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Odifreddure : la coscienza e la voce interiore

 

Verso il V secolo a.C. , dice Odifreddi, si arrivò ad un concetto di coscienza (con-scientia e cioè “scienza congiunta”) che permette l’integrazione di percezione e pensiero e dunque la comprensione. In precedenza le volizioni venivano sentite come voci interiori ed antropomorfizzate come dei. La stessa cosa succedeva presso gli Ebrei: nell’A.T. agli inizi Dio si manifesta apertamente ( da Adamo ad Abramo), poi si nasconde dietro i fenomeni naturali (si pensi a Mosè con i roveti ardenti, le nubi e le colonne di fumo) ed infine parla solo attraverso i profeti per poi tacere per sempre. La tradizione greca, dice Odifreddi mostra uno sviluppo analogo: Omero poeta in un periodo in cui intravedere gli Dei e sentire le loro voci doveva essere la norma prima che la cosa divenisse monopolio di oracoli e sibille. Oggi conclude Odifreddi, solo gli schizofrenici e gli artisti possono sostenere di sentire le voci, fisicamente i primi, metaforicamente i secondi, anche se una volta i due livelli erano confusi: Omero infatti quando diceva “Cantami o Diva” si sentiva come uno scriba della divinità. Ancor oggi in russo quando un matematico annuncia di aver dimostrato un teorema usa il verbo polucat’ che vuol dire “ricevere”.


 

 

E’ sicuro Odifreddi che la sequenza, individuata all’interno sia della religione ebraica sia di quella ellenica, costituisca una sequenza evolutiva e non involutiva, una sequenza cioè che porta da una minore conoscenza ad una maggiore consapevolezza? Tale sequenza più che ad una perdita di ingenuità non si può attribuire al maggior interesse di poeti e filosofi per le relazioni degli esseri umani tra di loro invece che per l’immediato rapporto con la natura e con il mondo? Inoltre il fatto di “sentire le voci” non è comunque un rapporto indiretto con la realtà divina, sia per quanto riguarda l’attendibilità delle informazioni trasmesse che per quanto riguarda la natura e l’aspetto di chi emette tali messaggi? Ed i profeti che soli hanno un rapporto più diretto con il Divino, sono uomini primitivi che vagano cianciando in un contesto fatto di uomini più evoluti ? In tal caso, perché gli uomini con la con-scientia stanno o dovrebbero stare a sentire uomini più primitivi di loro ? E perché noi andiamo a guardare gli artisti ? Vuoi vedere che la con-scientia sia un tantinello in-felice ?

 

Pubblicato il 8/10/2009 alle 11.53 nella rubrica Epistemologia.

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