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La critica di Schlick all’intuizione

 

Conoscenza non è intuizione

 

Schlick cerca di rispondere all’obiezione per cui la conoscenza dovrebbe essere una congiunzione più intima con gli oggetti di questo mondo. Egli dice che l’uomo può entrare in tale congiunzione, ma questa non è conoscenza, dal momento che la conoscenza presuppone una certa distanza, una elevazione del soggetto sull’oggetto ed uno sguardo dominante.

Egli vuole da un lato dimostrare che tutte le speranze che l’uomo legittimamente ripone nel conoscere vengono effettivamente realizzate con il designare mediante giudizi e concetti. D’altro canto egli vuole mostrare che nessun’altra funzione dello spirito umano può assolvere i compiti posti al conoscere.

Per quel che riguarda la pars destruens, Schlick dice che la concezione della conoscenza come immedesimazione tra conoscente e conosciuto non solo ha fallito perché non fosse possibile, ma anche perché comunque non sarebbe stata conoscenza.

Schlick esamina la tesi a tal proposito per cui esiste un processo in cui quest’immedesimazione si verifica e cioè l’intuizione : secondo questa teoria, se guardo (intuisco) una superficie rossa, il rosso è una parte del contenuto della mia coscienza e la esperisco direttamente. Solo in questo vissuto dell’intuizione immediata e non mai mediante concetti posso conoscere cosa sia il rosso. Solo l’intuizione insegna allo stesso modo cosa siano piacere e dolore, caldo o freddo.

Allo stesso tempo Schlick esamina l’ipotesi che l’intuizione sia una modalità di conoscenza diversa da quella mediante concetti, ma attacca la tesi intuizionista radicale per cui la conoscenza intuitiva riesce a fare quello che non può fare la conoscenza tramite simboli.

A tal proposito Schlick dice :

  1. Intuizione e conoscenza concettuale vanno in due direzioni opposte.
  2. La conoscenza distingue qualcosa che viene conosciuto e qualcosa con cui si conosce.
  3. Nell’intuizione, dove invece abbiamo solo l’oggetto (e non il concetto) non abbiamo alcuna somiglianza con la conoscenza.
  4. Quando mi lascio assorbire da un contenuto intuitivo non conosco l’essenza ad es. del rosso (che si ha solo con la comparazione e la concettualizzazione).
  5. Nell’intuizione gli oggetti sono dati e non compresi. Perciò una conoscenza intuitiva è una contraddictio in adiecto.
  6. L’animale intuisce in modo più completo il mondo circostante, ma non si può dire che esso conosca.
  7. Attraverso l’intuizione otteniamo un sapere intorno alle cose, ma mai un’intelligenza delle cose.
  8. Quando vogliamo conoscenza, sia nella scienza che nella filosofia, noi vogliamo una maggiore intelligenza delle cose.

Schlick vuole distinguere tra knowledge of things e knowledge of truths, knowing that e knowing what ed identifica la conoscenza con quest’ultima.

Egli si rifà di nuovo a Russell, quando dice che la conoscenza non è una relazione tra soggetto ed oggetto, ma una relazione posta dal soggetto tra più oggetti.

 

Il Cogito di Cartesio e la cosa-in-sé kantiana

 

Schlick esamina poi (sempre in maniera filologicamente superficiale) la concezione cartesiana della conoscenza intuitiva del Cogito. Egli dice che il Cogito esprime la verità incontestabile dell’esistenza dei contenuti di coscienza. Ma, aggiunge, non ogni verità è conoscenza, giacchè il concetto di verità è più ampio di quello di conoscenza. La verità è univocità di designazione e può essere conseguita anche in una definizione.

