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Sara Farolfi : G8 senza soluzioni

 

Il quadro dell'economia mondiale resta incerto e, sia pur in presenza di «segnali positivi», permangono «rischi significativi per la stabilità economica e finanziaria». Gli impegni siglati ieri, in straordinaria unanimità di facciata, dai capi di stato e governo dei paesi G8, blindati nella caserma della guardia di finanza all'Aquila, non aggiungono molto a quanto già formalizzato dal G20 di Londra in aprile - «fare tutti i passi necessari per sostenere la domanda e ripristinare la crescita» - mentre sulle questioni più calde dell'agenda politica (in particolare la definizione di nuove regole per la finanza) tutto è rimandato al prossimo G20 che si terrà in settembre, a Pittsburgh.
La crisi è globale ma le soluzioni faticano a uscire dai confini nazionali, e il concetto ritorna nero su bianco nel documento finale, dove si dice che «le strategie di uscita dalla crisi varieranno da paese a paese, a seconda delle condizioni economiche e dello stato delle finanze pubbliche». Il risanamento del settore finanziario, inclusa la stabilizzazione del mercato finanziario e la normalizzazione dell'attività delle banche, restano «prioritari»: quanto fatto finora va bene, ma non è sufficiente, suona il concetto. Solo in seconda battuta arriva il riferimento alla dimensione sociale della crisi. Sul deterioramento della situazione del mercato del lavoro nessuna statistica e nessun organismo internazionale sembra avere dubbi. I sindacati europei hanno rinnovato ieri l'allarme definendo «disperato» il quadro dell'occupazione. Ma la formula suggerita dagli Otto resta quel «people first» inaugurato nei vertici scorsi e rimasto tanto vago quanto disatteso. Ad ogni modo le misure dei governi a sostegno dell'economia, che gli stessi si impegnano a continuare a fornire, hanno avuto un impatto sulle finanze pubbliche, perciò i cosiddetti Grandi si impegnano «ad assicurare la sostenibilità fiscale a medio termine». Un avvertimento arrivato ieri anche dal Fmi, che ha esortato i governi a iniziare a preparare la «exit strategy» sul fronte fiscale, «perché il debito deve diminuire». 



Ma al centro della prima giornata di vertice erano soprattutto i temi legati alla definizione di un nuovo quadro di regole per l'economia e la finanza. In particolare l'approvazione di quelle 12 tavole di principi morali - i global legal standards - elaborate dal ministro dell'economia Tremonti (insieme al suo pool di economisti e giuristi) e dall'Ocse. Un codice etico e economico - articolato tra lotta a evasione, elusione, criminalità finanziaria, superamento del segreto bancario, difesa di ambiente e lavoro, e la definizione di un tetto agli stipendi dei manager - che avrebbe dovuto trovare all'Aquila l'occasione per coniugare le posizioni a dir poco scettiche di Usa e Gran Bretagna con quelle entusiaste di Francia e Germania, ma che si è rivelato un vero flop. «Noi abbiamo posto la questione delle regole per l'economia che può essere migliore solo con i valori e l'etica - commenta in serata il ministro Giulio Tremonti - Il cammino è iniziato a gennaio di quest'anno, oggi c'è stata un'accelerazione enorme, ma servirà ancora un po' di tempo ed è giusto così affinché tutti ne siano convinti». Tremonti parla di un «consenso straordinario» sulla proposta, ma in tutt'altra direzione sembra andare l'iniziativa del governo inglese, che ieri ha annunciato il rafforzamento dei poteri dell'autorità nazionale nel tentativo di imporre regole più stringenti al sistema finanziario. La stessa direzione in cui si muovono gli Usa, la cui mega riforma del sistema finanziario, presentata poche settimane fa dal ministro del tesoro Geithner, non contiene un solo accenno alla necessità di standard globali.
La verità è che, al di là dei proclami e delle dichiarazioni ufficiali, Usa e Gran Bretagna non ne vogliono sapere di imbrigliare in lacci e lacciuoli le proprie piazze finanziarie. Così la palla passa al G20 di settembre a Pittsburgh. Per quanto riguarda la lotta ai paradisi fiscali, all'evasione e all'elusione - definiti «fenomeni non più tollerabili», specie in un quadro di crisi - si rimanda al G20 di Londra. Il «no» al protezionismo suona un poco ridicolo stretto tra quelle due clausole contrapposte - buy americans e buy chinese - cui nessuno naturalmente accenna. E anche sul commercio mondiale il richiamo è quello di una repentina conclusione dei negoziati di Doha. Iniziati nell'ormai lontano 2001, più volte interrotti, e mai conclusi.

Pubblicato il 17/7/2009 alle 9.13 nella rubrica Comunismo.

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