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Cesare Pavese : la cena triste (parte seconda)

Sono rimasti uva e pane sul tavolo bianco
Le due sedie si guardano in faccia deserte.
Chissà il solco di luna che cosa schiarisce
col suo lume dolce, nei boschi remoti.
Qualche volta alla riva dell'acqua un sentore,
come d'uva, di donna ristagna sull'erba
e la luna fluisce in silenzio.
Compare qualcuno
ma traversa le piante incorporeo
e si lagna con quel gemito rauco
di chi non ha voce
e si stende sull' erba e non trova la terra :
solamente gli treman le nari.
Fa freddo all'alba
e la stretta di un corpo sarebbe la vita
Più diffusa del giallo lunare
che ha orrore di filtrare nei boschi,
è quest'ansia inesausta.



Poesia terribile. Mortale. L'acqua, la luna e la terra sono simboli del femminino. Ma Pavese sente che il femminino lo rifiuta, come madre che non allatta il figlio. La luna ha orrore di filtrare nei boschi, la terra si ritrae. E Pavese è quest'ombra vegetale pervasa da un'ansia inesausta e la poesia è il suo gemito rauco... di chi non ha voce. Pavese qui è già uno spettro disperato.

Pubblicato il 25/6/2009 alle 20.3 nella rubrica Schegge.

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