Schlick aggiunge che  Cogito ergo sum” è una definizione impropria del concetto di esistenza, e così la decisione di designare il vissuto come “Ego sum” oppure come “I contenuti di coscienza esistono”. “Io sono” è un fatto, non è una conoscenza. Se il concetto dell’esistenza ci fosse già noto da altri esempi e se, ad un esame dei processi di coscienza, trovassimo che essi corrispondono al concetto espresso, allora la proposizione di Descartes sarebbe una conoscenza, ma allora in questo caso torneremmo alla conoscenza intesa però non in maniera intuitiva.

Schlick dice che incorre in un circolo vizioso chiunque prenda la proposizione cartesiana per una conoscenza : “Ego sum” non ha bisogno di alcuna fondazione, perchè i fatti non hanno bisogno di essere assicurati da un’evidenza. Essi non sono né certi, né incerti, ma semplicemente sono.

L’errore cartesiano è stato elevato a principio filosofico dalla psicologia dell’evidenza di Brentano, per la quale ogni atto psichico è accompagnato da una conoscenza di questo atto e, poiché la conoscenza la si ha solo nel giudizio, in tutti gli atti psichici (e dunque in ogni percezione) è contenuto un giudizio. Schlick nota che da una psicologia empirica ci si aspetterebbe che ci faccia vedere in ogni atto psichico un giudizio quale elemento esperito ed invece Brentano fa un’inferenza per cui, poiché la percezione è conoscenza, essa deve contenere un giudizio. Schlick conclude che l’inferenza corretta dovrebbe invece essere che, poiché la percezione non contiene alcun giudizio, essa non è conoscenza.

A questo proposito, Kant, affermando che il rapporto iniziale tra soggetto ed oggetto è dato dall’intuizione, fu portato a considerare erroneamente quest’ultima come essenziale per la conoscenza. Schlick aggiunge che tale ruolo dell’intuizione impedì a Kant di smascherare quale pseudo-problema quello della conoscenza delle cose in sé : Kant avrebbe creduto che una tale conoscenza dovesse essere un’intuizione per cui essa rappresentasse le cose così come sono in se stesse. Kant dichiarò impossibile tale tipo di conoscenza in quanto le cose non possono essere ricomprese nel potere di rappresentazione del soggetto. A questa considerazione Schlick aggiunge che, anche se questo fosse possibile, noi faremmo esperienza delle cose ma non le conosceremmo. Dunque una conoscenza delle cose in sé è una contraddictio in adiecto, perché implicherebbe l’assurda pretesa di rappresentare delle cose così come sono, indipendentemente da ogni rappresentare.

 

La conoscenza come designazione

 

Schlick poi dice che, a chi avesse sempre saputo e tenuto ben presente che la conoscenza si genera attraverso una mera coordinazione di segni ed oggetti, non sarebbe mai venuto in mente di chiedersi se sia possibile una conoscenza delle cose così come sono in se stesse. Solo chi ritiene che il conoscere sia una sorta di rappresentazione per immagini delle cose nella coscienza può avere un idea del genere. Infatti, sulla base di tale presupposto, ha senso chiedersi se le immagini mostrino davvero le cose così come sono. Costui potrebbe sempre lamentare qualcosa di inadeguato nel processo conoscitivo, perché questo non sarebbe in grado di trasferire i propri oggetti nella coscienza senza alterarli sostanzialmente.

A tal proposito Schlick dice che il vero concetto di conoscenza non porta più a tali insoddisfacenti conclusioni : il conoscere per esso consiste in un atto, la semplice designazione, con il quale di fatto le cose non vengono alterate, in quanto al segno non viene richiesto di produrre un duplicato della realtà, ma solo una univocità di coordinazione. Mentre ogni immagine deve essere necessariamente presa da un qualche punto di vista e può dare solo una veduta prospettica dell’oggetto, quest’ultimo può essere designato così com’è. I segni impiegati hanno un carattere soggettivo, ma la coordinazione compiuta non mostra traccia di questa soggettività ed è, per essenza, indipendente dall’organo agente.

