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Matteo Bartocci : intervista sull'auto a Francesco Garibaldo

«Senza una politica industriale a livello europeo il settore dell'auto aggraverà inevitabilmente la sua crisi». Francesco Garibaldo, classe 1944, è un sociologo industriale che studia da anni il mondo automotive. Direttore dal '92 al '98 dell'Ires, il centro studi Cgil, è un ricercatore attento alle politiche internazionali.

Professor Garibaldo, forse è banale ricordarlo ma quanti sono i posti di lavoro collegati al settore dell'auto in Europa?
Tra diretti e indiretti (indotto, assicurazioni, etc.) è un volume enorme. Secondo i calcoli più attendibili 12 milioni di posti in Europa, 50 in tutto il mondo. Non c'è niente da fare, dal dopoguerra in poi i grandi volumi occupazionali si basano sull'acciaio, l'auto e l'edilizia.
Per l'Europa è un settore ancora strategico. Quali sono le opzioni politiche principali contro la crisi?
Di fronte a una sovraccapacità produttiva ormai acclarata più o meno del 30%, l'Europa deve scegliere se puntare sui consumi interni oppure sulle esportazioni. Finora si è spaccata in due. Da un lato c'è chi vuole mantenere l'impostazione tradizionale che punta sull'export. E' la linea che la Germania di Angela Merkel ha ribadito più volte. Dall'altro c'è chi pensa invece che i limiti industriali ormai sono strutturali e dunque bisogna guardare meno alle esportazioni per rinnovare a fondo l'offerta di prodotti e servizi. L'Europa è divisa e rischia di non avere una sua proposta, lasciando spazio a ragionamenti in cui prevale solamente la logica aziendale nazionale.

Che giudizio dà delle ultime operazioni Fiat su Chrysler e Opel?
Dal punto di vista dell'azienda Fiat sono manovre che hanno senso. Di fronte alla sovrapproduzione e alla necessità di mantenere volumi minimi si ritiene inevitabile un consolidamento del settore. Quindi Marchionne si prepara a essere tra quelli che sopravvivono e che non muoiono. Ma che questo coincida con gli interessi nazionali è del tutto opinabile.
L'accordo con Opel metterebbe a rischio le fabbriche italiane?
E' un pericolo elevato. Soprattutto perché al momento non esiste un piano industriale Fiat in Italia. Quindi può succedere che la Fiat avrà successo come marchio o come azienda anche compromettendo la sua presenza industriale in Italia. Una presenza, va aggiunto, che da anni è sempre più minoritaria. Chrysler e Fiat come gamma sono quasi complementari: quell'accordo dal punto di vista industriale è ottimale e facilita le sinergie, dunque è possibile che non distrugga posti di lavoro in Italia. Con Opel invece la situazione è molto diversa. Primo perché sono aziende forti soprattutto in Europa, che registra una sovraccapacità produttiva molto accentuata. Secondo perché con Opel ci sono sovrapposizioni di prodotto evidenti. Va detto però che non è automatico che questa duplicazione distrugga di per sé posti di lavoro.

Queste fusioni e acquisizioni si basano sempre su un modello auto-centrico. E' adeguato per la Fiat o bisognerebbe puntare su una mobilità collettiva (treni, autobus, etc.) o sostenibile per l'ambiente?
Treni e autobus sono importanti ma tra i nodi da sciogliere non c'è solo l'alternativa trasporto pubblico-trasporto privato. Bisogna pensare a nuove macchine ma anche a un nuovo rapporto con il mezzo. Non è detto che nelle grandi città si debba per forza possedere un auto. Perciò mi pare che Marchionne si muova ancora nello scenario classico dell'industria automobilistica così com'è. Per innovare davvero invece servono forti capitali senza un ritorno immediato. Per questo richiede una sponda politica e istituzionale molto attenta.

Comunque la si veda, sia nel caso Chrysler che in quello Opel il ruolo dei governi Usa e tedesco è centrale.
Guardi, forse Obama si è speso un po' di più ma va detto che per salvare le industrie americane gli operai diventano schiavi. Le conseguenze sociali di queste operazioni sono ancora tutte da indagare. I costi di questi consolidamenti pesano soprattutto sui tagli al costo del lavoro. Quando la Casa Bianca è andata a negoziare con gli hedge fund non ha ottenuto nulla, perché si trinceravano dietro la legge fallimentare.

Cosa fa il governo italiano oltre agli incentivi per rottamare?
Al momento nessun governo ha una politica industriale credibile. Si limitano a correre ai ripari. Ma incentivare la rottamazione come si fa da anni riproduce un mercato drogato. Oggi le famiglie comprano, dopo ci sarà il deserto. Le rottamazioni nazionali alla fine sono mors tua vita mea. Incentivano meccanismi distruttivi. Compra questo e fai secchi gli altri. I governi non possono più pensare di tutelare l'occupazione paese per paese. Almeno in Europa dovrebbero concordare una vera divisione internazionale del lavoro. Non solo sull'auto ma anche su altri settori industriali. Io a gennaio avevo suggerito la necessità di un New Deal europeo, di fare come col carbone e l'acciaio nel dopoguerra. Non c'è niente da fare, serve una politica comune.

Fino ad oggi auto è stato quasi un sinonimo di motore a scoppio e petrolio. Qual è il futuro nel post-petrolio? Auto elettriche, a idrogeno, a metano, ibride?

La riconversione dal petrolio sarà lunga, durerà almeno 10 anni. Vanno perseguite tutte ma il traguardo è chiaro: l'unica strategia veramente ecologica punta su motori che usano elettricità ottenuta da energie rinnovabili. Ci saranno 2 o 3 strade diverse per arrivarci ma la direzione è quella.

Che ruolo dovrebbero avere i sindacati? Non c'è il rischio di visioni puramente nazionali? Vedremo Ig-Metall contro Fiom?

Purtroppo è così. Mai come ora è evidente che un sindacato europeo non esiste. Come i governi, ognuno correrà per suo conto. E non solo nell'auto. Se il Pil cala del 4-6% la crisi è generale e il riflesso nazionalista sarà fortissimo (anche se parliamo di un nazionalismo artefatto, presente solo dove le aziende sono forti). Il dato della sovrapproduzione è comune a molti settori. L'offerta di beni e servizi è largamente sganciata dalle possibilità delle persone e delle famiglie. E nel momento in cui non si possono più fare debiti il cerchio si stringe e la crisi si aggrava. In Italia finora la media borghesia non ha pagato dazio ma alla fine dell'anno la crisi arriverà anche lì.
Si discute di una moratoria sui licenziamenti. E' un'idea praticabile anche in Italia?
E' un'idea sostenibile e perfettamente razionale di fronte a una crisi generale come questa. Credo che oggi licenziamenti di massa come quelli degli anni '30 siano difficilmente sopportabili in una democrazia. Devi considerare i lavoratori che ci sono come una risorsa che puoi mettere al minimo ma che deve essere in grado di funzionare subito appena si riparte. Ci stanno pensando i governi di tutto il mondo.

Pubblicato il 19/5/2009 alle 8.56 nella rubrica Comunismo.

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