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Le convenzioni e la distinzione Analitico/Sintetico in Schlick

 

Le scienze come reti di giudizi

 

Schlick riprende la distinzione formalistica (e dunque relativa) tra definizioni e giudizi conoscitivi e la applica alle scienze reali, dove la coordinazione è ottenuta tramite definizione e conoscenza. Il sistema delle scienze della realtà è, a suo parere, una rete di giudizi con le maglie coordinate a singoli fatti. Ci sarebbero due tipi di definizione : la definizione implicita e la definizione concreta. Quest’ultima interviene con i concetti che si riferiscono ad oggetti reali. Essa è una stipulazione arbitraria, consistente nell’introdurre, per un oggetto individuato, un nome apposito. Se incontriamo di nuovo un oggetto così designato, noi abbiamo un’esperienza.

Schlick continua dicendo che, dal momento che l’esperienza mostra i medesimi oggetti in diverse relazioni, si possono esprimere numerosi giudizi conoscitivi che formano una rete interconnessa, dati gli stessi oggetti designati dagli stessi concetti.

Finchè, per stabilire ogni singolo giudizio, c’è bisogno di una nuova esperienza, la rete conoscitiva consiste di giudizi che sono descrittivi o storici. Schlick dice poi che, scegliendo opportunamente degli oggetti tra quelli individuati dalle definizioni concrete, si possono trovare delle definizioni implicite tali che i concetti da esse determinati sono impiegabili per designare univocamente tutti quegli oggetti reali. Questi concetti infatti saranno connessi tra loro, attraverso un sistema di giudizi che concorda appieno con la rete di giudizi univocamente coordinata al sistema dei fatti. In questo caso, dice Schlick, tale sistema di giudizi, invece di essere ottenuto empiricamente, può essere completamente derivato per via logica dalle definizioni implicite dei suoi concetti di base, senza essere rinviati volta per volta ad una nuova specifica esperienza.

 

Scienze empiriche e definizioni implicite

 

Nelle scienze empiriche esatte, continua Schlick, si applica al mondo il sistema (esistente in matematica) dei concetti definiti implicitamente. Ad es. l’astronomia può registrare in maniera descrittiva le posizioni dei pianeti in tempi diversi (giudizi storici), ma può anche designare i pianeti attraverso il concetto di un qualcosa che si muove in conformità di certe equazioni (definizione implicita) ed allora dalle formule ad essi relative risulteranno in modo puramente deduttivo tutti gli asserti sulle posizioni passate e future dei corpi celesti nel sistema solare.

Il presupposto dell’intelligibilità del mondo è un sistema di definizioni implicite corrispondente al sistema dei giudizi d’esperienza. Schlick chiarisce giustamente che l’asserzione che esistano sempre concetti prodotti attraverso definizioni implicite, capaci di garantire una designazione univoca del mondo dei fatti, è solo un’ipotesi e perciò ogni giudizio su fatti reali che non sia una definizione né un giudizio puramente descrittivo è solo un’ipotesi.

 

Le convenzioni

 

C’è comunque almeno la possibilità di sistemare determinati concetti singoli in modo che essi si addicano alla realtà ed in modo che gli oggetti da essi designati possano sempre essere ritrovati in essa realtà. Schlick chiarisce che definire implicitamente un concetto vuol dire determinarlo attraverso le sue relazioni con altri concetti, ma applicare tale concetto alla realtà vuol dire scegliere un determinato gruppo dall’infinita ricchezza di relazioni del mondo e designandolo con un nome, compendiarlo in una unità.

Con una scelta adeguata è possibile ottenere per mezzo di un concetto del genere una designazione univoca di realtà. Schlick conclude che, quando un concetto viene determinato e coordinato in questo modo alla realtà, tale determinazione/coordinazione si chiama convenzione.

Lo studio sull’essenza/significato delle singole convenzioni usate nella scienza della natura è un compito importante.

Schlick dice che le condizioni di possibilità delle convenzioni sono presenti laddove la natura offra una continua e non interrotta molteplicità di relazioni omogenee, perché da tale molteplicità continua si possono sempre selezionare tutti i complessi di relazioni desiderati. Di questo tipo sono le relazioni spazio-temporali che formano il dominio proprio delle convenzioni. Infatti gli esempi più tipici di convenzioni sono quei giudizi afferenti un’uguaglianza di distanze spaziali e di intervalli temporali. Questa eguaglianza si può definire come vuole ed essere sicuri di trovare in natura spazi e tempi uguali conformi alla definizione.