Dunque, conclude Schlick, ogni conoscere ci dà una conoscenza di oggetto come essi sono in se stessi. Infatti, comunque possa essere ciò che viene designato, apparenza o cosa in sé, è pur sempre esso stesso, come esso è, quello che nel conoscere viene designato, pur assumendo che nella nostra conoscenza siano accessibili solo apparenze dietro le quali ci sarebbero le cose in sé, che non ci sarebbero note. Tuttavia le cose in sé sarebbero conosciute insieme alle apparenze, non appena conoscessimo queste ultime. Infatti i nostri concetti sono coordinati alle apparenze, ma queste sono state assunte essere coordinate alle cose in sé. Ne segue che i nostri concetti designano anche le cose in sé, in quanto un segno di un segno è anche un segno per il designato.

 

Le riflessioni di Lotze e Nelson

 

Schlick poi parla della possibilità di una teoria della conoscenza : se il conoscere deve riflettere su se stesso, se deve decidere della propria validità, chi fa la guardia al guardiano (Sidgwick) ? E come si può conoscere prima di conoscere, come si può imparare a nuotare prima di entrare in acqua (Hegel) ? Da ciò Lotze non vedeva altra via d’uscita che fondare la teoria della conoscenza sulla metafisica, intendendola come uno strumento di conoscenza che non è a sua volta oggetto di conoscenza. Ma Schlick obietta che,  se il conoscere fosse analogo a questi processi intuitivi ci troveremmo in un’impasse, mentre nella sua teoria il conoscere è un processo di coordinazione che si può applicare a se stesso senza difficoltà.

Schlick esamina poi l’argomento di Leonard Nelson contro la teoria della conoscenza. Questi dice che, se il criterio di validità epistemologica non è una conoscenza, esso dovrebbe diventare oggetto di conoscenza, ma la validità di tale conoscenza presupporrebbe già la validità del criterio che dovrebbe essere oggetto di tale valutazione.

Schlick obietta a tale argomento che qualcosa, per essere noto, non ha bisogno di essere diventato oggetto di una conoscenza, per cui la catena inferenziale dello scetticismo di Nelson si interrompe. Inoltre la tesi che la conoscenza come designazione ed ordinazione degli oggetti sia solo un espediente in luogo di un tipo più perfetto di conoscenza, è in realtà molto contestabile. Infatti il conoscere inteso come comparare, designare, ordinare riesce a fare in maniera perfetta tutto ciò che noi nella vita e nella scienza richiediamo al conoscere e nessun altro processo potrebbe riuscire a farlo.

 

Conoscenza come ritrovare l’eguale

 

Schlick contrappone all’importanza dell’intuizione la tesi per cui ogni conoscere presuppone la constatazione di una eguaglianza, e cioè la constatazione che una determinata relazione o proprietà è uguale ad una relazione o proprietà osservata in precedenza. Egli esamina a tale proposito l’obiezione per cui la constatazione di un oggetto nuovo non può essere ricondotta al ritrovamento dell’uguale. Il mero “diventare note” da parte di certe datità è un esperirle non un conoscerle , anche se ci procura il fondamento per una conoscenza del vissuto complessivo che si compone di quelle datità. Quest’ultima conoscenza (consistente nel riconoscere come complesso l’Intero) è però solo del tipo più primitivo : non appena si voglia andare oltre questa magra constatazione non basta esperire tali fattori, ma bisogna che essi vengano denominati ed inseriti in una rete di relazioni.

A proposito poi della fenomenologia, Schlick dice che, finché l’analisi fenomenologica è un portare al soggetto gli oggetti da conoscere mediante visione di essenza, non c’è conoscenza, ma si fornisce solo il materiale per il conoscere, mentre la conoscenza è ordinare il materiale di conoscenza. Come conoscenza scientifica, Schlick considera come modello quello descritto da Kirchoff che parla di descrizione semplice e completa dei movimenti che hanno luogo in natura (a proposito della meccanica). Egli interpreta la “descrizione” come coordinazione di segni, la “semplicità” come uso minimo dei concetti elementari, la “completezza” come designazione univoca di ogni particolare.

