come 120 miliardi di euro (L. Ellis – K. Smith, The global upward trend in the profit share, Bank for International Settlements, luglio 2007).
Sono cifre clamorose, che giustificano lo stupore del Financial Times per l’assenza di reazioni (cioè di lotte) contro questa gigantesca redistribuzione della ricchezza verso l’alto. Le spiegazioni però non mancano. Al di là degli stessi rapporti di forza tra le classi (squilibrati dalla concorrenza esercitata da paesi con un costo della forza-lavoro molto basso), un peso non secondario hanno senz’altro giocato fattori legati all’egemonia culturale ed ideologica esercitata dal capitalismo, che, dopo la caduta del Muro di Berlino e l’implosione del socialismo reale nell’est europeo, ha potuto riaffermare il proprio orizzonte come l’orizzonte ultimo della storia umana. Per quanto riguarda gli Stati Uniti, però, è in gioco anche un fattore di tipo diverso. In realtà, negli Stati Uniti (ma anche nel Regno Unito e in Australia) il tenore di vita delle persone con redditi medio-bassi ha cominciato ad essere sganciato dall’andamento del reddito. È proprio qui che entrano in gioco il settore immobiliare e i mutui subprime. La politica monetaria espansiva e di bassi tassi di interesse condotta dalla Federal Reserve ha infatti alimentato in questi anni la bolla immobiliare, consentendo al tempo stesso anche a famiglie a basso reddito di contrarre debiti relativamente a buon mercato. La crescita dei valori immobiliari ha creato un senso di ricchezza crescente, anche se il reddito in realtà non cresceva affatto (qualcosa di simile, anche se su scala meno larga, era successo alla fine degli anni Novanta con la bolla borsistica della “new economy”), e tra l’altro ha reso possibile rinegoziare i mutui e anche accendere ipoteche sulla casa a garanzia di prestiti finalizzati al consumo. Nel frattempo, la fertile fantasia dei grandi istituti di credito americani aveva escogitato prodotti rivolti anche a chi non aveva né reddito, né lavoro, né poteva offrire garanzie patrimoniali: i cosiddetti “mutui Ninja” (“no income, no job, no asset”). Questi ed altri mutui ad alto rischio sono appunto i famigerati mutui subprime – che è poi un elegante eufemismo: invece di parlare di “mutui spazzatura” o di “mutui di infima categoria”, sia parla di “mutui sottoprimi”.
Praticamente, il regno di Bengodi: anche gli “ultimi” ora potevano comprarsi una casa, anche loro potevano essere, se non primi (adesso non esageriamo…), almeno subprime. La banca concedeva questi mutui ad alto rischio, e poi li rivendeva – impacchettati assieme ad altri crediti di migliore qualità – inserendoli in veicoli appositi, le cui quote venivano offerte agli investitori come obbligazioni (perdipiù con rating elevato). Non solo: dal 2004 al 2006, l’ufficio governativo statunitense per la casa e lo sviluppo urbano spinse le due agenzie governative Freddie Mac e Fannie Mae ad acquistare obbligazioni di questo genere per 434 miliardi di dollari, con il risultato di incentivare le banche a continuare ad offrire mutui insostenibili come i subprime (C.L. Leonnig, “How HUD Mortgage Policy Fed The Crisis”, the Washington Post, 10 giugno 2008).
Questa costruzione era perfetta, salvo un piccolo particolare: che tutto questo castello di carta poteva stare in piedi soltanto se il valore degli immobili continuava a crescere (cosicché il valore della casa che uno aveva acquistato cresceva di valore e quindi poteva essere rivenduta guadagnandoci). Ma la cosa ovviamente non poteva andare avanti all’infinito. E infatti nel 2006 il mercato immobiliare Usa ha cominciato a scendere, e infine è crollato.