 

L’esempio della misurazione del tempo

 

Schlick dice che l’essenza peculiare della convenzione è offerta dalla misurazione del tempo. In questo caso noi stipuliamo che i periodi di rotazione della Terra intorno al proprio asse devono essere considerati uguali e presi come base per la misurazione del tempo. Qui si tratta di una definizione concreta perché la stipulazione si riferisce ad un processo concreto di un corpo cosmico unico presente solo una volta. Si potrebbe prendere in tal caso come riferimento i battiti del polso del Dalai Lama, solo che non sarebbe pratico e la velocità del decorso dei processi temporali starebbe in rapporto con lo stato di salute del Dalai Lama : se questi avesse i battiti accelerati si dovrebbe ascrivere ai processi naturali un decorso più lento e le leggi naturali avrebbero una forma molto complicata. Prendendo invece come base la rotazione della Terra queste leggi hanno una forma più semplice.

Schlick conclude che la massima semplicità possibile delle leggi di natura è il criterio che determina la scelta definitiva di una definizione del tempo. A questo livello tale definizione diventa una convenzione, perché tale definizione non è più legata ad un processo concreto individuale, ma è determinato dal precetto generale che le equazioni fondamentali della fisica debbano assumere la loro forma più semplice. Queste equazioni fondamentali costituiscono le definizioni implicite dei concetti fisici fondamentali.

Una volta che un certo insieme di concetti è stato stabilito mediante convenzione, le relazioni tra gli oggetti designati da concetti non sono a loro volta convenzionali e le si deve apprendere dall’esperienza.

Schlick così riassume le cose già dette :

 

 

Tautologie e giudizi analitici

 

Schlick poi accenna al tema della tautologia, dicendo che la matematica è fatta di proposizioni derivabili logicamente da definizioni e dunque assimilabili a definizioni, le quali sono sempre vere, ma non incrementano la conoscenza. Egli accenna poi al tentativo di Kant di superare la dicotomia tra tautologie ed F-verità con il teorizzare l’esistenza di giudizi sintetici a priori, grazie ai quali si potrebbe giudicare su fatti reali che ancora non ci sono stati dati dall’esperienza. Tali giudizi sintetici a priori sarebbero alla base delle scienze. Per Schlick tale illusione è dovuta al fatto che alcune definizioni ed alcune convenzioni ad un esame superficiale sembrano proposizioni sintetiche. Un esempio di queste proposizioni sono gli assiomi della scienza dello spazio. D’altra parte nella classe dei giudizi di esperienza ci sono diverse proposizioni (come il principio di causalità) che sembrano essere di una validità talmente incondizionata che li si può facilmente prendere per giudizi a priori.

Schlick, come Kant, definisce “giudizi analitici” i giudizi che ad un soggetto logico attribuiscono un predicato già contenuto nel soggetto logico stesso, cioè già facente parte della definizione di quest’ultimo. In questa definizione è dato lo stato di fatto designato da un giudizio analitico. La verità di un giudizio analitico è basata sulla definizione del soggetto logico e non in un’ esperienza (perciò i giudizi analitici sono apriori).

Quando si dice “Tutti i corpi sono estesi” il giudizio non si fonda su nessuna esperienza, giacchè se nell’esperienza incontrassi qualcosa di non esteso,  non potrei designarlo come “corpo”, in quanto contraddirei la definizione stessa di “corpo”. Dunque i giudizi analitici derivano dalle definizioni e ciò che li connette ad esse è il PDNC.

Correlativamente un giudizio è sintetico se di un oggetto asserisce un predicato che non è già contenuto per definizione nel concetto di questo oggetto.

Schlick poi dice che, mentre i giudizi sintetici sono estensivi, i giudizi analitici sono solo esplicativi. A tal proposito egli analizza la proposizione kantiana “I corpi sono pesanti” ed osserva giustamente che, se avessimo assunto anche la proprietà “essere pesante” nella definizione di “corpo”, allora avremmo di fronte un giudizio analitico.