 




Una questione di definizione

 

Schlick in realtà parte da una definizione precostituita di “conoscenza”, una conoscenza intesa come episteme e nega invece un’altra forma di conoscenza, quella che storicamente si è definita come gnosi. Egli nega cioè che la russelliana knowledge by acquaintance possa essere appellata “conoscenza” e ritiene che sia tale solo la knowledge by description. A tal proposito egli cita scorrettamente insieme sia Bergson (che possiamo definire un intuizionista senza descrizione) e Husserl (che invece ritiene possibile o anzi necessaria una descrizione di ciò che viene intuito con la noesi). Per l’intuizionismo filosofico la concezione per cui si deve distinguere quello che viene conosciuto da ciò con cui si conosce è la concezione concettualista della conoscenza in cui è almeno possibile (se non inevitabile) che il concetto (lo strumento della conoscenza) diventi alla fine l’ostacolo che impedisce in realtà di attingere l’oggetto stesso della conoscenza. L’intuizionismo non condivide l’idea che conoscere una cosa è conoscerne l’essenza (ciò non vale per Husserl) né confonde l’istinto con l’intuizione (come fa Schlick). Quando poi quest’ultimo dice che sia filosofia che scienza hanno cercato una conoscenza concettuale finge di non tenere conto proprio di tutte le correnti mistiche e nel campo delle scienze umane dello storicismo. Più avanti Schlick mostra di presupporre dogmaticamente che tutti chiediamo alla conoscenza le stesse cose, che nel caso qualcuno chieda qualcosa di diverso, tale richiesta sia meno giustificabile di quella promossa dallo stesso Schlick e che infine la stessa conoscenza intuitiva sia obbligata a dare al soggetto le stesse cose che dà la scienza discorsiva. Che i due ambiti possano essere complementari è un’ipotesi nemmeno presa in considerazione.

Voler distinguere infine knowledge of things e knowledge of truths è una velleità inconsistente, dal momento che la seconda è la versione metalogica della prima e dunque ad essa semanticamente equivalente.

 

 

Possibilità di diverse definizioni

 

Non si può inoltre escludere che l’oggetto ad es. della metafisica sia qualcosa impossibile da determinare e che dunque sia accessibile solo al knowing that e non al knowing what, nel senso che la sua essenza è l’esistenza, per cui il suo what è solo il that.

La relazione poi tra oggetti in cui consisterebbe per Schlick la conoscenza non potrebbe essere la consapevolezza dell’unità di una realtà solo in apparenza molteplice ? E l’intuizione di tale unità non può essere il ritrovare l’unità del soggetto all’interno stesso dell’oggetto ?

Di sicuro la conoscenza intuitiva non ha niente a che fare con la certezza : direbbe Goethe che non è una conoscenza che si prende e si porta a casa. Perché se si porta a casa è knowledge by description.

Né è vero che solo le F-verità siano conoscenza, dal momento che una definizione, soprattutto per chi non la stipula, può essere un momento di chiarificazione ed ogni chiarificazione non è comunque conoscenza ?

 

 

Il Cogito è un’intuizione pura ?

 

Quanto alla critica del Cogito, la prima cosa che va detta è che Schlick sbaglia ad identificare l’intuizione cartesiana con quella bergsoniana e con quella husserliana. Ma , a parte questo, c’è da dire che, dal momento che Schlick identifica la conoscenza con la determinazione tramite categorie, allora o si deve ammettere che le categorie sono eterne ed eterno è il processo di conoscenza (Platone, Buddhismo) oppure si deve spiegare come mai le esperienze fondanti che hanno generato le categorie non siano considerabili come conoscenza (ad es. stupore e conoscenza non sono assolutamente accostabili in Schlick). Inoltre quest’ultimo sbaglia a dire che l’esperienza degli stati di coscienza sia la fonte unica ed originaria del concetto di esistenza. Cartesio non voleva dire propriamente questo : la coscienza per lui è la fonte del concetto di autoriferimento (auto- fondazione) e dunque di prova indubitabile dell’esistenza, per cui il Cogito è sì un’esperienza, ma contemporaneamente una conoscenza (una riflessione), è cioè l’ascesa infinita ed intuitiva nella gerarchia dei meta-linguaggi.