Il resto è storia nota: scoppio del bubbone dei mutui subprime, fallimento per centinaia di migliaia di famiglie Usa, problemi nel debito al consumo, forti svalutazioni di bilancio per le banche coinvolte, difficoltà sul mercato interbancario (perché le banche cominciano a non fidarsi più della solvibilità delle loro controparti), crollo dei titoli azionari…
Questa parte della storia è iniziata nell’estate del 2007, e ancora non è finita. E qui veniamo alle conseguenze della crisi finanziaria sull’economia reale. Qui mi limiterò a pochi cenni, perché il tema è stato molto più trattato. Ciò che sta accadendo è, molto semplicemente, che le banche non si prestano più denaro tra loro. Perché non si fidano più l’una dell’altra, e in qualche caso perché speculano sulle difficoltà altrui. È la famosa “trappola della liquidità” di keynesiana memoria. La liquidità c’è, ma non circola. Anche il recente taglio dei tassi di interesse di Fed e Bce è risultato del tutto inefficace a questo riguardo. In casi come questi l’operatività delle banche si rallenta e si ferma, le più mal ridotte falliscono, le altre cessano di erogare il credito alle imprese (o lo erogano a tassi molto elevati). Quindi cominciano a fallire le imprese.
E ovviamente la storia continua. Le imprese che falliscono non restituiscono neppure i prestiti che avevano già ricevuto. E il problema ritorna nel campo bancario: gli istituti di credito devono aggiornare al rialzo la stima dei crediti dubbi (incagli e sofferenze), svalutare una parte dei loro attivi, aggiornare al ribasso le stime di redditività e nel peggiore dei casi ricapitalizzare. Altri istituti falliscono, e così via. Questi sono i circoli viziosi che da sempre caratterizzano le crisi.
In definitiva, però, il punto su cui vorrei insistere è questo: questa crisi non nasce come crisi finanziaria, ma è invece radicata nel processo di progressiva riduzione del reddito dei lavoratori, il quale a sua volta è l’effetto della necessità di comprimere i costi del capitale variabile (ossia della forza-lavoro) per combattere la caduta del saggio di profitto
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M. Donato: Non ha senso contrapporre capitale speculativo a capitale produttivo ignorando che si tratta di due forme funzionali di manifestazione del capitale. Nelle crisi da sovrapproduzione, la circolazione tende ad assumere maggiore importanza rispetto a una produzione in cui le opportunità di profitto non sono sufficienti a saturare la pletora di capitale in circolazione. Le imprese/banche sono costrette a continue innovazioni tecnologiche per battere la concorrenza; la tecnologia aumenta la forza produttiva del lavoro riducendo il tempo di lavoro necessario e con esso il valore delle singole merci prodotte. Gli investimenti necessari a introdurre nuove tecnologie producono l’effetto che la quota di capitale costante cresca sempre più di quanto succede al capitale variabile. Il plusvalore eventualmente ottenuto dalla vendita delle merci non viene necessariamente, completamente e simultaneamente impiegato nell’accumulazione. Queste, schematicamente, le radici reali della crisi che si manifesta nelle sue forme monetarie e finanziarie. Se il tasso di profitto P/C è insufficiente per il capitale in circolazione, le imprese/banche mentre cercano (nella fase di produzione) di aumentare in ogni modo il numeratore, devono periodicamente tentare anche di distruggere e/o di svalutare il capitale in eccesso posto a denominatore del tasso di profitto. Queste le crisi, distruzione di quote di capitale in eccesso rispetto alle normali opportunità di profitto.