Schlick aggiunge che non è vero che la distinzione tra giudizi analitici e sintetici sia incerta, giacchè non è vero che lo stesso giudizio possa essere analitico o sintetico. Tale opinione infatti dimentica che il giudizio ad es. “Tutti i corpi sono pesanti” non è affatto lo stesso nei due casi. Schlick infatti dice che la parola “corpo” nell’uno e nell’altro caso designa un concetto diverso, il primo che non comprende la proprietà “pesante”, il secondo invece che la comprende.

Schlick poi considera le definizioni e ritiene che esse siano giudizi analitici in quanto ci danno di un concetto solo le caratteristiche che gli appartengono. Egli aggiunge che si potrebbe con qualche ragione dire che la definizione compie una sintesi in quanto mette insieme in un concetto caratteristiche diverse. Essa però non diviene un giudizio sintetico perché al concetto non aggiunge alcuna caratteristica che sia a questo estraneo. Il giudizio sintetico designa l’aggregarsi di oggetti in uno stato di fatto, mentre la definizione designa l’aggregarsi di caratteristiche all’interno di un concetto.

 

I giudizi sintetici apriori

 

Schlick dice poi che la maggior parte dei giudizi nella vita quotidiana sono sintetici e fa i seguenti esempi : “Oggi per pranzo c’è del pesce”, “La Gallia fu conquistata dai romani”, “Il punto di fusione del piombo è più basso di quello del ferro”. Schlick commenta che dall’intero contesto risulta inequivocabilmente che i loro predicati non fanno parte delle caratteristiche dei concetti che in esse svolgono la funzione di soggetto logico.

Schlick poi esamina anche la possibilità di giudizi sintetici apriori e cioè giudizi dove si afferma che ad un oggetto compete sempre un predicato non contenuto nel suo concetto, senza tuttavia che la base per questa asserzione venga presa dall’esperienza. Lo stato di fatto che un tale giudizio designa è la coappartenenza reciproca di determinati oggetti non uniti da una definizione (ad es. un evento e la sua causa), senza che la garanzia della verità di questa coappartenenza sia un’esperienza.

Schlick si domanda con Kant cosa infatti in tutto l’universo dovrebbe mai poterci dare informazioni al di fuori dell’esperienza circa la coappartenenza di oggetti tra di loro diversi, visto che solo i giudizi apriori ci forniscono una conoscenza rigorosa ed universalmente valida. Egli ribadisce che i giudizi analitici si basano sulle relazioni dei concetti tra loro, mentre i giudizi sintetici si basano sulle relazioni tra oggetti reali. Tale concezione deriva da Kant, il quale asseriva che nel giudizio analitico il predicato verte sul concetto, mentre nel giudizio sintetico verte sull’oggetto del concetto perché in questo caso il predicato non è contenuto nel concetto.

 

Definizioni  e giudizi storici

 

Schlick poi afferma che ogni scienza di realtà rappresenta un sistema di definizioni e giudizi conoscitivi che in singoli punti (le osservazioni ? gli esperimenti ?) coincide direttamente con il sistema della realtà e viene disposto in modo tale che in tutti i punti restanti la coincidenza ha luogo da sé. Schlick aggiunge che quelle proposizioni del sistema dei giudizi con le quali il sistema si appoggia direttamente ai fatti reali li possiamo chiamare giudizi fondamentali (definizioni e giudizi storici). Schlick aggiunge  che, partendo dai giudizi fondamentali, viene retto passo per passo l’intero sistema, ricavando le singole pietre da costruzione mediante un procedimento puramente logico deduttivo (ad es. quello sillogistico). In questo modo anche ai membri del sistema deduttivamente generati corrisponderà uno stato di fatto della realtà.

Schlick poi dice che le singole scienze differiscono tra loro a seconda del modo in cui esse conseguono una continua univocità di coordinazione. Le discipline che usano un metodo più descrittivo (ad es. le scienze storiche) sono in grado di ottenere una completa coincidenza dei due sistemi (giudizi e fatti), ma solo in quanto esse assumono quasi esclusivamente giudizi fondamentali e su di essi non elevano alcuna costruzione. Dalla data di nascita di Napoleone non si può dedurre la sua morte e dunque i giudizi storici mancano di interconnessione e necessitano di un enorme quantità  di singoli giudizi indipendenti. Dunque le scienze storiche sono ricche di materiali, ma incapaci di previsioni sul futuro e dunque povere di conoscenze.

