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Massimo Bongiorno : Non solo maiali, è la recessione a fare a fette il Messico di Calderon

 

«Povero Messico, così lontano da Dio e così vicino agli Stati Uniti»: tocca rispolverare la massima del vecchio dittatore Porfirio Diaz. Per le suggestioni dietrologiche scatenate dall'epidemia di febre suina, che sta esibendo a tutto il mondo come venti anni di «cure» neoliberiste possano fare a pezzi un paese, e perchè la stampa messicana avrebbe già trovato l'epicentro dell'influenza nella gigantesca sussidiaria della Smithfield Foods - multinazionale Usa della zootecnia - di Veracruz.
L'altro ieri il Sole24ore affidava al corrispondente da Buenos Aires un paio di colonne intitolate "Il Messico si ferma, l'economia affonda". Ma i numeri riportati dal quotidiano di Confindustria , che imputano ai ritardi del governo nel rispondere alla crisi sanitaria un calo del Pil di circa il 4,8%, sono fin troppo indulgenti con l'amministrazione Calderon. Per rendersene conto basta spulciare l'ultimo report trimestrale pubblicato dal Banco de Mexico, la banca centrale del paese. Vi si trova, ad esempio, una stima sull'andamento del prodotto interno lordo nei primi tre mesi del 2009 che fa rizzare i capelli: tra -7 e -8%. L'indice delle attività economiche, l'Igae, tra gennaio e febbraio è crollato del 10%. Nel dettaglio: -2 per il settore primario, -9,3 per i servizi e -12% nell'industria. La produzione di autoveicoli, per esempio, è scesa del 43% e lo stop nel settore minerario supera il 5%. 


Il tutto mentre l'inflazione prosegue il trend negativo dell'ultimo trimestre 2008, attestandosi al 6,18% (alla vigilia della bolla subprime negli Usa era sotto il 4%) mentre i salari arrancano, con un recupero di appena il 5,3% per quello base. Coerentemente con questo quadro, l'andamento dei consumi è preoccupante: +1,8% nel primo trimestre. Tenendo presente l'inflazione, un vero e proprio crollo: per l'esattezza non si registrava un trend così basso da 26 trimestri, la bellezza di nove anni. Contemporaneamente scende il credito al consumo, caduto nel primo bimestre 2009 del 12,3%. E l'altro grosso record negativo riguarda ovviamente la disoccupazione. Nelle aree urbane è arrivata al 5,85%, non succedeva dal 1997. Per non parlare del cambio: il peso ha toccato i minimi sull'euro a febbraio, quasi 20 a uno (adesso è comunque sopra quota 18). Nel frattempo le rimesse degli immigrati messicani negli Usa, valvola di sfogo vitale in un Paese con una così diseguale distribuzione della ricchezza, colano a picco: solo a gennaio si è registrato un calo di quasi il 12% e nel trimestre si dovrebbe essere a -10%. Un trend negativo cominciato già lo scorso anno, chiuso con il primo calo in assoluto dal 1975: -3,6%.
E la Banca Centrale fa quel che può, cioè molto poco. A fine ottobre ha chiuso un accordo con la Fed per una linea di credito swap da 30 miliardi di dollari mentre il mese scorso ha ottenuto un analogo accordo con l'Fmi, questa volta per 47 miliardi. Nel frattempo taglia il tasso di sconto: dalla fine del 2008 è già sceso al 6,75% dall'8,25 e nel corso dell'anno dovrebbe avvicinarsi al 5,5%. Ma con l'export in caduta libera (-28,6% nel trimestre, -58,1 solo per i petroliferi) è difficile vedere l'uscita dal tunnel. Intanto si avvicina l'importantissima scadenza elettorale del 5 luglio, quando si voterà per il rinnovo del Parlamento federale. Il Paese ci arriverà nel pieno della sua terza grave crisi economica consecutiva, dopo il default che a inizio anni Ottanta lo consegnò di fatto agli stateghi neoliberisti dell'Fmi e la devastante «crisi della tequila» del '94. Tutte e due le volte venne «curato» a botte di privatizzazioni, deregulation e abbattimenti della pressione delle tasse che ne hanno quasi fatto un paraddiso fiscale. C'è da sperare che questa volta abbia imparato la lezione.

Pubblicato il 22/5/2009 alle 16.4 nella rubrica Politica.

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