L’esistenza di un nuova moneta per le transazioni internazionali come l’euro rispetto al pluridecennale monopolio del dollaro, quanto ha inciso e che effetti potrà avere in questa crisi?

V. Giacchè: La presenza dell’euro ha soprattutto l’effetto di ridurre i margini di manovra delle autorità monetarie Usa nella crisi. Infatti il fatto che i tassi della zona euro siano più elevati di quelli praticati negli Stati Uniti mette a rischio la praticabilità di una politica moentaria espansiva da parte della Fed. Il motivo è presto detto: ad ogni riduzione dei tassi diminuisce la convenienza per gli investitori internazionali ad investire nei titoli di Stato Usa, perché offrono un rendimento scarso rispetto al rischio di insolvenza dell’emittente (ossia degli Stati Uniti stessi). Il rischio di insolvenza degli Stati Uniti un tempo sarebbe stato considerato ridicolo. Oggi non è più così: la probabilità di un fallimento degli Usa è già oggi considerata doppia rispetto all’ipotesi di fallimento della Germania. E la crescita del debito pubblico proveniente dal piano Paulson di salvataggio delle banche e delle altre società finanziarie coinvolte nella crisi peggiorerà ulteriormente le cose.

M. Donato: Sono cambiati e stanno cambiando i rapporti di forza tra Stati ed aree valutarie integrate. Le valute nazionali o transnazionali sono espressioni – riflesse – di rapporti di forza più generali. Per lo Stato più forte dal punto di vista militare essere anche l’economia più indebitata è una contraddizione esplosiva. Avere un dollaro debole aiuta perché riduce il valore reale del debito, ma indebolisce ulteriormente la forza degli Usa. Alan Greenspan, trovandosi a scegliere tra il dollaro e la borsa, optò per salvare Wall Street; oggi Obama e McCain votano assieme il piano Paulson inaugurando la nuova stagione dei salvataggi.

Il liberismo e il monetarismo sono finiti sotto accusa. I liberisti adesso si travestono da pragmatici e chiedono apertamente l’intervento pubblico nell’economia. Si apre una nuova fase keynesiana? E se è così che caratteristiche avrà?

V. Giacchè: Questo è un aspetto divertente (forse l’unico) di tutta la faccenda. La crisi attuale mette in luce una semplice verità: il fatto che il mercato non è autosufficiente. La situazione è abbastanza curiosa. Hanno appena finito di convincerci che il mercato è l’artefice di tutto quanto vi è di buono nel nostro mondo, mentre lo Stato può soltanto rovinarne l’opera, ed ecco che arriva la crisi dei subprime, e poi del credito. E avviene il miracolo: tutt’a un tratto la “mano visibile” dello Stato non solo ridiventa gradita, ma viene addirittura invocata da voci insospettabili. Fa un certo effetto notare che il Financial Times non ha nulla da ridire sulla nazionalizzazione della banca inglese Northern Rock sull’orlo del fallimento, o sul sostegno da 50 miliardi di sterline alle banche realizzato dalla Bank of England offrendo titoli di Stato in cambio di crediti immobiliari. Fa ancora più effetto osservare come lo stesso governatore della Federal Reserve, Bernanke, giustifichi il salvataggio della banca Bear Stearns (comprata sull’orlo del fallimento da JPMorgan grazie a un prestito di 30 miliardi di dollari da parte della stessa Fed) dicendo che si tratta in realtà di un “salvataggio dei mercati”. E pensare che ci avevano spiegato che ormai sarebbero stati i mercati (anzi: il Mercato) a salvare il mondo garantendo benessere e prosperità per tutti… Ma le sorprese non sono finite: dal liberista Zingales che sulla sua rubrica “libero mercato” su l’espresso intona inni alla regolazione al finanziere George Soros che si scaglia contro il “fondamentalismo di mercato”; dall’ex ministro Domenico Siniscalco (oggi a Morgan Stanley) che approva l’atteggiamento “pragmatico” ed anti-ideologico di chi ha finalmente abbandonato “il dogma che il mercato possa risolvere ogni problema”, al vecchio Paul Samuelson che afferma addirittura: “urge un po’ di statalismo”. Insomma: i “convertiti allo Stato interventista” – come li ha definiti il sociologo tedesco Ulrich Beck – non si contano veramente più.
Ovviamente si tratta di conversioni interessate: infatti il problema oggi è quello di socializzare le perdite. La cosa è stata espressa proprio in questi termini dall’economista Roubini: “Nazionalizzare le perdite dei mutui subprime americani in sofferenza per salvare l’economia”. Ora il problema è se poi si tornerà a privatizzare i profitti come se nulla fosse. Io credo che le cose non stiano così. La profondità della crisi ha aperto uno squarcio importante nell’ideologia dominante. Non si potrà facilmente fare finta di nulla, né tornare al business as usual. Questo, in ogni caso, è l’obiettivo che dobbiamo prefiggerci: sviluppare la consapevolezza dei problemi. A cominciare dal fatto che il mercato capitalistico stesso è il problema.

M. Donato: Il liberismo è finito da un pezzo, un nuovo keynesismo fuori tempo massimo avrebbe una prima tappa obbligata da compiere: basta guerre.

Pubblicato il 2/4/2009 alle 9.0 nella rubrica Comunismo.

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