Inoltre Schlick non prende assolutamente in considerazione il problema dell’apparenza o dell’illusorietà dell’empirico (problema basilare nel corso della storia della filosofia). Questa è quanto meno una ingenuità storiografica troppo forte che abbisogna di una adeguata giustificazione teoretica, giustificazione che Schlick purtroppo non ci dà.

 

 

 

La tesi di Brentano

 

La tesi di Brentano per cui in tutti gli atti psichici è contenuto un giudizio è in un certo senso analoga a quella che si sta portando avanti in questo saggio ed essa è estendibile anche agli eventi non-psichici in questa versione : qualsiasi proposizione è traducibile in un’asserzione ed in una proposizione metalinguistica (cioè in una proposizione epistemica). Quelli che Schlick chiama “fatti empirici” sono in realtà proposizioni descrittive, anch’esse traducibili metalinguisticamente.

Se si sottolinea il fatto che una proposizione, espressa in un enunciato, è anche un evento, allora l’evento, in quanto tale, è irriducibile alla conoscenza. Ma se si sottolinea l’aspetto proposizionale (semantico) di un evento, questo è a sua volta traducibile in proposizioni epistemiche (idealismo).

Schlick ha ragione nel dire che l’intuizione non può essere una conoscenza traducibile in enunciati (non è, come abbiamo detto, una conoscenza portatile), ma ha torto a contrapporre poi percezione a giudizio, giacché altrimenti, in maniera contraddittoria, ricostruisce un ambito epistemico alla percezione stessa e cioè apre la possibilità di una percezione senza pensiero e di una conoscenza non linguistica. Questa è la tesi di Leonard Nelson che Schlick si affretta a criticare senza tener presente che la netta separazione da lui operata facilita tale opzione.

Non è un caso infine che Schlick si contraddica (almeno parzialmente) pure quando dice che, in una coscienza con un certo grado di sviluppo,  non compaiano quasi mai pure percezioni isolate, per cui in ogni percezione ci sarebbe un po’ di categorizzazione e quindi di conoscenza. Ma poi egli si affretta a dire che tale conoscenza intuitiva non è quella di Bergson e Husserl, senza però fare una rigorosa verifica testuale e confondendo di nuovo le ben differenti concezioni dei due suddetti pensatori.

A proposito della fenomenologia, Schlick sbaglia anche quando ritiene che essa non sia conoscenza (che è ordinamento del materiale), ma semplice evidenziazione dell’oggetto. Infatti la visione delle essenze è una descrizione determinata dell’oggetto, visione in cui è implicito il giudizio e dunque anche la funzione che Schlick chiama pregiudizialmente ordinatrice della conoscenza.

 

La radicalizzazione di Kant

 

Schlick radicalizza la svolta kantiana riducendo la conoscenza ad un rapporto tra ente e sistemi di riferimento categoriali. Ma ciò esclude la posizione classica della conoscenza come approfondimento della realtà dell’oggetto ed attenua il rapporto tra verità e realtà.

Per Schlick il rappresentare le cose altera le cose stesse ? I sistemi categoriali appartengono al soggetto o rispecchiano modi di essere dell’oggetto ? Ciò perché nel primo caso viene spontaneo pensare a cosa possa essere l’oggetto privo di tali sistemi categoriali : non dovrebbe essere niente, altrimenti si finirebbe nell’Idealismo (che non mi pare essere la posizione di Schlick).

In realtà forse il problema della cosa in sé può spiegare perché siano possibili differenti rappresentazioni delle cose. Se le rappresentazioni possibili fossero alla fine solo una (come in Kant), l’esito idealistico avrebbe più plausibilità.