Del tutto diverso è il metodo delle scienze esatte : queste non renderebbero il numero dei giudizi fondamentali il più alto possibile, ma al contrario lo farebbero il più piccolo possibile, lasciando che sia l’interconnessione logica a portare i due sistemi ad una concordanza univoca. Schlick fa l’esempio dell’astronomo che, avendo osservato la posizione di una cometa in tre punti temporali differenti, è in grado di prevedere quale sarà la sua posizione in un qualsiasi altro momento oppure il fisico che, con un esiguo numero di leggi del moto, coordina la totalità dei processi meccanici con giudizi adeguati.

Schlick da ciò desume erroneamente che, meno sono i giudizi fondamentali alla base di una scienza, minore è il numero di concetti di cui essa si serve per designare il mondo, più alto è il livello di conoscenza al quale essa ci innalza.

Egli poi conclude dicendo che il lavoro scientifico non avrebbe senso se ciascun membro dell’insieme dei giudizi non fosse coordinato ad un membro dell’insieme dei fatti.

 

 Stationen. Dem Philosophen und Physiker Moritz Schlick zum 125. Geburtstag (Schlick Studien) (German Edition)



Una corrispondenza solo ipotetica

 

Schlick non spiega se per produrre un’esperienza l’oggetto a cui si ha accesso debba essere già stato nominato. Nel caso ciò fosse vero, Schlick presenterebbe una tesi kantiana per cui l’esperienza si ha solo se è già orientata da una rete di concetti. Inoltre la tesi per cui gli oggetti, distribuiti ognuno in diverse relazioni, permettano una molteplicità di giudizi conoscitivi richiama le tesi relazionistiche di Whitehead. Egli comunque non dice quali sono i criteri opportuni con cui scegliere gli oggetti individuati da definizioni concrete che dovrebbero magicamente condurci a definizioni implicite tali da evitare il continuo ricorso all’esperienza delle scienze empiriche esatte. Né dunque chiarisce come si attua e si verifica l’applicazione al mondo reale del sistema esistente in matematica di concetti definiti implicitamente.

A proposito dell’esempio dell’astronomia, Schlick non si domanda se i pianeti si muovano in conformità all’equazione data, né se è possibile verificare quale sia stato il comportamento passato dei pianeti e se dunque alla deduzione fatta corrisponda un’effettiva estensione di conoscenza. Né si spiega come il sistema di definizioni implicite sia corrispondente al sistema dei giudizi d’esperienza. Alla fine egli è costretto a dire che tale corrispondenza risulta essere solo un’ipotesi. E tale ammissione ci soddisfa pienamente, a patto però che essa porti già da ora il Neopositivismo ad abbassare la cresta. Ma questo purtroppo non succederà così presto.

 

Convenzione ed arbitrio

 

Schlick inoltre non chiarisce nemmeno come distinguere convenzione ed arbitrio : egli si appella ad una scelta adeguata di concetti, la quale però non è ben definita, per cui il criterio è annunciato, ma non effettivamente elaborato. Né si riesce a giustificare e fondare l’omogeneità di spazio e tempo che dovrebbe permettere la comparabilità tra le misurazioni

Quanto all’esempio della misurazione del tempo sono possibili queste considerazioni :

Inoltre non si capisce bene se, dal momento che le relazioni tra gli oggetti d’esperienza non sono convenzionali, l’insieme di concetti convenzionali abbia o no relazioni interne a priori. Oppure se le relazioni tra concetti siano o no le stesse esistenti tra gli oggetti da essi designati. Oppure ancora se le relazioni tra concetti siano la cornice generale in cui si realizzano le relazioni più particolari tra i singoli oggetti. O ancora se le relazioni tra concetti siano la versione metalinguistica delle relazioni tra oggetti.

 

Le distinzioni interne alle tautologie

 

Nel dire che i giudizi matematici non incrementano la conoscenza, Schlick confonde la struttura logica di un sistema di proposizioni con la sua valenza epistemica e non considera il modo in cui scegliamo gli assiomi (nel caso della scienza dello spazio sarebbero riconducibili forse ad intuizioni fenomenologiche) né il fatto che la deduzione dei teoremi comunque è un processo conoscitivamente rilevante, altrimenti Euclide sarebbe importante non tanto per la geometria, ma solo per aver esemplificato un sistema assiomatico-deduttivo.

