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Lo scopo della conoscenza in Schlick

 

Lo scopo della conoscenza è il piacere e l’adattamento all’ambiente

 

Schlick si chiede, svolta la critica all’intuizionismo di tipo bergsoniano,  perché l’uomo cerchi la conoscenza. E ritiene che la conoscenza procuri piacere all’essere umano, un piacere che è inteso come soddisfazione di un bisogno. Tale bisogno è quello animale di conservare la propria esistenza e di autoaffermarsi. Ogni animale è capace di atti di riconoscimento e deve individuare la preda come preda ed il nemico come nemico. Mano a mano che i bisogni legati all’autoaffermazione diventano più complessi, più complessi diventano anche i processi associativi volti a soddisfare questi bisogni e tale complessità crescente porta allo sviluppo del pensiero.

L’uomo, continua Schlick, per dominare l’ambiente, deve risolvere tutto ciò che è nuovo in ciò che è già noto, altrimenti sarebbe disorientato e agirebbe in modo sbagliato. Un dispositivo  come il giudicare e l’inferire rendono possibile un adattamento dell’ambiente migliore dell’associazione automatica regolata su casi tipici (associazione che può portare a mangiare cibo, anche se il cibo è posto in una trappola).

 

Il disinteresse

 

Poiché conoscere un oggetto A consiste nel ritrovare in esso altri oggetti B e C, noi possiamo produrre quest’oggetto A combinando questi altri oggetti B e C. Perciò ogni conoscenza si risolve in pratica : la geometria diventa agrimensura, l’astronomia agricoltura e divinazione, la chimica fusione dei metalli. Naturalmente la pratica dà sempre stimoli e verifiche alla teoria, ma quest’ultima, anche concepita come pura, dà imprevisti benefici alla prassi. Schlick, a tal proposito, critica l’utilitarismo della conoscenza, per il quale il disinteresse non è lievito sufficiente per la scienza. A tal proposito Schlick discute anche la critica di chi dice che il disinteresse farebbe scadere la conoscenza a mero gioco : questo è solo il processo storico che, facendo di un mero strumento il fine, sviluppa nuove dimensioni della civiltà arricchendo la vita umana e fa l’esempio del passaggio dal parlare (per comunicare) al recitare, dal camminare (per arrivare) al danzare, dal vedere (per agire) al guardare, dal lavorare al giocare. Privare l’umanità di tali processi evolutivi, priverebbe al tempo stesso la vita di contenuti.

Schlick poi discute anche il principio empiriocriticista dell’economia di pensiero e lo critica dicendo che il conoscere è designare le cose del mondo univocamente e completamente per mezzo di un minimo di concetti (dunque il principio di economia è logico), ma per raggiungere tale obiettivo la via può ben essere tortuosa, lunga, dispendiosa  e dunque trasformare il principio di economia in un principio euristico e metodologico può essere controproducente.

La conoscenza (che non è scienza) non serve e non ci consente alcun dominio sulla natura, ma è una funzione autonoma, il cui esercizio procura gioia

 


 

Circoli viziosi

 

Su quali basi Schlick ipotizza che l’uomo cerchi la conoscenza perché questa ci procura piacere ? In realtà quando egli dice che tale piacere sia la soddisfazione di un bisogno, allora si arriva ad una sorta di tautologia, in quanto la conoscenza soddisfa così il bisogno di soddisfare un bisogno. Anche qui Schlick dunque si sofferma sul mero desideratum di una soluzione filosofica, ma lo scambia per la soluzione stessa.

Egli poi incorre in un vero e proprio circolo vizioso, quando scomoda la biologia. Infatti egli dice che l’impulso alla conoscenza è subordinato all’impulso a conservare la propria esistenza e dunque il pensiero sarebbe uno strumento per l’autoaffermazione. Il circolo vizioso sta nel fatto che la determinazione dello scopo della conoscenza, rilevante per capire cosa sia la conoscenza ed il suo oggetto, viene tratta da una teoria scientifica e cioè una tesi la cui verità filosofica è subordinata alla determinazione dell’oggetto di conoscenza, per cui abbiamo TE ® Scopo della conoscenza ® Oggetto della conoscenza ® TE.

 

 

Utilitarismo e conoscenza come valore in sé

 

Schlick giustamente ipotizza che anche per l’animale esista una sorta di principio di identità, ma, come tutti i neokantiani,  attribuisce all’identità solo una funzione conoscitiva e non arriva a pensare che ci deve essere un universo tale da permettere l’esercizio di tale funzione.

Al tempo stesso egli però critica giustamente l’utilitarismo della conoscenza : non si può pianificare utilitaristicamente le linee della ricerca scientifica, in quanto non possiamo sapere quali siano tutte le conseguenze, nel breve e nel lungo periodo, della conoscenza.

Contemplazione e disinteresse aprono nuove dimensioni e ci fanno uscire dai vicoli ciechi in cui ci può far pervenire il problem solving (cioè il cercare di risolvere problemi già dati). A tal proposito la critica di Schlick al principi dell’economia di pensiero degli Empiriocriticisti è quanto mai opportuna : la distinzione tra context of discovery e context of justification ci porta a tollerare alcuni percorsi tortuosi ed accidentati che comunque possono portare a grandi scoperte. Ciò che richiede pochi concetti potrebbe esigere molte rappresentazioni.

Schlick però non fa il passo decisivo, quello cioè di riconoscere che il corrispettivo del disinteresse è proprio la speculazione metafisica, che tende a dare un quadro del mondo dove non si vede dominare, ma unicamente contemplarne la bellezza (si pensi a San Francesco, Schelling, Schopenhauer) . Schlick fa anche l’errore di criticare la concezione della conoscenza come valore in sé ed anzi subordina quest’ultimo al nostro piacere. Egli non tiene conto del fatto che la conoscenza come valore in sé è la conciliazione tra il piacere del disinteresse e l’utilità a lungo termine della conoscenza stessa. Altrimenti quest’ultima si potrebbe ridurre ad uno sterile hobby.

Pubblicato il 26/4/2010 alle 12.30 nella rubrica Epistemologia.

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