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Angela Pascucci : Obama e la Cina. Tutti insieme disperatamente

 

Potenza taumaturgica del G2. La conferenza di Copenhagen sul clima, data per spacciata a Singapore, è stata riportata a un'esile vita ieri a Pechino. Il presidente Usa Barack Obama e il suo omologo cinese Hu Jintao, emersi da due ore e mezzo di incontro sulle sorti dei rispettivi paesi (fatte coincidere con quelle dell'intero pianeta), hanno espresso la volontà di arrivare a dicembre a un'intesa che non sia solo una dichiarazione politica ma un accordo che copra tutti i punti in discussione e che soprattutto «abbia immediati effetti operativi», parole del capo della Casa bianca. Il tanto auspicato accordo vincolante resta morto e sepolto ma da ieri si sono riaffacciate le speranze che a dicembre in Danimarca non si riscaldi ulteriormente l'aria solo con le chiacchiere. Restano le perplessità sul comportamento delle due potenze globali, una in declino l'altra in ascesa e non a caso entrambe in testa alla classifica degli inquinatori globali, che erano state indicate come le maggiori responsabili del flop di Singapore, ma che ieri si sono dilungate in raccomandazioni sulla fisssazione di precisi limiti di emissione e sul finanziamento di piani di aiuto per i paesi in via di sviluppo. 



Quanto a tutto il resto, i due leader mondiali hanno dato lo spettacolo di un doppio monologo scritto dai rispettivi staff, davanti a una affollatissima conferenza stampa convocata solo per ascoltare, essendo che le domande, anche quelle più innocue e precotte, erano state escluse. Ciascuno dei capi di stato ha letto il suo breve intervento. Uno scambio di colpi di fioretto, in realtà, sul comune sfondo dei richiami alla necessità di collaborare. «Viviamo un momento in cui le relazioni fra Usa e Cina non sono mai state così importanti per il nostro avvenire comune» ha detto Obama. Dobbiamo «continuare ad adottare una prospettiva strategica e a lungo termine, aumentare il dialogo e lavorare assieme per costruire un rapporto Usa-Cina positivo, ampio e cooperativo» ha fatto eco Hu.
Ciò non ha impedito al presidente americano di toccare il tasto dello yuan e di un tasso di cambio che nel tempo «tenga conto del mercato» e di affermare che certo gli Stati uniti riconoscono che il Tibet è parte della Cina ma auspicano che Pechino riavvii il dialogo col Dalai Lama. Annunciando subito dopo che Usa e Cina riprenderanno presto il dialogo interrotto sui diritti umani. «E' credo fondamentale degli americani che tutti gli uomini e le donne possiedono certi fondamentali diritti umani» e che questi si applicano «alle minoranze etniche e religiose».
Da parte sua, Hu Jintao, che non ha nemmeno menzionato le questioni valutarie, ha toccato un «suo» tasto dolente quando ha sottolineato come «nelle attuali circostanze, i nostri paesi avrebbero bisogno di opporsi e rifiutare il protezionismo in tutte le sue manifestazioni». Quanto alla politica estera, a ognuno il suo protetto, e la questione del nucleare iraniano, per Pechino, si deve risolvere col negoziato. Tal quale come la Corea del nord.
«Non ci si poteva aspettare che le acque si aprissero e tutto si risolvesse in due giorni e mezzo in Cina» ha dichiarato il portavoce della Casa bianca Robert Gibbs. D'altra parte non si può escludere che il target dei discorsi dei due leader fossero le rispettive audience nazionali. Da una parte i commentatori della Fox che abbaiano dagli schermi attaccando Obama il quale in quesi giorni avrebbe dato, con i suoi toni soft, uno spettacolo di «debolezza». Dall'altra un variegato schieramento cinese che va dai nazionalisti duri e puri a un problematico gruppo di intellettuali e attivisti per i diritti sociali che vede all'opera tutti i giorni il volto più barbaro di questa alleanza col capitale mondiale nelle pieghe più oscure della «fabbrica del mondo». Insieme a una parte di opinionisti cinesi che diffida di un coinvolgimento della Cina a livello più profondo sul teatro dei conflitti globali a fianco degli Stati uniti, adombrando una sorta di «piano» per indebolire la posizione cinese a condizionarne l'azione strategica.
Per ora comunque gli intrecci economici prevalgono. Nel 2005 Robert Zoellick, allora vice segretario di stato oggi presidente della Banca mondiale, affermava «La nostra politica ha avuto un notevole successo: il drago è emerso e si è unito al mondo» e chiedeva alla Cina di diventare un «responsabile stakeholder», qualcosa di più che un'azionista. Il discepolo ha superato il maestro e la la visita di Obama, che oggi chiama Pechino un partner strategico, parla di una relazione Usa-Cina senza precedenti e che nelle sue connessioni sfugge a ogni definizione. Il Quotidiano del popolo in un suo editoriale del 16 novembre la descriveva come una coppia da «gemelli siamesi»: qualunque parte si volesse tagliare, si condannerebbe anche l'altra a soffrire.

Pubblicato il 22/11/2009 alle 9.45 nella rubrica Articoli.

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