Lascia perplessi anche il fatto che Schlick ricomprenda il principio di causalità tra i giudizi di esperienza, quando invece è una funzione proposizionale (Kant lo definirebbe uno schema trascendentale) che solo con la saturazione delle variabili diventa una proposizione generale che comprende in sé (come suoi esempi) giudizi di esperienza.

Schlick non tiene nemmeno conto del fatto che i giudizi analitici sono diversi dalle vere e proprie tautologie o da proposizioni di auto-identità. Tali differenze invece vanno esplicitate ed analizzate nel dettaglio. Si può parlare di :

  1. Proposizioni L-vere : CKCpqpq. Si tratta di proposizioni molecolari che risultano essere vere quale che sia il valore di verità degli enunciati atomici che le compongono
  2. Proposizioni M-vere (matematicamente vere) : 2+2 = 4. Si tratta di proposizioni la cui natura non è ancora chiara (Kant le considera sintetiche a priori), ma che vengono spesso considerate esempio di proposizioni analitiche.
  3. Tautologie : “Esiste almeno una proposizione vera”. Si tratta di proposizioni che si riferiscono al valore di verità di sé medesime, direttamente o indirettamente.
  4. Proposizioni analitiche : “Il corpo è esteso” (Kant). Si tratta di enunciati atomici (S è P) dove il predicato è già compreso nella definizione del soggetto logico dell’enunciato stesso.
  5. Proposizioni C-vere (costruttivamente vere) : “Esiste almeno una proposizione”. Si tratta di proposizioni che costituiscono il loro positivo valore di verità nel momento in cui vengono espresse.
  6. Proposizioni T-vere (trascendentalmente vere) : “L’Assoluto esiste” oppure “La verità esiste”. Sono proposizioni che si riferiscono indirettamente al proprio valore di verità, esplicitando dimostrativamente tutte le implicazioni ad esso connesse.

 

 

La natura epistemica della distinzione analitico/sintetico

 

La stessa distinzione tra analitico e sintetico è solo epistemica : sintetico è ciò che non rientra già nel concetto di un oggetto, mentre analitico è il contrario. Magari ciò che in un dato momento storico è sintetico, può essere analitico in un  momento successivo. Schlick analizza la proposizione kantiana “Il corpo è pesante” ed osserva giustamente che, se avessimo assunto anche la proprietà dell’essere pesante nella definizione di “corpo”, allora avremmo di fronte un giudizio analitico. Ma sbaglia nel dire che questo non rende incerta la distinzione tra analitico e sintetico, in quanto tale distinzione non riguarda il concetto (nel senso di noema) di un oggetto, ma il rapporto tra tale noema ed un termine segnico (un nome), per cui la differenza è puramente epistemica e varia perciò da soggetto a soggetto, da epoca ad epoca, da contesto a contesto.

Schlick sbaglia a definire anche analitica una definizione, in quanto analitico è un giudizio che attribuisce una proprietà già compresa nella definizione (già data) di un concetto. Dunque esso individua un rapporto di una proprietà con una definizione già data di un soggetto logico. Alla definizione in realtà non si attribuisce né il carattere analitico né il carattere sintetico.

Anche la distinzione tra definizione e giudizio sintetico seppure interessante rimane problematica in quanto la definizione è il rapporto tra un nome proprio ed una descrizione (che si suppone essenziale), mentre la proposizione sintetica dovrebbe essere il rapporto tra almeno un nome proprio e proprietà o relazioni che non rientrano nella descrizione suddetta. Ed anche questa distinzione è in realtà più sfumata in quanto in principio la descrizione si elabora progressivamente attraverso una serie di proposizioni che risultano inizialmente sintetiche e solo dopo designano proprietà che rientrano in una definizione (ad es. “il leone è un grosso gatto con una criniera”, poi la definizione si articola in quanto si scopre che “La femmina della specie è più piccola e senza criniera” e “Usualmente sono le femmine a cacciare le prede che sfameranno il maschio e tutto il branco”). Ora nella definizione entreranno tutte le proprietà progressivamente scoperte, ma nel momento in cui le si scopre esse sono descritte da proposizioni sintetiche.