 

 

 

 

 

Rappresentazione e designazione

 

Schlick paragona la rappresentazione e la designazione: Tale paragone è improprio : la rappresentazione è un tentativo più o meno completo di conoscenza e può comprensibilmente mancare il bersaglio. La designazione è un associare un segno al denotato e può avere  carattere convenzionale. Dunque, a partire da questo improprio paragone, si può concludere che la coordinazione designativa raggiunge il suo obiettivo, ma proprio in quanto esso è più misero e modesto di quello della rappresentazione. Schlick invece riduce il conoscere a designare, quando il designare è solo una precondizione del conoscere. Egli definisce semplicisticamente ad es. la descrizione come mera coordinazione di segni, quando invece, essendo presente in essa anche la predicazione, trattasi non solo di coordinazione di segni, ma anche implicitamente di una generalizzazione e ciò rende l’analisi più complessa.

Inoltre non è solo la rappresentazione ad avere proprietà prospettiche, ma lo stesso pensiero categoriale, visto che gli schemi categoriali sono ora considerati molteplici. Il designare invece magari non cambia gli oggetti (ed a volte lo fa in maniera subdola), ma nemmeno li conosce in senso proprio.

Dire infine che, conoscendo le apparenze, conosciamo anche le cose in sé  è una conclusione in parte vera (critica a Kant da parte di Hegel), ma in parte giace su alcuni presupposti discutibili quali quello per cui il rapporto tra segno ed apparenza sia lo stesso che c’è tra apparenza e cosa in sé (per cui scatterebbe una sorta di proprietà transitiva). Un altro presupposto non indubitabile è, come abbiamo accennato sopra, che le differenti designazioni di oggetti non presuppongono a loro volta una teoria implicita per cui anche il designare potrebbe essere considerato un interpretare.

 

 

La riflessione della conoscenza su se stessa

 

Il problema della riflessione non è solo quello della sua impossibilità, se si parte dall’intuizione e dalla sua assoluta immediatezza, ma anche quello del rinvio ad infinitum se lo si guarda dal punto di vista della designazione, la quale è possibile, ma non è mai conclusiva, giacché rimanda sempre ad un’ulteriore designazione o del nome usato per designare o del rapporto stesso di designazione. Ciò evidenzia la circolarità infinita della relazione semiotica e della conoscenza da essa scaturita.

La riflessione evidenzia il fatto che il rapporto conoscitivo (intuitivo o semiotico) non è privo di problematicità, come invece Schlick ingenuamente ritiene. Questi poi sbaglia nel considerare la conoscenza la sola fase finale del processo conoscitivo (la determinazione univoca, l’ordinamento del materiale di conoscenza). Si deve invece ricomprendere l’intero processo che parte dallo stupore di fronte all’ignoto, passa per l’elaborazione dialettica e termina nella chiarificazione concettuale.

Pure nella critica a Nelson, Schlick non tiene conto del fatto che la valutazione dello stesso criterio di validità da un lato è necessaria (la filosofia non può evitare di mettere in dubbio qualsivoglia premessa o qualsivoglia regola conoscitiva) e d’altro canto implica l’oggettivazione di tale principio, altrimenti come esso potrebbe essere esaminato ? Se invece per Schlick il criterio può essere solo intuito (noto ma non conosciuto), egli non conferma senza volerlo le tesi dell’Intuizionismo filosofico o le metafisiche dell’apriori ?

Infine la tesi della conoscenza come comparazione identificante può ricomprendere nella propria fattispecie anche la stessa conoscenza mistico-intuitiva, dal momento che quest’ultima teorizza l’unità dell’oggetto e del soggetto in se stessi e quella dell’oggetto con il soggetto proprio attraverso l’autoriferimento psicologico (l’autocoscienza) o metalogico (la dialettica).

 

 

 

Pubblicato il 15/3/2010 alle 12.54 nella rubrica Epistemologia.

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