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Siamo tutti resistenti ?

Prendo in prestito il titolo dal Domenicale del Sole-24 Ore, dove Emilio Gentile commentando un testo di Mario Dal Pra sulla guerra partigiana, fa alcune considerazioni che si inseriscono nel pensiero unico bipartisan che si sta affermando in questo periodo storico nel nostro paese. Ovviamente non sono d'accordo con molte delle cose che dice Gentile.
In primo luogo il suo desiderio di chiudere un'epoca nella storia della coscienza politica italiana, fatta di contrapposizioni spesso retoriche per approdare ad uno stato in cui ogni giudizio sia pronunciato con intendimento storico, ebbene questo desiderio mi lascia perplesso.
Perchè presuppone positivisticamente una storia di fatti o di documenti a cui (anche qui retoricamente) si contrappone una storia ideologica che sarebbe stata sin qui portata avanti. Non è stato così, non sarà così. Perchè già è discutibile un giudizio storico che non sia contaminato dalla progettualità politica, o quanto meno dalla razionalità rispetto ai valori.
Nè mi convince la tranquillità con cui gentile cita De Felice per cui non è possibile negare l'importanza del movimento di liberazione. Perchè tale negazione non si realizza nel livello del ricordo celebrativo, ma molto più pericolosamente nella riflessione che si sta facendo sulla nostra Costituzione, Costituzione che è il parto attuale e duraturo della Resistenza e della Liberazione.
Nè sono d'accordo sulla valutazione negativa del concetto (Gentile parla anche qui di mito) della Resistenza tradita, che sarebbe stato usato per avvalorare posizioni di rottura con l'ordine democratico (qui Gentile condivide un ragionamento di Giorgio Napolitano). Questo per due motivi : il primo che l'uso di un concetto finalizzato ad azioni immorali non svaluta il concetto ma semplicemente l'uso che ne è stato fatto e di cui rispondono in concreto coloro che hanno operato con effetti moralmente rilevanti. Estendere in questo caso in maniera nebulosa l'ambito della responsabilità  serve a soffocare il dibattito politico sulla Resistenza e sulla Costituzione, non certo a liberarlo da certe pastoie. Il secondo motivo è che le organizzazioni terroristiche cosiddette di sinistra hanno avuto almeno una velleità per quanto distorta di comunicare le proprie ragioni e dunque di porsi nello spazio pubblico. Proprio per questo sono state identificate e debellate. Nel frattempo a distanza di decenni noi non sappiamo gli autori delle stragi che hanno insanguinato il nostro paese, anche perchè altre parti politiche si sono nascoste dietro il garantismo, la reticenza se non l'omertà e nessuno ha portato neanche una velleità di giustificazione del proprio operato nello spazio pubblico. E questo non per modestia o per consapevolezza morale, ma per vigliaccheria e per volontà di perpetrare l'intento doloso nascosto dietro queste azioni. Allora più che di criticare la Resistenza tradita, sarebbe il caso di indagare con più determinazione sul tradimento della Resistenza che è evidente in tutto quello che è successo in questi decenni. 



Anche perchè, come ho già detto, il tradimento della Resistenza non è un concetto paranoico, ma ciò che si evince (attraverso un'interpretazione criticabile come tutte le interpretazioni) dagli eventi che si sono succeduti, ma anche dalla storia della nostra Costituzione materiale, storia che da molti che non hanno niente a che fare con il terrorismo è stata vista come una storia di una spesso consapevole disapplicazione. Una disapplicazione che poi è stata sbolognata come prova del fatto che la Costituzione va rivista. E nel dibattito attuale sulla Costituzione, tale ipocrisia è palpabile anche nei ragionamenti di quelli che la Costituzione la dovrebbero difendere : la contrapposizione tra prima e seconda parte della Costituzione (la prima inviolabile dei principi, la seconda caduca delle istituzioni) è anch'essa retorica, dal momento che non pone come primo nodo problematico quello del rapporto di coerenza tra le due parti, un rapporto che potrebbe porre non pochi dilemmi a chi voglia intraprendere in buona fede tale opera di riforma (per quelli in malafede la coerenza basta salvarla con comunicati stampa fatti ad hoc).
Non continuo nell'esegesi dell'articolo di Gentile : basta vedere come il suo intendimento storico si schianta sulla visione manichea che ha del Partito comunista Italiano, inteso come mero manipolatore del mito. Ma voi avevate creduto alle sue buonissime intenzioni ?
In ultimo, faccio notare come nella Repubblica che si dovrebbe reggere sul lavoro, da un lato le morti bianche si buttano, dall'altro la Fiat a Mirafiori voleva che si lavorasse lo stesso il giorno della Liberazione, scatenando un putiferio. Ciò a dimostrare che a fronte delle celebrazioni bipartisan (condite da combattenti della Repubblica sociale in buona fede, manco fossero Arjuna nel pieno del suo dilemma morale), si avverte un calpestìo quotidiano degli ideali nati dalla Resistenza, rumore di fondo che ormai copre l'assoluta mancanza di informazione che caratterizza il dibattito politico che si svolge nel nostro paese

Pubblicato il 25/4/2009 alle 15.9 nella rubrica Filosofia.

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