Invece irrigidire la distinzione potrebbe portare alla completa separazione tra i due tipi di giudizi, dal momento che, trattando di concetti, il giudizio analitico apparterrebbe al metalinguaggio, mentre quello sintetico al linguaggio oggetto. Alla fine sarebbe problematica la loro stessa coesistenza in un sistema di proposizioni e le difficoltà del rapporto ad es. tra matematica e realtà si approfondirebbero ulteriormente (sempre che la matematica la si voglia considerare come una disciplina composta da proposizioni analitiche)

 

 

 

 

L’aporia interna alle scienze di realtà

 

Molto superficiale è anche la pretesa di sostenere che le proposizioni del linguaggio quotidiano risultino “inequivocabilmente” sintetiche (qual è l’argomento che giustifica tale inequivocabilità ?), dal momento che ad es.  La Gallia fu conquistata dai Romani” è un enunciato che corrisponde a proposizioni diverse ad es. per chi ha scritto il testo e per chi lo legge la prima volta e “La Gallia” è un concetto diverso nei due casi.

Pure non abbastanza meditata è la riduzione di qualsiasi esperienza ad un’esperienza sensibile, riduzione che, unita all’inesatto presupposto per cui qualsiasi stato di cose debba essere ricompreso nella realtà sensibile, consente a Schlick di escludere indebitamente la possibilità di proposizioni sintetiche a priori. Seppure quest’ultimo concordi con Kant nelle ragioni della differenza tra analitico e sintetico (l’analitico come relazione tra concetti, il sintetico come relazione tra oggetti), il pensatore di Koenigsberg manteneva ferma una trascendenza dell’oggetto rispetto al concetto e dunque la necessità di una sintesi a priori che permettesse il collegamento tra a priori ed a posteriori, collegamento che fosse alla base dell’applicabilità della matematica al mondo reale.

Invece Schlick quando definisce le scienze di realtà si trova di fronte a giudizi analitici e giudizi sintetici del tutto separati e ne afferma la comune appartenenza ad un sistema di proposizioni in maniera del tutto dogmatica e aprioristica. Egli nemmeno prova a vedere come il sistema delle scienze si possa semplicemente appoggiare in certi suoi punti a fatti reali : perché lo possa fare è necessario che ci sia la possibilità di collegare proposizioni logico-matematiche e proposizioni empiriche, cosa che Schlick non si sogna nemmeno di tentare, al contrario del Carnap della Costituzione logica del Mondo (1928).

Quando Schlick presume  che tale passaggio verso i giudizi empirici sia assicurato da un procedimento deduttivo dimentica che il procedimento deduttivo può avere come risultato tali proposizioni solo se parte da proposizioni generali (ad es. con il quantificatore universale) o da funzioni proposizionali aventi la forma dell’implicazione. Come si possa partire da enunciati del genere è un altro mistero che Schlick non si sforza proprio di chiarirci. Forse non lo può fare, visto che ci vorrebbe un tentativo della metafisica a questo punto.

Quando poi Schlick si sofferma a descrivere le scienze storiche egli contraddice in parte la sua definizione più generale di scienze del reale, in quanto elimina quasi del tutto il procedimento deduttivo. Inoltre come le scienze storiche possono rimanere scienze prive come sono della dimensione generale  e cioè senza definizioni o proposizioni universali ? Quello che ne risulta è una caricatura dello storicismo e della sua visione dell’individualità. Anche quando dice che lo storico non può prevedere il futuro, Schlick da un lato esclude da questa impossibilità il fisico (e non si sa quanto giustificatamente) e dall’altro evita di citare i casi (non infrequenti) in cui le previsioni dello storico si sono avverate (si vedano quelle di molti marxisti circa l’esito dell’Ottobre sovietico).

Quanto alla differenza tra scienze naturali e scienze storiche, Schlick non tiene conto della minore complessità della natura fisica rispetto a quella storico-sociale (che ricomprende le specificità della natura fisica, ma ne presenta di nuove e più difficili da conoscere con esattezza), minore complessità che almeno in parte spiega tale differenza, che invece Schlick riduce ad una differenza metodologica, ad una superiorità intrinseca delle scienze esatte rispetto a quelle storiche. Egli, nel teorizzare che la maggiore conoscenza derivabile dalle scienze esatte si spiegherebbe con il minor numero di giudizi fondamentali da cui si parte, finge di dimenticare che non è il numero di giudizi fondamentali a fare la differenza, ma il loro grado di universalizzazione. In realtà, dato che le scienze esatte partono da proposizioni universali, alla fine il numero di proposizioni fondamentali (atomiche) su cui si basano è potenzialmente infinito.

Pubblicato il 15/2/2010 alle 13.15 nella rubrica Epistemologia.

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